‘Immagini pedagogiche’ nell’opera di Silvia Salvagnini e Vivian Maier

Credit Vivian Maier courtesy of the Maloof Collection

Silvia Salvagnini e Vivian Maier: ‘immagini pedagogiche’ dell’infanzia fra poesia e fotografia
© Alessandra Trevisan

Oggi desidero proporre l’inizio di un discorso-percorso critico fatto di comparazioni “coraggiose” tra due artiste molto distanti tra loro culturalmente, geograficamente, dal punto di vista generazionale e artistico proprio, entrambe in grado tuttavia d’imprimere quella che si potrebbe definire ‘una peculiare “verità” pedagogico-artistica contemporanea’. Non è la prima volta che su questo blog si tenta un raffronto tra due o più voci che apparentemente non hanno nulla in comune, non per legittimare un punto di vista ma per aprire al nuovo, spostando lo sguardo e/o la messa a fuoco. Desidero tuttavia partire da un dato: Vivian Maier è tra le fotografe che Silvia Salvagnini ama; questa realtà è un’intuizione che, nel 2014, ha dato inizio ad un percorso nelle parole dell’autrice che oggi prosegue con tenacia.
Propongo di considerare ora alcune parole-chiave da tenere a mente per leggere le rispettive opere e in particolare il tema della “pedagogia”; esse sono ‘immagine/i’ (che, etimologicamente, contiene la parola “idea”), ‘infanzia’, ‘bambine’, ‘osservazione’ e ‘conoscenza’.

Vivian Maier (1926-2009), street photographer statunitense scoperta postuma, per tutta la sua vita ha lavorato come bambinaia coltivando privatamente la propria arte, al di fuori di movimenti artistici e di circuiti commerciali. Tra le immagini del suo vasto archivio curato da John Maloof ne ho selezionate alcune che raffigurano l’infanzia e che vediamo nel video caricato all’interno di questo post; l’interesse si è rivolto alle bambine, ed è declinato come segue: si va dal ritratto singolo o collettivo, di fronte o di spalle di bambine anche colte nell’atto del gioco con coetanei. Vi sono bambine sole e accompagnate da adulti, spesso le madri o altre donne; di diversa estrazione sociale, dai quartieri alti ai sobborghi; bambine bianche e afroamericane; vi sono inoltre foto di manichini per abiti da bambine e bambole finite nella spazzatura, queste ultime “ricordo del gioco”, un “residuo o resto” – raramente Maier ha fotografato oggetti ma, talvolta, l’ha fatto, e sono vecchie reti, sedie rotte, etc. Siamo nello stesso “campo semantico”, dunque.
Nella prima fotografia siamo di fronte ad un autoritratto – caratteristica di Maier –, in un gioco di specchi e di volti, tra generazioni ma anche tra pedagogo (etimologicamente “colui che conduce” anche verso la/nella realtà) e infante, tra adulte e bambina, gioco che incide dal punto di vista dello sguardo così come della tecnica e della visione, della ‘composizione’, ossia del “fare uno” vero anche per Salvagnini (di questo ho trattato qui).

Maier sta conoscendo una fortuna critica notevole e un richiamo mediatico internazionale anche grazie all’uscita, nel 2014, del documentario Finding Vivian Maier. È comunque importante evidenziare aspetti plurimi di lettura della sua opera che riguardino i materiali che vi sto proponendo e il tema della “pedagogia”. Per ciò che concerne i soggetti – che ho parzialmente descritto – è Jeremy Biles nel catalogo Vivian Maier, Photographer a fornire puntuali indicazioni già nel 2011, parlando di «remarkable feel for composition». Inez de Coo in un saggio del 2016 dal titolo The Myth of Vivian Maier si pone il problema della selezione dei soggetti fotografici indicando la ‘disponibilità dei bambini’ legata esclusivamente alla professione di ogni giorno della fotografa. Ritengo però vi sia di più di questo; nel volume per Contrasto del 2015 Vivian Maier. Una fotografa ritrovata saggisti diversi indicano tre aspetti cruciali utili al nostro discorso: Marvin Heiferman parla di «desiderio di assorbire tutto ciò che c’è da vedere nel mondo» attraverso la sua macchina Rolleiflex; John Szarkowski parla di una fotografia che necessita di «non riformare la vita ma conoscerla» dal punto di vista sociale; dal contatto con il mondo, attraverso video e audio (facenti parte dell’archivio) sempre Heiferman suggerisce − citando Kazin − che Maier stava «cercando la sua voce».

Secondo una mia lettura personale dell’opera questi aspetti si direbbero “estensibili” e procederebbero verso diverse direzioni. Nelle fotografie legate al mondo dell’infanzia compaiono parimenti bambini e bambine ma, essendo lei una fotografa donna, si ha come l’impressione che prediliga il mondo femminile catturato nei dettagli e in quelli che sono i «condizionamenti culturali» di un’epoca, come li ha definiti Elena Gianini Belotti nel suo celebre saggio Dalla parte delle bambine, la cui prima edizione esce nel 1973 per Feltrinelli in Italia (nel 1975 nel Regno Unito): dall’abbigliamento alle costrizioni sociali, anche nell’atto del gioco, con ruoli definiti, tipici, che la pellicola imprime, testimonia.

Più complessivamente e complicando i rimandi, è John Berger a fornirci il “motivo pedagogico” che la fotografia di Maier porta ‘in sé’: da Ways of seeing del 1972 «Seeing comes before words. The child looks and recognizes before it can speak.» Maier è consapevole del fatto che la scelta dei suoi soggetti non possa essere né ovvia né scontata, perché durante l’infanzia ‘guardare o meglio “osservare” è conoscere’.

Tenendo a mente queste caratteristiche peculiari volgerei lo sguardo verso Silvia Salvagnini, al suo mondo di immagini e disegni, trame e molteplici messaggi pedagogici, che spinge oltre la definizione di Berger. Il parallelo condiviso con la stessa autrice considera determinanti alcuni testi che tracciano un itinerario significante dal punto di vista dello stile, del linguaggio e dei temi: L’orlo del vestito. Storie di bambine contro le chiacchiere cittadine (Sartoria Utopia 2016, già citato) è un libro in cui visivo e poetico sono speculari come in molti testi dell’autrice: da un lato i collage dei vestiti fatti da brandelli di spartiti di musica classica ritagliati, spezzettati, piegati a fisarmonica, integrati al tratteggio complessivo del disegno; dall’altro le storie delle bambine protagoniste, narrate in pochi versi. Forte è l’utilizzo della rima cantilenante un po’ fiabesca e dell’anafora; i verbi (come la Neoavanguardia suggeriva) sono significanti poiché in movimento: mutano l’esito linguistico della poesia. I corpi delle bambine sono al centro del discorso e del disegno. Dal punto di vista della composizione sono la derivazione e l’anastrofe le figure retoriche più utilizzate capaci di incidere sul piano semantico e sintattico, tipiche del linguaggio tutto di Salvagnini. Scrivevo nel 2014 sempre sul nostro blog che: «Le bambine che si ribellano alle chiacchiere cittadine (agli stereotipi anche) lo fanno con tutto ciò che hanno a disposizione, anche la scomparsa del corpo e lo strumento-parola. Salvagnini, attraverso l’incrocio di linguaggi artistici diversi coniugati tra loro alla perfezione, concorre alla restituzione di un significato: la sua è una ribellione di forma e sostanza assieme che fa stile.» Eccone un estratto:

le bambine brutte possono fare i respiri
chiudere gli occhi fare dei giri

mettere i cerotti sulla bocca delle nonne
delle zie di tutte quelle che vanno a dire:
ma che bella bambina, una bambina bellissima
e che capelli e che occhietti, merli e merletti.

[…]

le bambine dal vestito
si sentono quasi sfilare
le braccia abbracciare
gli alberi alberare
la vita ariare.

le bambine possono stonare
sfilare gli orli dei vestiti
tagliare, possono i baci
francobollare.

Scelta analoga si ha in Cappuccetto Rosso. Ovvero: della presunta ingenuità (inedito 2016). Qui si affronta il tema dell’educazione che è già in altri testi legati al mondo dell’infanzia in senso lato, tra cui Il giardiniere gentile (VerbaVolant, 2016 – di cui si può leggere qui). In questo testo esiste e ‘resiste’ la tematica della natura tipica di molta produzione dell’autrice (tra cui l’inedito Discorso del pettirosso in giardino), natura che i bambini possono imparare a conoscere grazie − ad esempio − al poeta/giardiniere (ripreso dalla figura del Giardiniere planetario di Gilles Clément) che conduce loro in un «diverso mondo da abitare».

Cappuccetto Rosso di Salvagnini è un testo pensato per le bambine, che deriva da due versioni antecedenti di Vivian Lamarque e Chiara Carrer ma aggiunge un passaggio ulteriore; se nei testi delle scrittrici citate sussiste un’identità con il lupo (Lamarque) e un desiderio di sbrigarsela da sole (Carrer), Salvagnini rifiuta l’identificazione con il lupo e rivendica – amplificandola – la necessità già di Carrer e di un «conservare [salvare] solo ciò che fa bene» e soprattutto: la Cappuccetto di Salvagnini apre la porta perché sa come difendere la propria identità e sessualità:

Dal lupo Cappuccetto
sa scappare, anche con un filo
alla caviglia tirato.
Lo lega ad un ramoscello
inverte dell’asola l’occhiello.

[…]
Ha imparato a non imparare
al lupo ad assomigliare.
Ha imparato ad essere se stessa
ad aprire il chiavistello/
senza farsi divorare.

Così il testo di Con cura, contenuto nella prima antologia di poetry therapy italiana Scacciapensieri (Millegru 2015 – di cui possiamo rileggere qui) rivela, come già prima nel Cappuccetto, un diverso sentire femminile rispetto alla tematica tradizionale della “cura”:

Mi cura la terra mi cura il vento

mi cura il sole mi cura
se riflette l’argento
persino il cemento
mi cura la luna, mi cura il lampione
mi cura il bagliore

mi cura la giostra del girare del mondo
mi cura il cullare dell’atmosfera
mi cura del mare il poter naufragare
mi cura la sera che scende nera

[…]

Una bambina un giorno vide
tanta luce blu
tanto sangue di ginocchia
lacrime dal bordo del naso
e dal bordo del campo
lontana di là della rete diceva:
avevo un pacchetto per te
che era ascoltarti
ma sei stato zitto
pensavo di accoglierti, di curarti
ma volevi stare solo
aggrappato ai tuoi sogni
di alloro
io rimango lontana
e non ci posso fare niente
se non senti il mio cuore
senti quello che si sente.

e lanciò a fiotti manciate manciate di coriandoli di cerotti
e lanciò a fiotti manciate di coriandoli manciate di cerotti.

e lanciò a fiotti manciate manciate di coriandoli di cerotti
e lanciò a fiotti manciate di coriandoli manciate di cerotti.

Risignificata dall’autrice con elementi afferenti al gioco («i coriandoli»), costruendo una nuova consapevolezza della bambina (e della donna) nella contemporaneità, che oserei definire militante ma con una tensione che tocca corde universali del vivere – in questo senso il richiamo al «cuore» finale e al “ricordare” forse, che etimologicamente contiene quella parola tanto cara alla poesia della comprensibilità del Novecento.

La pedagogia non convenzionale di Salvagnini punta al riconoscimento dell’infanzia come «tempo o momento cruciale» opposto a quello consumistico degli adulti al fine di trovare una propria collocazione di stile. Si tratta di un ritorno all’umano che è nel testo de Il battesimo del bambino (nel calendario di Sartoria Utopia 2016) ad esempio, in cui scrive: «Ti diamo lettera, lingua, linguaggio/ nome che chiama nome/ non sappiamo dirti cosa/ il normale lo strano/ sappiamo solo sarà// sarà l’umano». Non fuori dai palinsesti della realtà ma dentro essa, affinché il bambino la esplori e la interpreti grazie a una parola poetica a lui vicina nelle invenzioni, poiché la poeta fa da guida all’ascolto e alla conoscenza del mondo sperimentando il suo stesso accesso ritrovato all’infanzia, come ho già recentemente affermato ancora trattando di alcune ninne nanne inedite dell’autrice.

La dimensione del domestico e del quotidiano e il bisogno del non racconto a tutti i costi ma del ‘dire’ «rappresento ciò che è successo» sono tratti comuni a Vivian Maier e Silvia Salvagnini, propri delle loro poetiche, in una continuità di punti di tangenza che stimolano alla scoperta di novità e muovono a cercare interpretazioni altre.

Il contributo che oggi leggete è stato discusso all'”AAIS/CSIS 2017″ a Columbus, in Ohio (USA), ad aprile 2017.
Le foto utilizzate sono state reperite nella rete e sono tutte Credit Vivian Maier courtesy of the Maloof Collection. Le immagini dai volumi di S. Salvagnini sono le stesse che figurano nelle pubblicazioni citate o sono inedite.

© Alessandra Trevisan

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