“Il giardiniere gentile” di Silvia Salvagnini

Silvia Salvagnini, Il giardiniere gentile, Siracusa, VerbaVolant, 2016, € 12,00

Il giardiniere gentile è un ‘progetto aperto’ nato da un’idea di Silvia Salvagnini e dall’opera omonima edita da VerbaVolant nel 2016. Il prototipo è quello di libro d’arte costruito con piccole buste di carta “vintage” e con collage fatti da resti di vecchi codici legislativi italiani e francesi strappati, ricomposti e rielaborati da cui nascono dei ‘fiori’ che, uniti a versi poetici, compongono l’opera.
Ciascuno dei simboli indicati esprime una “poetica del giardino” che prosegue l’indagine di Gilles Clément sul «giardino in movimento» e sul «giardino planetario» ossia «spazi(o) in cui la natura non è assoggettata e soffocata dalle briglie di un progetto, di uno schema preconfezionato, e dove spesso è più prezioso sapere cosa non fare piuttosto che intervenire e aggredire»; di fatto l’autrice rideclina le tesi esposte amplificandone le possibilità.
Il giardino concepito da Salvagnini diventa perciò, tra poesia e disegno, rappresentazione plurale di uno dei primi valori dell’essere umano, l’abitare, con al centro il giardiniere come «figura ideale e pedagogica, espressione di una tensione dell’uomo nel contemporaneo». Nell’ottica della poeta «siamo tutti giardinieri gentili» perché capaci di intervenire sull’immaginario collettivo con pochi e mirati gesti:

il giardiniere gentile non ha paura della terra sulle mani
non usa il veleno ma con gli occhi rimane a guardare
riempie di piante il mondo
e ci cammina attorno
segna la sua piccola strada con piccoli sassi

non toglie troppe erbe, solo quelle che aiutano
le altre a respirare

Scrive Silvia De March su questo libro-oggetto che si tratta di una «narrazione in forma poetica»; nel suo testo critico evidenzia anche come il giardiniere assuma le sembianze di un «direttore d’orchestra della natura», e come il parallelismo fra la dimensione naturale e quella musicale risulti significante. Nulla di più vero se individuiamo in questa “tras-formazione feconda” propria del direttore d’orchestra una delle chiavi di lettura del testo. Non solo la “direzione” da intraprendere, ma la necessità di dare “nuova forma” allo sguardo che si ha sul mondo portano Salvagnini a virare nel ‘naturale’, laddove la musica è sempre esistita:

allora ho capito il direttore d’orchestra
era come un giardiniere gentile
di quelli che fanno diventare
piccoli pezzi di terra il paradiso naturale

Il giardino come luogo ‘oltre-architettonico’ è esportato in una dimensione vitale e artistica, in cui un linguaggio poetico nuovo, «lo spazio vuoto ma anche il legame con la musica e con il silenzio – fondanti nella poesia – trovano una forma autentica» riferisce l’autrice.
Il giardiniere gentile è diventato infatti un progetto allargato ‘dal vivo’, che include la musica di Nicolò De Giosa (chitarra, effetti, live electronics), la voce e la canzone di Alessandra Trevisan, il video-artista Marco Maschietto, la collaborazione del fablab CrunchLab, e debutterà domani, mercoledì 29 marzo (ore 10.30) in un evento dal titolo primaverapoesia organizzato da Pordenonelegge al Teatro Verdi di Pordenone.
L’imprevedibilità della natura e il segreto che essa custodisce trovano nel giardiniere anche la funzione primaria del poeta; entrambi, infatti, possono oggi ingentilire il legame con la terra e con la parola riportandolo all’ascolto della natura e dell’umano.

© Alessandra Trevisan

9 comments

      1. In questo passaggio, credo:

        – Ciascuno dei simboli indicati esprime una “poetica del giardino” che prosegue l’indagine di Gilles Clément sul «giardino in movimento» e sul «giardino planetario» ossia «spazi(o) in cui la natura non è assoggettata e soffocata dalle briglie di un progetto, di uno schema preconfezionato, e dove spesso è più prezioso sapere cosa non fare piuttosto che intervenire e aggredire»; di fatto l’autrice rideclina le tesi esposte amplificandone le possibilità.
        Il giardino concepito da Salvagnini diventa perciò, tra poesia e disegno, rappresentazione plurale di uno dei primi valori dell’essere umano, l’abitare, con al centro il giardiniere come «figura ideale e pedagogica, espressione di una tensione dell’uomo nel contemporaneo».

        Ma ripeto il mio forse: forse è solo che a me è parso bello già così, nella sua semplicità e brevità, leggendolo senza sapere prima della “indagine” di Clément e senza pensare neanche un attimo che il testo della Salvagnini declinasse una qualche tesi tanto da diventare solo dopo, solo “perciò”, rappresentazione plurale dell’abitare. Questo articolo, in definitiva, può arricchire il libro, ma apponendogli elementi che arricchendolo lo appesantiscono al contempo – solo secondo me – di una piccola gravità (chiedo venia per l’esagerazione) che mi pare l’opposto di ciò per cui io lo ho apprezzato.

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        1. Buonasera. Questo articolo è frutto di un confronto diretto con Salvagnini e di una mia rielaborazione in termini critici. Lo si evince dal testo. Sono entrata dentro il laboratorio dell’autrice con lei accanto. Sicuramente si tratta di scrittura critica; d’altronde su questo blog si propone quasi esclusivamente questo. Ma se non le piace lo stile, allora, è un altro discorso e non posso farci niente. Invece comprendo dalle sue parole che lei pensa che la critica non serva (in questo caso) allora siamo di fronte a un paradosso, per il blog e per il motivo che ho spiegato in precedenza. La saluto cordialmente.

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  1. Buonasera. Il fatto che lei sia “entrata dentro il laboratorio dell’autrice con lei accanto” non lo avevo intuito affatto dal testo e forse è stato solo un mio limite. Come dice lei, invece, sarà tanto chiaro da suggerire agli altri lettori la giusta chiave con cui leggere e legittimare meglio di come non abbia fatto io il suo articolo, ovvero: confronto diretto con l’autrice. Comunque, non ho detto che non mi piace lo stile in cui è scritto, ho solo detto che sentivo gravare sulla bella e lieve semplicità dell’opera di Salvagnini la sovrapposizione dei vari riferimenti citati. Non mi pare un paradosso, né commento sufficiente a evincere una mia dichiarazione sull’inutilità della critica in generale (ho detto anzi che l’articolo arricchisce il libro; il massimo sarebbe arricchire senza appesantire). Cordialmente

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  2. La cosa mi sorprende perché vi sono parecchie citazioni dirette dell’autrice.

    Se avrà modo di suggerire come migliorare questa faccenda della pesantezza – reiterata per ben tre volte senza soluzioni di possibili migliorie – forse potremo iniziare un confronto costruttivo.

    La ringrazio. Cordialmente.

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    1. Quel che piacerebbe leggere a me nei contributi meta-letterari, quindi una “soluzione di possibile miglioria”, è una tipologia di testo (ora non parlo per forza di questo suo articolo, ché ognuno è fortunatamente libero di scrivere ciò che crede) che, invece di esporre ed enumerare in modo diretto collegamenti e citazioni varie ad altri studiosi o altri testi, si proponga come invito alla lettura dell’opera più in termini di “impressioni personali”, certo nutrite dei tanti legami che il critico intuisce tra quell’opera e molte altre cose da lui conosciute e, magari però, solo citate come testi di riferimento in nota finale. Mi piacerebbe tanto che le elaborazioni critiche, cioè, facessero passare l’autentico piacere e l’esperienza della prima lettura delle opere, raccontandole con un taglio forse più soggettivo, libero dall’ansia di rendere oggettivo ciò che si dice di quell’opera. Fare critica senza dimenticare mai come diremmo a un amico cosa ci è tanto piaciuto (o non piaciuto) quell’opera, e perché. Buona giornata.

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  3. D’accordo. Credo anche questo, in parte, ci sia nel testo qui sopra (e, più in generale, in ogni testo che affronto) ma constato che partiamo da direzioni differenti. Ad esempio, il mettere in evidenza tratti di stile di Salvagnini “molto evidenti” non avrebbe avuto senso: quelli li scorgiamo a una prima lettura. Non era il compito che ci siamo prefisse, si può dire. Buona giornata a lei.

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