Recensioni ibride #2: #LaStanzaProfonda di #VanniSantoni

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Recensione ibrida a La stanza profonda di Vanni Santoni (Laterza)

di Ilaria Grasso

Molti hanno scritto de La stanza profonda di Vanni Santoni con le più varie chiavi di lettura e interpretazioni. Chi mi ha preceduto ha parlato dei giochi di ruolo, di controculture, della forma ibrida del romanzo ma nessuno ancora ha parlato della copertina del libro e del personaggio di Leia.
L’artista che ha illustrato la copertina si chiama Luca Maleonte. Il writer romano, classe ’83, adotta, per sua stessa ammissione, come simbolo, l’icosaedro che è anche la forma del dado di Dungeons and Dragons, un gioco di ruolo, oggetto dell’indagine del libro. L’originalità delle opere di Luca Maleonte sta nel fatto di riuscire a far coesistere moderno e antico. Troviamo infatti, nei suoi murales, richiami ai disegni medioevali, tratti dalla catalogazione di piante o animali, o rimandi alla scultura classica, statue ad esempio.
Pure nella copertina troviamo modernità (la t-shirt con lo smile e la camicia nerd a quadri rossi e neri) ed evocazioni medioevali (lo sfondo) e ovviamente richiami ai giochi di ruolo (parti di armatura e il noto icosaedro).

Chiacchierando con Angelantonio, caro amico e decennale giocatore di ruolo, ho scoperto di alcune sue opere a Roma. Nella stazione metro di Piazza di Spagna ad esempio c’è un murales di Luca Maleonte che rappresenta una dea con due leoni. Al posto del volto, un icosaedro, il noto icosaedro. Chissà se il personaggio di Leia, a cui Santoni dedica una parte sostanziale del libro, sia nato proprio da lì, dalla visione di quella dea?
Già nel suo precedente libro avevo avuto modo di apprezzare il linguaggio lirico e ispirato e mi erano piaciute molto alcune sue espressioni. Indimenticabile l’espressione “i lampi della genesi e dell’apocalisse” in Muro di Casse. Anche questa volta Vanni Santoni non si è risparmiato. Prima di Santoni molti hanno descritto, in prosa o versi il panorama del centro Italia. Penso ad esempio ad Attilio Bertolucci in questa poesia:

Io sono solo
il fiume è grande e canta
Chi c’è di là?
Pesto gramigne bruciacchiate.
Tutte le ore sono uguali
per chi cammina
senza perché
presso l’acqua che canta.
Non una barca
solca i flutti grigi
che come giganti placati
passano davanti ai miei occhi
cantando.
Nessuno.

Se nei versi di Bertolucci lo sguardo si poggia sulla natura oggettiva ed emotiva delle cose, nella prosa di Santoni c’è qualcosa in più. Ce ne accorgiamo già dall’incipit del libro:

Hai preso la macchina, ferma davanti alla vecchia casa, e hai guidato attraverso mezza valle, superando borghi e capannoni, pievi e cimiteri e balze, tra cittadine sempre più disadorne e una vegetazione dal vigore che non ricordavi; sei passato davanti all’unico posto che ancora attira gente in queste terre, che ancora alla sua gente da lavoro, quel The Mall sede, officina e outlet di Prada, e hai continuato poi su, oltre le colline aspre intorno e fino a quelle dolci e gravide di vino in cui sono andati ad abitare è […]

Il suo è un moto descrittivo che va oltre le montagne e i vegetali. Santoni scandaglia ciò che gli si para innanzi agli occhi raccontandoci anche il tessuto socio-economico del Valdarnese e ricordandoci che la manutenzione del panorama e del paesaggio è competenza anche dell’uomo e delle scelte politiche ed economiche che fa. Uno sguardo e una narrazione tutt’altro che ingenui. Anzi penso che, con buone probabilità, Santoni abbia utilizzato i propri occhi con un metodo ben preciso, quello della deriva debordiana:

[…] la piazzetta “riqualificata”, con qualche vecchio sulle panchine ostentatamente moderne, e da lì il corso: un canyon. Il letto asciutto e giallo di un fiume. I palazzi come le balze, o smotte, della campagna intorno; i dehor scuri, basalti resistiti all’erosione […]

Ma torniamo a Leia Borrelli, uno dei principali de La stanza profonda. Il nome scelto rimanda immediato a Leila Organa (Leia era il nome originario della principessa Leila in Star Wars). La famiglia Organa era composta da Breha Organa, madre adottiva della principessa, e da Bail Organa, il padre. Breha Organa era una regina, in seguito Ministro dell’Educazione. Bail Organa era un politico-ribelle oltre che una spia, uomo dotato di una forte personalità e buon acume sviluppato anche vivendo appieno gli anni di gioventù.
La famiglia Borrelli assomiglia in modo forte alla famiglia Organa. Sono entrambe famiglie privilegiate ed evolute anche perché benestanti. Leia non si è accontentata di essere “figlia di papà” o la “principessa di papà” ma ha saputo conquistare il suo pezzo di mondo, in più rispetto a quello dei genitori, facendo della sua passione un lavoro diventando una ricercatrice universitaria (è curiosa e ha un pensiero lucido e critico) ed esperta di role playing:

[…] se devo fare formazione a dei dirigenti gli faccio fare i tiri coi raise o calcolare la DCV? T’immagini..  Quando si insegna coi GdR si usano regole ridotte al minimo, con due caratteristiche in tutto […]

All’inizio della narrazione, Leia Borrelli era una “bimba che stava sempre sulle sue”. Veniva chiamata “quando c’era in ballo qualche gioco che necessitava di almeno tre giocatori” e di questo non se n’è mai fatta un cruccio. Era davvero appassionata di giochi di ruolo, non come la sorella di Paride per la quale la scatola di Dungeons and Dragons “non era altro che un altro gioco dimenticato lì” o come le “ragazze del casolare” che lo facevano una volta, per moda o forse solo per compiacere un partner. Comprensibile la difficoltà dei ragazzi a spiegare i giochi di ruolo alle fidanzate:

Come spiegare a una ragazza cosa sono i giochi di ruolo? Meglio glissare. Ma prima o poi, se la frequentazione diventa assidua, se ne dovrà rendere conto

Leia crescendo ha sviluppato la sua autonomia sia dalla famiglia che dal partner:

– Dove vai?
– Dove vo.
– Sì, ti ho chiesto dove stracazzo vai.
È martedì, quindi…
– Vai a giocare. Non avevi detto che smettevi? Che c’è ti garba qualcuno là? Quel cazzo di Tiziano?
– Guarda che se volessi incontrare Tizzi.
– Ah, Tizzi,  addirittura.
– Tizzi, Tiziano, se volessi incontrarlo andrei a casa di Parvati, che bazzica sempre là, alle feste che fanno un sabato sì e l’altro pure… Al gioco, ciccio, si gioca.
– Mah. Lui è quell’altro imbecille lì.
– Ma chi?
– Il vostro arbitro, master o come si dice. Gli piace fare il fenomeno, l’ho visto sai…
– Ciao eh…
– Aspetta. Bacio.
– E dammi ‘sto bacio…
– Che fai con quella?
– La birra? Me la bevo mentre me ne vado.
– Se ti fermano…
– MA MI LASCI CAMPARE?

Quando uno dei personaggi muore misteriosamente, è proprio la mamma ad avvertire Leia. Questa madre non è affatto la classica mamma ansiosa. Pare anzi educata dalla figlia a non giudicare e a non opporsi a nessuna delle scelte della figlia. Non ha necessità di controllare, è in pace con se stessa e ha fiducia della figlia.
Leia è forte secondo me anche grazie a questo. Non ha paura di attraversare, per andare in bagno, quel “budello di stanze sotterranee pieno di ragni e fantasmi” all’interno della quale si trova la stanza profonda che da il titolo al libro.
Quando tarda a ritornare dal bagno tutti si domandano dov’è e vanno a cercarla, scoprendo il bunker, uno dei momenti cruciali del libro e altro rimando forte a Star Wars:

[…] della struttura labirintica, che anche i più attenti impiegavano un bel po’ a dominare, andare in bagno è un affare a sé, da farsi velocemente, col fiato sospeso, i più suggestionabili (o aracnofobici come il Bollo) addirittura con gli occhi socchiusi, e quando qualcuno va c’è spesso il risolino, un risolino che vuol dire “chissà se tornerà”, e così esorcizza la possibilità che possa capitare a voi. Così quando Leia, la ragazza carina nuova. L’ingenua neofita, chiede dove sia il bagno, ecco le alzate di sopraccigli e triangolazioni di sorrisi […].

– Ma Leia?
– Eh, Leia ha trovato qualcosa.
La regina dei ragni? Ride il Silli mentre vi alzate e in fila, anzi in formazione, proprio come personaggi in sopralluogo, vi avviate di là, puntando la luce aperta in fondo, nel buio […]. Allora vieni, venite sotto, strizza l’occhio Leia, è abbastanza incredibile. E andate sotto è […]. Tuo nonno si era fatto il bunker […]

In un posto dove l’unica alternativa di vita pare essere il matrimonio, sia per gli uomini che per le donne, lei lavora con entusiasmo per produrre un valore aggiunto per la comunità (traduce La terra desolata di Eliot in valdarnese). Da sola ha sviluppato un gusto personale nella lettura dei libri (“Come lo chiamava Leia? Post-esotico?”).
Leia si assume le sue responsabilità. Crescendo è diventata donna e viene così descritta:

Carina anche “vecchia”, anche col pancione. Ha la carineria della determinazione, del saperla lunga, del non farsi metter sotto da nessuno, magari anche a costo di metter sotto, a volte, qualcuno […]

Leia è un personaggio che porta in sé il senso di essere “esempio” e “denuncia”. Non mi meraviglia che Santoni, grande sostenitore dell’iniziativa “Non una di meno”, ci abbia raccontato in questo modo di Leia. Non posso svelarvi la fine del libro ma capirete il senso di questa mia chiusura leggendolo con profondità perché non è solo di giochi di ruolo che si parla come evidenzia anche l’ultima frase della quarta di copertina:

Si può essere certi che le cose immaginarie abbiano meno peso di quelle reali?

Romanzo ibrido, recensione ibrida. Ecco qui i frutti poetici della mia lettura de La stanza profonda.

Da “un ago chiaro di luce”

Avanzi
Di fronte a te
.                     stanze
.                     stanze
.                     ancora stanze
È buio
Solo un ago chiaro di luce
pare farti strada
Ma sei una guerriera
Hai alabarde e scudi spaziali
Nulla temi
A quel bagliore ti aggrappi
in compagnia di un cavallo alato
Sali su e ancora più su in alto
verso le stelle
Salti da una costellazione all’altra
sostenuta da venti facce di dado
Nulla temi
Sconfinare in nuovi mondi
Solo questo è il tuo pensiero
e sul petto un talismano
di rose di pruno adornato
e tu che vai
.       sempre più avanti
.       sempre più lontano.

.

Da “li senti sfaldarsi, gli strati del tempo sfogliarsi via via, tutto un cartiglio di scene irredimibili che è il tempo”

Ma i muri, i muri
non li fanno solo
i muratori
Li fanno anche
i poeti e gli scrittori
Li rendono belli
con parole d’edera
e parietarie
e crepe
Dicono che il sole
li scolorisca
e che il vento
poi li faccia sparire
ma la bellezza sui fogli
rimane sempre
L’inchiostro è indelebile
Non lo cancelli mai.

Luca Maleonte Murales

Luca Maleonte (murales: stazione metro Spagna, Roma)

© Ilaria Grasso

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