Grazia Deledda, Dopo il divorzio

G. Deledda, Dopo il divorzio, Studio Garamond, euro 14,50

Dopo il divorzio esce per i tipi di Roux e Viarengo nel 1902. In quel momento, nell’Italia unita, si affronta per la prima volta in maniera tangibile la possibilità di una legge sul divorzio. Si erano già avute proposte (da parte dei deputati Morelli e Villa) intorno al 1880, ma è nel 1902 che il governo Zanardelli presenta un disegno di legge, poi affossato con 400 voti contrari e 13 favorevoli. Il disegno prevede la possibilità per una coppia di separarsi in caso di sevizie, adulterio, reclusione di uno dei coniugi (com’è il caso di questo libro) e altri reati. Le frange cattoliche si scagliano contro quelle liberali. Grazia Deledda, in quel momento a Roma, capta il dibattito tanto acceso e lo mutua in letteratura, sfiorando in maniera tangenziale l’adesione a questo o quel versante ideologico ma mettendo in scena nella piccola Orlei, cittadina sarda, l’accoglienza che questa novità ha nelle dinamiche sociali e nell’intimo degli uomini: possibilità e desiderio, legalità e peccato, sono parole di massima occorrenza e perni psicologici della narrazione.
Ora Dopo il divorzio esce di nuovo, seguendo filologicamente l’edizione del 1902. Il testo originale ha infatti una corposa storia a valle: nel 1905 la traduzione inglese vedrà, su suggerimento dell’editore newyorkese, un happy end, e un’altra stampa del 1920 vorrà piccoli rimaneggiamenti in base alla legislazione dell’epoca. Eppure non è solo sulla base di un dibattito su una legge che si impernia la vicenda di Giovanna e Costantino. Renato Marvaso, che ne cura l’introduzione, mette in luce i richiami cristologici dell’opera, a partire dal suo esergo, tratto da Luca, XVIII, 34: E dopo che lo avranno flagellato lo uccideranno… Ed essi nulla compresero di tutto questo. Il vero tema, rileva Marvaso, è quello del martirio, e basta seguire la sua ottima introduzione per guardare il romanzo ottimamente sotto questa luce.
La storia è quella di Giovanna e Costantino, sposati solo civilmente in attesa di un matrimonio religioso e separati da un’accusa per omicidio nei confronti di quest’ultimo. Costantino è innocente, ma condannato a ventisette anni di galera; Giovanna, rimasta senza possibilità di mantenere se stessa e il figlioletto (che morirà di lì a poco), divorzia dolorosamente dal marito e sposa un suo vecchio pretendente, l’aggressivo proprietario terriero Brontu Dejas, senza riuscire a dimenticare il suo Costantino.
Agnello: è così che Giovanna chiama Costantino nelle prime pagine, in un breve e religioso monologo che sembra quasi un inno. E Costantino, da parte sua, accetta quello che gli sta capitando perché sospetta di star espiando il peccato mortale di aver vissuto con Giovanna prima di un rito religioso.
Ma una delle tematiche che a chi scrive sembra più potente è quella della diversità di percezione delle cose tra chi ama e chi è libero dalla stretta di un innamoramento. Grazia Deledda ha una penna maestra nel tratteggiare la febbre degli innamorati. Il libro stesso inizia in una stanza dove c’è una persona che piange, Giovanna, e una persona che la spinge a non piangere più, sua madre. Non si contano i consigli, i tentativi di inquadrare le cose in una prospettiva più tranquilla, a mettere le distanze tra la paura per ciò che avviene e la possibilità di una rassegnazione per ciò che deve avvenire.
In chi ama, l’amore fa deflagrare la percezione della morale, della logica, del tempo:

Quel giorno doveva decidersi il destino del suo sposo. Ella aveva la certezza della condanna di Costantino, ma si ostinava a sperare ancora. Che egli fosse o no colpevole ella non pensava affatto, e forse non aveva pensato mai: solo la conseguenza del fatto, la separazione forse eterna da quell’uomo giovine, dalle forme svelte e forti come quelle d’un veltro, dalle mani lisce e le labbra ardenti, la martoriava. E nel ricordare sentì tanta angoscia che balzò incoscientemente dal letto e cominciò a vestirsi, dicendo con voce anelante:
«È tardi, è tardi, è tardi…»
Zia Bachisia aprì i suoi piccoli occhi di lucciola, ed anch’essa si alzò; ma sapeva bene ciò che doveva accadere quel giorno e il giorno dopo e un anno e due e dieci anni dopo, per scalmanarsi. Si vestì, intinse le man nell’acqua e se le passò sul viso una sola volta; poi s’asciugò e avvolse la benda sul capo con somma cura.
« È tardi» ripeteva Giovanna. «Dio mio, è tardi..»
Ma la calma della madre finì col calmare anche lei.

Chi non ama ha il dono di guardare oltre l’urgenza furibonda di un presente pieno di minaccia:

«Coraggio!» disse zia Poredda, congedandosi da Giovanna.
Ella sentì già la condanna di suo marito nella voce dell’ospite, e andò via a testa bassa, come un cane frustato. Paolo la seguì con gli occhi, poi andò verso sua madre, zoppicando come un pulcino ferito, e le disse una cosa strana:
«Sentite. Non passeranno due anni che quella giovine riprenderà marito.»
«Cosa dici, dottor Pededdu?» gridò la donna, che quando s’arrabbiava chiamava suo figlio col soprannome. «In verità mia, tu sei matto.»
«Oh, mamma, io ho attraversato il mare!» disse egli. «Speriamo almeno che mi scelga per suo avvocato!»
«Quel giovinetto!» diceva Giovanna a sua madre, mentre scendevano un ripido viottolo, «mangia come un cane, che Dio lo salvi.»
Zia Bachisia camminava pensierosa, e rispose a denti stretti:
«Sarà un buon avvocato; rosicchierà i clienti fino all’osso: anzi li divorerà vivi e buoni.»
Detto ciò tacquero entrambe. Ad un tratto zia Bachisia inciampò in un sassolino, e mentre inciampava, non si sa perché, pensò che se Giovanna dovesse un giorno far divorzio, ella avrebbe pregato Paolo ad esser avvocato di sua figlia.

Anche Brontu ama, ma il suo amore è raffigurato come quello delle anime nere. Lo vediamo scoppiare quasi subito in un pianto avvelenato per lo sconvolgimento e la gioia della condanna di Costantino, per la quale ha pregato. Vediamo il suo desiderio negli incontri con Giovanna, prima che lei lo rifiutasse, quando arrossisce con tutto il corpo. E osserviamo come la prende al laccio. Lui è il desiderio allo stato puro.
Altri prenderanno il loro statuto preciso, in quell’inizio della seconda parte che è discussione sull’anima del divorzio: Zia Porredda che trova scandaloso come ci si possa sposare avendo già un marito, Giovanna che lo trova perdonabile essendosi prima sposata solo con rito civile, il fratello Paolo che vagheggia un giorno in cui nessun rito, né civile né religioso, sarà necessario agli uomini per unirsi e separarsi quando il loro amore sarà finito. In queste poche, preziose pagine il fuoco di una discussione accesa in tutta Italia.
Ma all’interno del libro, e oltre questa pausa prima di un matrimonio che le occorre a non morire di fame, Giovanna pensa sempre a Costantino, «così buono, bello, gentile e pulito» contro l’ubriaco appassionato marito che la legislazione per fortuna le permette di prendere, ma il suo cuore non desidera prendere davvero.
È con il cuore in gola che assistiamo quasi sulla fine del libro alla passeggiata di Costantino scarcerato, allegro e assieme gonfio di pianto. Il finale meravigliosamente aperto, contrariamente all’happy end del 1905, conserva la tenerezza e la feralità che attraversano l’intero libro, nel momento in cui tutto può accadere e possibilità, desiderio, legalità e peccato compiranno un altro giro di vite.

© Giovanna Amato

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