Ostri ritmi #10: Milan Jesih

Pa bom oglje

Nasilje pade, če ne umakne pogleda.
Metalurgija postane njegov postelj.

Čas je težak in včasih mi – kot nam vsem – zmanjkuje volje;
čas je takšen, da mi včasih zmanjkuje tudi možgan,
takrat se pribijejo na dan moje temačne strasti
in z njimi blodim križemkražem dolge ure dolgih noči.

Žalosten in sam, razbolelo nepotešen,
ranjen, predan, ognjevit, pa nerazumljen
poln Oriona in črnih fantazij,
takšen, da me je sreča srečna, ko naposled padem.

…..Allora sarò carbone

La violenza scema, se non distoglie lo sguardo.
La metallurgia diventa il suo giaciglio.

Il tempo è pesante e a volte a me − come a noi tutti − manca la voglia;
il tempo è tale, che a volte mi manca persino il cervello,
allora s’inchiodano nel giorno le mie passioni oscure
e con loro vago senza meta per lunghe ore di lunghe notti.

Solo e sconsolato, dolorosamente insoddisfatto,
ferito, devoto, ardente, ma incompreso
pieno di Orione e fantasie nere,
tale che la fortuna mi sorride quando alla fine cado.

***

Ritem

Odpuščam, okna!
Moja polnoč nima prostora za sluh,
moj porod je testo za goli zalet v vrtove run;

sužnost ksenonu, diodam in ulancem histerije
je dvignila čist dan iz zlatih obronkov mojih pljuč,

zato naturščiki spoznavajo novi zven mojih kresov!
zato sem dolg in bel v temeljih patosa in marksizma!

…..Ritmo

Perdono le finestre!
La mia mezzanotte non ha spazio per l’udito,
il mio parto è un impasto per il nudo slancio nei giardini delle rune;

la schiavitù verso lo xenon, i diodi e gli ulani dell’isteria
ha fatto sorgere un giorno limpido dalle periferie dorate dei miei polmoni,

per questo i dilettanti riconoscono il nuovo suono dei miei roghi!
per questo sono lungo e bianco nei fondamenti del pathos e del marxismo!

***

Lirik! Lirik!

Si videl, tiger, ki me spremljaš, čistost teh neskončno
krutih postav in dihov,
si videl, da že zdavna veš, da mi je svetló ime Dakh
in da sem že ves čas otrok?

Objel me je plavogrivi vrtinec smrtonosnega svinca.
Ostal sem z olupljenimi rameni, z olupljenim snom in sam,
navdihnjen z uporno potjo v zapore, v njihovo jutro;
odsmejal sem se v pesmi stiske v vratu, odsmejal sem se
v dolgem nožu, v slavcu,
da so se poslani v moj čas prestrašili in zbežali jadrno
nazaj k svojim pošastim.

Tu sem, domujem v permanentnem pohodu zoper
svoje srebrne brazgotine,
jablane se jokajo, ko gledajo moj nepostrižen polet.
In jablane so v cvetju, v veslanju, v brizganih modusih časa.

…..Lirico! Lirico!

Hai visto, tigre che m’accompagni, la trasparenza di questi corpi
infinitamente crudeli e di questi respiri,
hai visto che sai già da tempo che porto il fausto nome di Dakh
e che sono già sempre un bambino?

Mi ha abbracciato un gorgo dalla cresta azzurra di piombo mortale.
Sono rimasto con le spalle scorticate, un sogno scorticato e solo,
ispirato dalla via ribelle verso le sbarre, verso il loro mattino;
ho riso nella poesia dell’angoscia sul collo, ho riso
in un lungo coltello, in un usignolo,
così che si è spaventato chi è stato mandato nel mio tempo ed è fuggito di corsa
indietro dai propri fantasmi.

Sono qui, abito nella perenne marcia al contrario
della mia cicatrice argentata,
i meli piangono quando guardano il mio volo scarmigliato.
E i meli sono in fiore, remando nei modi schizzati del tempo.

***

Ven

Mrak je padel na deželno cesto,
živ sem, čeprav nebo še vedno črna znamenja gostí;
moji lasje so razviharjeni, moj čas me skeli.

Bujni smisel zgodovine se mi obeša v nagon kot netopir,
prikovan k cvičku in poln bridkosti sem obsedel:
o, kakšni horizonti so v neutrudnih gibih Besede,

ki me v navalu ironije vsega noter vase jemlje
in vse nervozno s slednje misli moje zmije
in me napne od lune pa do zemlje,

da tiho in pobožno zaihtim: “Das ist ja sicher!”

…..Fuori

L’oscurità è caduta sulla strada provinciale,
sono vivo, sebbene il cielo ospiti ancora presagi sinistri;
i miei capelli sono arruffati, il mio tempo mi brucia.

Il voluttuoso senso della storia mi si appende all’istinto come un pipistrello,
mi sono messo a sedere, incollato al vino e pieno d’amarezza:
oh, che orizzonti ci sono negli instancabili movimenti della Parola,

che in un eccesso d’ironia mi prende tutto da dentro
e nervosamente ripulisce tutto da ogni mio pensiero
e mi tende dalla luna fino alla terra,

così che io singhiozzi, piano e con devozione: “Das ist ja sicher!”¹

***

Lakota

(Ivu Svetini)

Za vsakim od nas je tisoč let ostre lepote!
pred vsakim veter! tkanje kovin!
biči! hčere ubeglih kupol v težkih dnevih prsi,

jadra kot posebno stanje zavesti, usojeno v smrt:
jadra, ki so jim najlepši mladi moški dali solze srca,
zaprli zanje svoje vroče sanje in napone v spanje brezdanje,
kamor bova, pesnika do dna, tudi mídva svoje potovánje nášla;

lahko je biti vandal, če si pesnik, otrok in vojak,
tedaj je na svetu najlažje plavati v konjih v škrjančjem cvetju.

…..La fame

(a Ivo Svetina)

Per ciascuno di noi ci sono mille anni di affilata bellezza!
prima di ogni vento! la tessitura del metallo!
fruste! figlie di cupole sfuggite nei difficili giorni del petto,

la nave come un particolare stato di coscienza, condannato a morte:
la nave, a cui hanno dato le lacrime del cuore i giovani uomini più belli,
vi hanno chiuso i propri sogni e sforzi ardenti in un sonno eterno,
dove entrambi, poeti fino in fondo, anche noi troveremo il nostro viaggio;

è facile essere un vandalo, se sei poeta, bambino o soldato,
allora la cosa più facile al mondo è navigare tra i cavalloni, tra i fiori d’allodola.

Fonte: Milan Jesih, Pesmi [Poesie], Cankarjeva založba, Ljubljana 2006
___
¹ In tedesco, “Questo è certo!”

© Traduzione a cura di Amalia Stulin

Milan Jesih nasce nel 1950 a Ljubljana. Studia Letterature comparate all’università della capitale e si specializza nello studio del russo e dell’inglese. Professionalmente si afferma come traduttore di prosa, al punto che le sue versioni dei classici russi e inglesi (Čechov, Bulgakov, Shakespeare) diventano dei classici.
In realtà il suo rapporto con la poesia inizia a svilupparsi già da giovane, alle scuole medie, ma è all’università che acquisisce la maturità necessaria a pubblicare la prima raccolta, Uran v urinu, gospodar! (1972). Seguono sette altre raccolte di inediti, di cui l’ultima esce nel 2000. Nel 2002 riceve il premio Prešeren per l’intera opera poetica, mentre è due volte vincitore del premio Jenko, nel 1991 e nel 2001.
La sua lirica si avvicina molto, soprattutto agli inizi, a quella di Tomaž Šalamun. Si nota come l’autore lascia quasi che il testo si sviluppi da sé, che le parole “giochino” tra loro senza inquadrarle in un contesto preciso. Jesih al massimo incanala il flusso poetico verso una certa direzione, che costituisce il fulcro tematico di ogni raccolta. In particolare in Legende (Leggende), raccolta in cui compaiono per la prima volta gli estratti qui proposti, emerge forte l’elemento della negatività in forma di delusione e amarezza, della confusione nei confronti delle esperienze della vita, nel piccolo, e degli andamenti della Storia su un piano più universale. Queste riflessioni vengono proposte attraverso un linguaggio sottile, a volte ermetico, ma perfettamente padroneggiato, soprattutto dal punto di vista grammaticale.
Jesih è traduttore di prosa e teatro, poeta e drammaturgo.

© a cura di Amalia Stulin

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