#Capogatto di Emilia Barbato (di C. Tosetti)

Con Capogatto (puntoacapo Editrice, 2016; prefazione di Elio Grasso) Emilia Barbato è alla sua terza fatica, dopo Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) e Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014). È inoltre presente in diverse antologie (Fusibilialibri, Ursini, Aletti, Fondazione Mario Luzi Editore).
La silloge in esame si apre con una poesia (Quel modo di essere luoghi, pag. 11), che cita il romanzo di Christina Stead (L’uomo che amava i bambini, Adelphi, 2004, o – nella prima edizione italiana – Sabba familiare, Garzanti, 1978). La composizione è un sussurrato sprone ad imitare la capacità del luogo di resistere, accogliere, di fare da sostrato passivo e cautamente compassionevole allo svolgersi di eventi, sia umani che legati al divenire delle cose, inevitabili; il romanzo citato ne evocherebbe anche di dolorosi, violenti, ma i versi di Emilia Barbato sono quanto di più lontano possa esistere dalla violenza, e la poesia sopra citata ne è l’emblema, in quanto vi è un palpitare sommesso, una tensione delicata, un pioppino tremore, descrivendo l’ineluttabile sfacelo della materia trascurata ed il tedio della vita nell’abitudine; gli attori sono pervasi e pervadono di malinconia, ma le parole vengono filtrate dalle maglie della levità, caratteristica della poetica dell’autrice, maglie la cui lega – all’interno della raccolta – contiene metafora e allegoria e, per l’appunto, luoghi.
Ecco un altro tratto distintivo: il luogo, che, nella poetica dell’autrice, appare un elemento fondamentale, anche quando un preciso luogo è assente. Funzionalmente alle poesie di Emilia Barbato, il luogo (in un senso molto ampio: luogo è la vigna, ma anche il cuore) è però da intendere nell’analitica accezione aristotelica, non quindi ecosistema, o piazza o città (benché, nella raccolta, vesta di volta in volta gli abiti del mare, della foresta, della città, di una stagione) ma in quanto limite immobile, contenente degli eventi o dei contenenti nei quali i fatti si svolgono, dove “gli enti si muovono”; anche una riflessione in versi, avulsa da una collocazione spaziale precisa, ha in questa assenza di luogo uno degli strumenti mediatori della Barbato. Non vi sono incantate descrizioni di paesaggi e fiori; questi due elementi, che assumo ad esempio, appaiono come strumenti retorici. In questo senso, i luoghi sono “contenenti i fatti” e permettono la descrizione indiretta degli stessi.
Non mi pare casualità, allora, che il vocabolo “contenere” compaia nella poesia sopra nominata:

Quel modo di essere luoghi

Quello che dovremmo recuperare con cautela
è il nostro modo di essere luoghi,
di raccoglierci e languire riflettendo l’aggressiva
decadenza delle cose, delle case, dei muri,
il progressivo franare dei margini delle strade,
dovremmo ammettere di contenere
la popolazione stanca di una baia
e il fastidio della sua aria salmastra, la noia
dei rami, capire di essere la riva dove si ripetono
le acque tristi e la terra, la solitudine
del bastione di Spa House che resta nell’incuria
e nel romanzo di quell’uomo che amava soltanto i bambini.

Emilia Barbato sceglie il verso libero e, nella prima sezione del libro (BASTÌA), compaiono anche due brevi prose e delle composizioni che sconfinano nella prosa poetica. Ciò, al lettore, potrebbe suggerire eterogeneità, ma la visione d’insieme del libro pare tratteggiare un percorso preciso: il “resistere accogliendo” della prima lirica pare un desiderio, una speranza, che si densifica avanzando fra le pagine, si intravede nella seconda sezione, sezione di riflessione e bilancio (CAPOGATTO), fruttifica nell’ultima (VIA DEI TRANSITI), in cui il fremito muliebre (sempre percepibile) lascia trasparire una scrittura più distesa, la visione di una certa serenità, o il superamento di un periodo di difficoltà.
La difficoltà, perno della sezione BASTÌA, viene chiaramente dichiarata in una composizione (una prosa poetica a pag. 30, Santuario) in cui la disperazione sfocia in una supplica al trascendente, un’appassionata prece, dove – come già precisato – il luogo è fortemente connotativo (sia inteso il Santuario come costruzione, luogo in cui ci si rivolge al Divino, sia come Tempio interiore):

Ti offro miserie, il dolore dei lacci, l’ex-voto
di questo cuore, preghiere, ancora preghiere di supplica,
ti prego, ti prego fammi mantenere un cammino irreprensibile,
seguire la ragione, i giorni, le prescrizioni.
Costringimi alla disciplina, al rispetto delle cure,
agli orari, al rigore di questa stanza vuota, rinuncio
alla sua bocca, alle mani, al corpo,
perché il suo corpo mi consuma come una maledizione,
la sua assenza mi salva e danna in una forma vuota,
senza ragione, irregolare, come nuvole che scorrono negli occhi,
occhi liquidi, occhi freddi, come la morte che ho nel cuore,
la morte dei fili strappati tra le mani,
lontano, fuori da queste mura, lontano, stormisce
la foresta e i miei pensieri, avvampano i roghi della voce,
bestemmia la sua lingua,
un’unica bestemmia folle nella mia bocca,
ripeto suppliche d’intercessione, ti prego, ti imploro,
dammi la forza di continuare a tenere
pulito il santuario, […]

Il “fremito muliebre”, che ho sopra nominato, uno dei timbri delle voci femminili in poesia, voci di cui Emilia Barbato è una tipica espressione (dove l’aggettivo “tipico” non vuole sminuire, ma descrivere) e l’attenzione, il desiderio, per e della natura, chiama alla memoria celebri autrici (nella prefazione, Elio Grasso allude a Wisława Szymborska); mi prendo la libertà di citare una grande italiana. In Antonia Pozzi persino la giocosa descrizione dei rapanelli in vendita è percorso dall’inquietudine (in Primizie di stagione) e proprio Antonia Pozzi mi permetto di accostare all’autrice che commento, trovando composizioni che me la ricordano, nelle poesie brevi, come Minacce di temporale. Al crepuscolo/ l’arroganza chioccia dei passeri/ a sforbiciare l’acquoso cielo/ per inaffiare di pioggia/ la mia stizza rinsecchita. 26 aprile 1929 (Antonia Pozzi, Parole, Àncora Editrice, 2015).
In BASTÌA leggiamo, a pag. 33:

Un piccolo terremoto, un nido

Vedi, fatti bulbo,
contieni
luce e immagini, mondi,
un piccolo terremoto, un nido.
Fatti minutissima,
una viola,
racchiudi risonanze, il timbro
intenso del silenzio.

E ancora, Camelia, pag. 41

Anche le più irrisorie seccature,
come spore, inselvatichiscono il cuore,
lo trasportano oltre l’aria coltivata
dei gesti, dell’affezione,
una stagione rovinosa si avventa
sull’umore maltrattandolo come
una gragnuola con la camelia: muore
in un colpo solo, perdendo l’intero fiore.

La seconda sezione, CAPOGATTO, composta da due poemetti allegorici, che ho sopra definito “di riflessione e bilancio”, superata la sezione BASTÌA, è la preparazione alla rigenerazione, rigenerazione indotta gioco-forza dal titolo (del libro, della sezione e del primo poemetto), nella cui allegoria l’autrice indica la via della sua personale rinascita, che richiede tagli e sudore (Capogatto, pag. 45). Con “far capogatto”, si intende l’azione di interrare la punta di un ramo della vite, data la capacità di produrre radici dall’apice:

1

Separo tutto,
asporto il ricordo
dell’ultima propaggine
delle tue mani nel mio corpo
moltiplicato da ulteriore nudità
e qualche menzogna,
dissipo finanche la voglia e l’ipotesi
di un uomo che mi risolva.
[…]

3

Potare è un movimento sapiente,
la cruenza necessaria dell’agronomo
sui capi a legno perché
i tralci gemmino,
recidere è il tono ubbidiente
della mia voce
all’impeto della mente
affinché il cuore, tremando, taccia.
[…]

6

Disponi le mie gemme dormienti
nel verso giusto,
dipana il verde dei germogli
sul tuo soggetto vigoroso, rispecchiando
affinità e epoca dei bocci,
segno teneramente la tua corteccia
con un’impronta trasversale e una longitudinale
traccio la sacralità in cui mi innesto.

La medesima atmosfera diffonde il secondo poemetto (Maggio, pag. 47), che prosegue nell’allegoria “geòrgica”:

settimana 1

Per convincerti, dispiega, tra rondoni
e papaveri, tredici miti settimane,
assiepati alle spighe d’orzo,
ai silenzi dei ruderi, misura
la produttività delle tue erbe
selvatiche, le tue farine mancate,
le semine e i concimi che hai omesso,
che loro avrebbero voluto.
[…]

settimana 4

Prendi una fitta infiorescenza,
il suo colore pallido, un profumo intenso
nel giardino segreto di tre fanciulle,
figlie della notte, produci,
da tredici coroncine fertili,
un distillato lenitivo, un olio essenziale,
calma la confusione dei pensieri,
i disturbi d’ansia, la paura delle spose.
[…]

snodo–otto settimane

Quale greto manderà a memoria
il ricordo delle acque, i profili, le portate,
su quale sponda
i miei occhi ricominceranno a scorrere
come fiumi sui ciottoli,
di quale pianura traccerò
le anse, la pericolosità
di un nuovo meandro,
sei vecchio o saggio quando
i colpi che dovrebbero piegare
insegnano bellezza,
quando desideri restituirti ai luoghi.

Nella terza e ultima sezione (VIA DEI TRANSITI), che ho definito più “distesa”, la scrittura – pur mantenendo l’impronta fremente dell’autrice – appare vergata da mani “alleggerite”, come se l’autrice finalmente respirasse, regalando anche sprazzi di luce, di speranza, come in pupa (pag. 51):

Non alterare lo stato di quiescenza
della pupa, la stasi, l’aria calda
dell’occhio, la regione
quasi calma del ciclone,
la farfalla, le cui ali penzolavano,
espande liberandosi
dal bozzolo e in uno stadio muore,
nell’altro, improvvisa, vola.

Analogamente, in simurgh (pag. 55). Simurgh è un uccello della mitologia ed epica iranica:

Un ramo eterno
come posatoio
Simurgh dove
annullare l’instabile,
il tuo necessario
fuoco per liberare
i semi, le specie selvatiche,
l’idioma indecifrabile
della mia passione,
il rombo della tempesta
e dentro il suo silenzio,
l’antica via dei canti.

Nella terza sezione predomina il luogo “città”; si riconosce Milano, dove l’autrice vive, come in “in centro”, (pag. 54):

E se ombrosa e piccola giro
tra guglie e vetrine, se accordo
le sassaiole dei tacchi,
i passanti e i ritmi,
l’asfalto mi attira e trema
e la città colpisce con la mano
di un miserabile, un vuoto,
lì, dove ipotizzavo
dita tra i capelli e un fiato
per le nostre bocche,
pervade l’odore
di ferro metropolitano.

Come ultima lettura propongo la curiosa “perciò vivo nei sogni” (pag. 60), dove la situazione descritta nella quartina finale è tragicamente conosciuta dai pendolari che brulicano nelle gallerie della metropolitana:

Gli uomini erano necessari
e si aiutavano, avevano dimenticato
le piccole efferatezze e sistemato
per sempre i coltelli nel seminterrato,
non giudicavano, operavano solo
per il bene comune, mormoravano
come limpidissime acque e le sere
si ritrovavano felici nelle case,
nettando sugli zerbini quel poco ego
rimasto, riempivano del giusto lo
svuotatasche e tutti
erano uguali, privi d’ansia.
Se uno cadeva, l’altro misurava in utilità
il tempo del rialzo,
se uno pensava di morire
sul binario, l’altro non imprecava del ritardo.

© Carlo Tosetti

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