Daniela Scuncia, Il caso dell’elefante rosa

Elefante Rosa, Copyright Matin Cloutier

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Daniela Scuncia, Il caso dell’elefante rosa

Quando si parla di felicità, bisogna essere sempre cauti, eppure quel giorno ero felice. Tornavo a casa con il mio elefantino rosa. Una creatura unica e particolare, alta non più di un metro e sessanta centimetri, coperta da una leggera peluria iridescente. Naturalmente, la cosa più interessante era il suo colore. Non apparteneva alla specie degli elefanti africani con il colori della terra, né a quelli indiani dalle orecchie piccole e più grigi. Era proprio di un bel rosa gote di un bambino coccoloso; rosa orsetto di peluche usato troppo, rosa, del succo del melograno quando si spacca aprendosi al sole. Avevo il mio tesoro e mi seguiva volentieri tra i viali della città, mentre lo portavo nel giardino di casa. Già a quell’ora del mattino, qualcuno aveva cominciato ad additarci per la via,  i primi sorrisi e le prime domande. Finché arrivata a casa, lo lasciai vagare libero sotto gli occhi dei curiosi. Anche nei giorni successivi, c’era sempre qualcuno a sorvegliare ogni minimo passo e movimento di quella tenera meraviglia. Tuttavia presto le cose si deformarono, assunsero toni oscuri e inquietanti. Quel colore così rosa, quel fresco accento della sua pelle, era dovuto a un’alimentazione di un tipo davvero particolare. L’elefante si nutriva di albe e tramonti.

Non è che sottraesse all’alba tutto il chiarore, né al tramonto il viola o l’arancione del cielo. Solo e soltanto, qualche minuto del sorgere e del tramontare del sole. Non ho mai pensato a tutto questo come a un dramma, piuttosto come a un prezzo da pagare per un vantaggio ulteriore. La bellezza di questa creatura e la sua capacità di rasserenare il cuore più nero, mi sembrava meritassero anche un costo più elevato.  Ma non tutti pensarono così. Sorsero albe e giacquero tramonti, e cominciarono le prime rimostranze, qualche domanda insidiosa e qualcuno capì, definitivamente, come stavano le cose. Annunciato da un impetuoso tumulto, alla mia porta, comparve un giorno, il comitato PRESTO E BENE.  Questa storia dell’elefante aveva già portato abbastanza problemi: aveva sottratto preziosi minuti alle giornate, portando notevoli danni economici. Scombussolando l’ora di sveglia, la gente non andava più puntuale verso i propri impegni; così come l’ora di rientro era caratterizzata da una grande confusione. Era arrivato il momento di finirla. Presto e bene, appunto, con l’allontanamento o la rimozione forzata dell’animale, se del caso.

Un pomeriggio di un giorno qualunque, si presentò il secondo comitato. Una rappresentanza di innamorati e poeti. Ecco, essi non avrebbero mai voluto chiedere una cosa del genere, ma la soppressione dell’elefante era diventata una priorità. Non era tanto il problema dell’alba, che quasi nessuno seguiva con attenzione, quanto, piuttosto il tramonto. Tutta la poesia di quei magnifici momenti, con il disco di fuoco che affonda i raggi e poi si tuffa nell’infinito dietro il mondo… Ecco, tutto questo  era orfano di una parte dello spettacolo. Come avrebbe potuto fare a meno, il mondo, di quella poesia? Come avrebbero fatto i cuori infiammati d’amore, privati di un orizzonte comune dove le emozioni trovavano il loro vertice? Insomma, questo era il comitato FINIAMOLA! Imperativo esortativo, con punto esclamativo finale.

Il giorno successivo, verso le undici del mattino, arrivarono un gruppo di mamme. Donne curate, ma con i capelli in disordine e gli occhi cerchiati, pronte  a sottopormi la loro situazione. Senza l’alba le loro creature avevano gravi problemi a orientarsi nella giornata. Le prime luci dell’alba erano il segnale di un giorno già sorto e la poppata a quell’ora sarebbe dovuta terminare e non, invece, appena cominciare. Questo ritardo si trascinava per tutta la giornata fino a sera, quando la mancanza del tramonto contribuiva a sconcertare i virgulti che a questo punto andavano a dormire troppo presto, svegliandosi la notte a più riprese. Il comitato delle neo-mamme non era riuscito a trovarsi un nome per mancanza di tempo, ma nel mio elenco l’ho chiamato RIPRENDIAMOCI L’ALBA.

La compagnia più agguerrita fu, però, quella arrivata al mattino del terzo giorno successivo. Arrivò con una serie di pannelli, nei quali venivano riportate schematicamente le loro rimostranze di tipo “matematico”. Se i minuti sottratti all’alba sono 4,30 e quelli del tramonto altrettanto , posto che la terra giri alla stessa velocità sia al mattino che alla sera, si pone una sottrazione netta di minuti nove 9 alla singola giornata, che in una settimana: min 9* 7= min 63 e cioè parliamo solo in una settimana di un’ora e tre minuti. Rapportando a un solo mese, avremo perso h1 e min 3* 4=h4 e min 12 e senza contare i mesi di cinque settimane! Più grave il problema se riferito a 365 giorni che ci sono in un anno, e senza contare gli anni bisestili. Proponevano, dunque, la soppressione dell’animale al grido di MORS TUA VITA MEA, nome anche del comitato. Dopo questa dettagliata spiegazione, suffragata da urla d’incoraggiamento, le mie lacrime, prima ferme sul ciglio, cominciarono a diffondersi sulle guance, incapace di una sola parola in grado di arginare la veemenza delle argomentazioni. La cosa cominciava a farsi seria, i nomi e le proposte dei comitati non lasciavano spazio alla speranza. Tutti o quasi volevano l’elefante morto, al meglio fuori dai piedi.

Ma quando meno me lo aspettavo, ecco, che timido, mi si avvicinò un gruppo di persone. In silenzio e circospezione mi abbracciarono. Avevo tutta la loro solidarietà e il loro appoggio. L’elefante è un dono al nostro mondo con la sua stessa esistenza e con le emozioni che è in grado si suscitare nel cuore degli uomini. A volte perdere qualcosa significa trovarne un’altra. Loro avevano trovato una dimensione interiore dalla quale attingere il bene, nella quotidianità ripiegata su se stessa e priva di slanci. Fratelli miei! Avrei voluto gridare. Rimasi in silenzio invece, con gli occhi chiusi, per non far fuggire il balsamo di quelle parole nel mio animo ormai sconvolto.

Fu poi la volta dell’ultimo comitato, arrivato alle 16.00 in punto, previo appuntamento. Un gruppo di sette uomini e due donne, uno dei quali portava un distintivo a fascia e dopo le presentazioni, cominciò a parlare. Erano stati democraticamente eletti ed erano lì, a rappresentare tutti i membri della comunità: lavoratori, lavoratrici, madri, padri, studenti, persino i disoccupati e gli ammalati. Pur riconoscendo la pubblica utilità, che la presenza dell’elefante, apportava nella comunità tutta, erano venuti, con sommo rammarico, a chiedere che l’elefante venisse ridotto all’impotenza con qualsivoglia mezzo, finanche l’annientamento; al fine di recuperare quella vigoria creativa venuta meno a causa degli effetti contemplativi, causati dall’animale. Erano ben decisi e determinati a portare a casa una mia  risposta in senso positivo, o comunque a suscitare l’impegno, da parte mia, di concludere una volta per tutte l’increscioso “incidente”.

La situazione stava trascendendo, i simpatici gruppi di curiosi, presenti all’inizio di questa avventura si erano trasformati in poco tempo in bande organizzate di dimostranti che confabulavano tra loro alla ricerca di una soluzione in grado di arginare quello sciupio di tempo, denaro, poesia, ecc. ecc. Scoprirono, ben presto, che se occludevano all’elefante la visione dell’alba o del tramonto con i loro cartelli, il povero animale non riusciva a nutrirsi. Si organizzarono, dunque, con dei larghi teli neri con i quali circondarono il mio giardino creando quasi una notte perenne. Invano , andavo a rimuoverli, grazie anche all’aiuto dei miei pochi  sostenitori. Quelli come in preda all’esaltazione data dall’obiettivo comune, correvano a rimediare. Il mio piccolo e felice amore, senza cibo cominciava a deperire e scolorire. Il suo rosa era come le gote esangui di un bimbo malato, come l’orsetto rosa di peluche lavato troppe volte, rosa come il succo del melograno colato da un marciume nascosto. Ormai, trascorrevo il mio tempo accanto a lui, contando le ultime carezze, condividendo l’ultima parte di un sogno troppo breve. Era una lotta senza speranza.  La fine dell’elefante era la soluzione a tutti i problemi. Arrivò un giorno, in cui l’elefante non provò più, neanche a sollevare la proboscide verso il cielo, mentre, cominciò a tastare il suolo e a strappare qualche piccola foglia dai cespugli del mio giardino. Tutto, allora, tacque. Persa la sua luce, il suo colore, l’elefante cominciò a nutrirsi di ciò di cui tutti gli elefanti si nutrono. Ancora attoniti,  i dimostranti rimasero fermi a guardare lo spettacolo della normalità. Poi, senza troppo scalpore, tirarono giù i teli e tornarono alle loro case. Gli spavaldi dalla voce grossa, i vergognosi guardando le loro scarpe, i contegnosi fingendo indifferenza. Nessuno di loro ricorda se fosse l’alba o forse il tramonto.

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© Daniela Scuncia

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