Martingala #7: Il paese del sole

nap

fotografia di Giulia Amato

Questa terrazza ha visto nascere le migliori pagine cui io abbia mai dato fuoco.

Mia sorella telefona per chiedermi una mano col trasloco.
Il che è un modo sottile di intimarmi di tornare a prendere la scorta iniqua di libri che ho lasciato, nei mesi, nella casa napoletana in cui ho abitato prima di lei. Adesso che deve sgomberarla non vede alcun motivo per fare tutto il lavoro da sola.
Allora mi preparo. Ho provato, davvero, a immaginare Napoli nella forma della sirena che le ha dato il nome, ma ogni volta la linea del suo golfo, i suoi costoni, l’odore del suo tufo, mi riportano l’immagine di un adolescente sacro e capriccioso. Un cacciatore greco, adorato dagli dèi e morto in una di quelle maniere rocambolesche e macabre che agli dèi piace inventare per far morire i ragazzini che hanno adorato. Così guardo Roma, la magnifica signora, e la saluto per cedere al richiamo del ragazzo scuro. Né la signora né l’efebo sembrano troppo colpiti dalla mia decisione. L’unilateralità è una delle costanti dei miei slanci emotivi più sentiti.
Arrivato, ho due giorni per ripercorrere tutto quello cui avevo tentato di abituarmi nei miei mesi napoletani.
Ho dei piani. Organizzerò la giornata in base all’ora in cui il sole spunterà in terrazza. Farò del carboidrato il mio migliore amico. Mi incapriccerò per fare le mie passeggiate, due e sempre uguali, che fino a qualche anno fa macinavo in solitaria con l’unico pensiero del romanzo su cui stavo ragionando; un metodo di che, a mente lucida, sono indeciso se considerare concentrazione estrema o prodromi di una qualche compulsione.
Mia sorella sarà così paziente da accompagnarmi, nonostante i trentacinque gradi e il sole insopportabile sulla schiena. Perché tutto ricordo di Napoli, ma non il tanto decantato tempo mite. Ricordo le scariche di pioggia gelida scendendo per San Sebastiano, la lava d’acqua nel rifugio dei vicoli che scola attorno ai piedi, e ricordo lui, il sole bollente che si aggrappa alla schiena e fascia le caviglie aggredendole dall’asfalto, il vento del gomito di Santa Lucia che allevia il caldo ma distrae dal danno della luce, finché quella stessa luce narcotizza, e il ritorno a casa è un barcollare di sandali che si riempiono di polvere.
Sforzandomi, temo di ricordare anche una tromba d’acqua.
La pazienza di mia sorella, mi accorgo, confina con la santità.
La passeggiata del mattino è breve. Prevede sosta dopo pochi passi, un caffè obbligato a piazza San Domenico, in un bar di amici miei. Siamo amici nel senso che sanno di dover prendere il cornetto al cioccolato più lontano dalle marmellate, perché sono allergico alla frutta. Poi la passeggiata sale, svolta prima dell’Unghia di Santa Chiara, si inerpica per la via dei musicisti (dove, a una svendita e per cinquanta euro, comprai senza saperlo suonare un piccolo violino, con sommo raccapriccio di mia madre che mi diffidò dal portarlo mai a casa), e a Piazza Bellini pretende che si beva altro caffè in un bar di amici miei. Siamo amici nel senso che hanno un pianoforte di cui approfittavo biecamente. Poi la discesa, in cerca di un percorso sempre nuovo per arrivare ai decumani.
Io e mia sorella decidiamo, questa volta, di tornare a Napoli sotterranea. Cava di tufo, riparo bellico, utero più che viscera di Napoli, le sue migliaia di metri quadri di cunicoli sono una giravolta del pensiero. L’accesso è un cancelletto accanto alla chiesa di San Gaetano; per cominciare la visita, bisogna aspettare che si formi un gruppo e che il precedente finisca il giro. Per fortuna poco lontano c’è un bar di amici miei. Siamo amici nel senso che sul piattino mi mettono lo zucchero di canna al posto di quello bianco.
Il giorno della prima visita a Napoli sotterranea, ricordo, il mio gruppo partì durante una delle più importanti telefonate di lavoro (su un totale di tre) che io abbia mai ricevuto nella mia vita: orecchiai gli ultimi dettagli sulle responsabilità che mi venivano assegnate più o meno all’imbocco di una scalinata di quaranta metri di profondità. Se ve ne erano altre, colgo l’occasione per scusarmi dell’inadempienza.
Se ho, invece, un esposto da fare, è sulla calma serafica della guida in questo secondo giro. L’ultima parte della visita si svolge in un cunicolo molto stretto e senza luci, per cui è necessario usare delle candele di cera che vengono distribuite a chi se la senta di affrontarlo, per poi arrivare a una bellissima, antica cisterna romana. Messa così, inevitabile che l’intero gruppo di quaranta persone si avvii serenamente, come una mandria di locuste, verso la destinazione. Ben altra cosa era stata, durante la mia prima visita, vedere decimati i compagni di viaggio dalle preghiere della guida di prendere la candela solo se motivati, consapevoli del rischio, non claustrofobici, poco impressionabili per via degli insetti e dei topi che avremmo potuto incontrare sotto i nostri piedi e soprattutto attenti a mantenere la suddetta candela ben lontana dai capelli di chi ci precedeva nella fila.
La cisterna è un incanto. Come il teatro greco-romano, di cui ricordo soprattutto l’occhiata eloquente di mia sorella quando la guida ci racconta di Nerone che, dopo un’esecuzione canora, scambiò un terremoto per l’applauso degli dèi.
Come la passeggiata del mattino è un intrico alchemico, così quella del pomeriggio procede retta fino a Partenope la Luminosa. Il tragitto è semplice: da Via Toledo (senza recriminazioni politiche di sorta, mi ostino a fare orecchie da mercante a chi la chiama Via Roma) arrivare al lungomare, passando per un bar di amici miei (siamo amici nel senso che mi chiedono come va il libro che sto scrivendo), e lì dritto fino a lui, la perla, la meraviglia ottava. Di Castel dell’Ovo si citano molti misteri, ma uno mi ha sempre appassionato più del necessario: Castel dell’Ovo è un’isola su una città di mare, ma ospita una sede del Club Alpino. Tant’è. C’è un gioco che amo tanto, arrivato sulla terrazza che a strapiombo dà sul mare e che sbatte negli occhi Posillipo intera, e le isole a sinistra se non c’è foschia, e una quantità dolorosa di sole: il muraglione da cui ci si affaccia raccoglie un’incredibile corrente ascensionale, tanto che la mano, stesa, ne viene sollevata. Io gioco con una bottiglietta piena d’acqua, la verso per guardare l’acqua risalire, e il gioco mi incanta, al punto che è mia sorella a dovermi avvisare che il giapponese a pochi metri da noi si sta guardando intorno per capire chi gli ha inondato la Nikon.
Nicchio. Guardo le isole. Guardo Procida, la favorita. L’isola di Arturo. Fu lei che scelsi di andare a visitare prima di andarmene da Napoli. Appena realizzai che si trattava di un’isola, per quanto splendida, e che mai sarei potuto tornare a casa con un mezzo che non fosse stato il traghetto del pomeriggio, il mio surrene si ammutinò. La conseguenza fu una lievissima tachicardia che mi portò a fumare per tutta la visita, rendendo ardua la salita al picco di Torre Murata.
Io e mia sorella torniamo a casa, ceniamo al volo, aspettiamo che faccia scuro.
Questa terrazza ha visto nascere le migliori pagine cui io abbia mai dato fuoco. Sulla sdraio di plastica sotto il pergolato ho letto Rilke, fumato sigarette solitarie e paragonato un paio di persone a canidi di varie specie, nel bene e nel male. Qui ho organizzato cene a base di parmigiane con melanzane fritte tramite tanto uovo e farina da gettare i miei commensali nel rimorso, e ho aspettato, quasi ogni sera, lo strillo puntuale del gabbiano delle dodici e venti. Qui ho pronunciato un certo nome tante di quelle volte, in solitaria, con gli occhi chiusi, da meravigliarmi ancora di riuscire a dirlo con lo stesso stupore.
La notte è scura, sempre, e calda. Mi alzo dal letto, esco in balcone. Una volta, ricordo, la notte era così bella che io e mia sorella, venuta in visita, la trascorremmo svegli. Quanto ciò fosse legato alla temperatura della stanza radente ormai i quaranta gradi e alla mia ferrea (e a posteriori incomprensibile) volontà di non aprire il balcone, e quanto ciascuno di noi il giorno dopo avesse un impegno di lavoro e nessuno dei due la benché minima intenzione di trascorrere la notte a soffocare istinti omicidi, non è disquisizione necessaria ai fini della narrazione. Restando ancorati ai dati, litigammo fino alle quattro del mattino. Poi la prendemmo a ridere. Decidemmo di uscire, lei con la sua macchina fotografica e io con una mezza idea di fare un video, e percorremmo finalmente al fresco una città deserta che rischiarava piano con l’alba appena in tempo oltre il Vesuvio. Perché, sia chiaro, a inizio giugno albeggia quasi ai bordi del vulcano; la bellezza sa come infierire quando vuole.
Finì con un caffè sul lungomare che ci costò il famoso buco in petto (non erano e non saranno mai amici miei), e con me a radermi di nascosto nel bagno dell’università.
Così, è l’ultima notte che passo in questa casa. Accendo una sigaretta notturna e nicchio. Ho detto addio a Napoli tante di quelle volte che l’efebo scuro ride; lo sa che io ritorno.

© Giovanna Amato

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...