Martingala #6: UFO

da Annales Laurissenses (XII sec.)

Ho fatto le mie ricerche, e pare che i bambini perdano progressivamente la memoria di quello che è successo nei loro primi tre anni di vita. Ma io ho un ricordo esatto e preciso di un evento successo quando avevo due anni, non uno di più.
Era scesa la neve, che dalle mie parti non si fa vedere mai. Il paesino in collina poco distante dal mio era ricoperto da tanto di quel bianco che mio padre aveva deciso di prendere la macchina, intabarrare me e mia madre e guidare prudentemente fino a una curva che segnava il limite tra la zona dove la neve aveva attecchito e quella in cui si era subito sciolta. Ora, io ho stampata in mente l’immagine precisa di mia madre che inciampa e che ride in un cumulo di neve. Abbasso gli occhi nell’immagine e vedo le mie mani afferrare tutta quella massa bianca accanto agli scarponi. Quel ricordo non può essere falso, né quel me può non essere me.
Nel secondo ricordo invece sono davanti al pannello di legno del mobiletto che contiene i miei giocattoli. È uno stipo, poggiato a terra perché io ci possa frugare dentro. Sto grattando via con l’unghia alcuni adesivi che io stesso devo aver incollato. Sono animali, supereroi. Mia madre mi chiama dall’altra stanza, ma io rimango zitto. Lei mi chiama di nuovo. Allora io rispondo: «prima di parlare devo pensare».
Mi era sembrata un’idea geniale, una scoperta raramente raggiunta da spirito umano. Solo qualche tempo dopo mi sono reso conto della sua ovvietà. E solo in tempi alquanto recenti del fatto che la verità è a metà strada.
Il terzo ricordo dev’essere molto più tardo, perché ha a che fare con un cartone animato che seguivo tutti i pomeriggi. Quel giorno ero a casa di mia zia e mio cugino dormiva nella stanza con il televisore. Non accennava a svegliarsi e io volevo guardare i miei cartoni, così sono andato da mia zia e le ho fatto presente che mio cugino doveva essere svegliato. «Ma dorme», aveva detto lei. «E chi se ne importa», avevo risposto io. Lei allora mi aveva chiamato “mangiapane a ufo”.
Mi ero ritirato in una stanza a pensare a questa espressione. Forse mi nutrivo di cose extraterrestri, per questo non avevo voglia di dormire il pomeriggio e stavo imparando così presto a leggere. Forse gli UFO sarebbero venuti a prendermi e allora sarebbe stato un gran problema sapere come sarebbe andato a finire il mio cartone.
Quando mia madre era tornata a prendermi mi aveva chiesto se ero stato bene, e io avevo risposto di sì. Ero ancora tutto concentrato sull’alimentazione aliena e sugli stretti legami che a quanto pare intrattenevo con le creature marziane. Per citare solo un esempio di quanto parlare senza pensarci troppo sopra a volte può anche essere una buona idea.

© Giovanna Amato

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