Una frase lunga un libro #97: Max Aub, Gennaio senza nome

Una frase lunga un libro #97: Max Aub, Gennaio senza nome, (trad. di Ernesto Maggi), Nutrimenti 2017; € 17,00, ebook € 8,99

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“Dove vanno tutti questi qui?”
“Che vuoi, la resistenza ha dei limiti”.
“E una frontiera”.
“Scherza, scherza. La morte è una faccenda di ciascuno. Sopportare è di tutti. Se qualcuno cede, va a monte tutto. Questa gente non sa cosa vuole, ma sa benissimo cosa non vuole. Per quello scappano. Non è che hanno paura, non vogliono essere fascisti. Capisci? È chiaro come il sole: non vogliono essere fascisti.

La guerra, quella guerra, quella che è stata la guerra dei nostri padri e dei nostri nonni, quella che ha buttato giù le case che avrebbero potuto essere le nostre, quella delle fughe, dei morti, dei milioni di morti, quella del terrore e dei campi di concentramento, quella che pareva potesse non finire mai. E poi la guerra degli esodi, degli scavalcamenti di muri e frontiere, di morti lasciati indietro, di bambini caduti per strada, di famiglie annientate. La guerra della fame e della sete, dei bombardamenti, delle esecuzioni, dei dittatori. A queste memorie ci riportano i racconti di Max Aub, che sono davvero straordinari, ci portano in una terra di nessuno che va dalla Spagna alla Francia, e ci va a piedi, che va dal Sudamerica a un campo di concentramento, che va da una fucilazione a un abbraccio, che va da un morto per fame a un sorso d’acqua che ti salva la vita. Il regime di Franco, ma tutti i regimi, che tutti si assomigliano, che tutti quanti segnano chi li attraversa e segnano chi verrà dopo, per conseguenza e per memoria.

Aub è stato un grandissimo scrittore e prima ancora è stato un esiliato, un torturato, una vittima, un uomo segnato. Aub è stato un testimone, ma esserlo è un conto, saper rendere testimonianza è altra cosa. Saper rendere quella testimonianza grande narrativa non è cosa da poco. Se mostri l’orrore della guerra facendo grande letteratura sei uno scrittore eccezionale, sei uno come Aub.

Aub scrisse gli otto racconti di Gennaio senza nome dal suo esilio messicano, queste storie raccontano di esodi di massa e quindi di esilio e di morte, raccontano gli internamenti di Vernet (Francia) o di Djelfa (Algeria); internamenti che Aub visse sulla propria pelle. E vediamo un po’ di che storie si tratta.

Ci hanno dato una scatoletta di sardine da dividere in otto. Era il 25 luglio. Mi ricordo bene, perché lì c’era un calendario. Erano più di tre giorni che non mangiavamo. Per dessert hanno iniziato a bombardare.

Gennaio senza nome è anche il titolo del primo racconto, forse il più bello, di sicuro quello più particolare. Il narratore è un albero immenso, alto e vecchio. L’albero assiste all’esodo del popolo spagnolo verso la Francia, gli uomini, le donne e i bambini con le poche cose rimaste, con qualche animale, vanno senza un’idea, senza nemmeno uno scopo futuro; lo scopo di quella fuga è quello che lasciano, e quello che lasciano è il fascismo e sono le bombe che gli piombano addosso. Il popolo in marcia è raccontato dalla pianta, che registra il flusso, ascolta e riporta frammenti di discorso, come fosse un’antenna, come fosse una radio. Ci mostra un morto che cade, ci dice di chi non lo raccoglie, registra per noi i discorsi di due ragazzi, che si dicono dei familiari morti. Per l’albero questa gente è un fiume, a volte è un miraggio, è un’onda incomprensibile, che giustifica soltanto nel loro movimento perpetuo; l’albero fermo e talvolta pietoso e comprensivo, qualità che non saprebbe attribuirsi, ma che da narratore ha. L’albero il nostro primo testimone.

E poi personaggi straordinari come il Malaga, il protagonista di un altro racconto molto bello: Il lustrascarpe del Padreterno, e altri che appaiono anche soltanto per il tempo di una frase ma quella frase ci riconduce a tutto il senso, perché ogni cosa è un dettaglio e, nella narrativa di Aub, ogni dettaglio conta più di qualcosa. Troveremo i boia, la fame, la durezza e il vuoto dei campi di concentramento, capiremo come un essere umano possa essere privato di ogni cosa e di come ridotto allo stremo possa non perdere la dignità, possa trovare il modo di reagire, possa salvare qualcuno, non dimentichi come si tende una mano. Racconti lunghi, molto lunghi e racconti brevissimi come il divertentissimo Proclamazione della Terza Repubblica spagnola, che chiude il libro.

È un libro importante questo pubblicato da Nutrimenti e impreziosito da una bella introduzione del curatore Eugenio Maggi che contestualizza questi racconti nel complesso della biografia di Aub.

Max Aub è uno scrittore sorprendente perché ha la capacità di mostrare la guerra attraverso la storia, e poi come la somma di piccoli miraggi devastanti; la guerra è così irreale che non dovrebbe esistere, ed è per questo che è la cosa che esiste e resiste da più tempo, pare che non si riesca a farne a meno. Aub non si limita alla storia e alla cronaca, Aub inventa, e rappresenta l’assurdo del fascismo, delle dittature, a volte con un paradosso, altre con delicata ironia, altre ancora con epifanie che sono proprie del grande scrittore che è.

I racconti di questo libro arrivano così come arriva la guerra, da tutte le parti, csì come arriva questa frase:

i Pirenei, dal Perthus a Bourg – Madame, per tutti i valichi, tra il freddo e la neve, per tutte le vie, per piste, fianchi senza sentieri, rotto il biancore dagli alberi neri e dalle gole di terra e pietra, scendono i vinti di oggi, scuro gregge enorme.

Gennaio senza nome è bellissimo.

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© Gianni Montieri

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