Albino Pierro 1916-2016 (sulla scia di Mengaldo)

Mbàrache mi vó’,
e già mi sònnese, ’a notte.
Ié pure,
accumminze a trimè nd’ ’a site,
e mi mpàure.
Mi iunnére dasupr’a tti,
e tutte quante t’i suchére, u sagne,
nda na vìppeta schitte e senza fiète,
com’a chi mbrièche ci s’ammùssete
a na vutte iacchète
e uèreta natè nd’u vine russe,
cchi ci murì.

[Forse mi vuoi,/ e già mi sogni, la notte./ Io pure,/ comincio a tremare nella sete,/ e ho pa­ura./ Mi avventerei su di te,/ e tutto quanto te lo succhierei, il sangue,/ in una sola bevuta senza prendere fiato,/ come chi ubriaco ci si attacca/ a una botte spaccata/ e vorrebbe nuotare nel vino rosso,/ per morirci.]

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pierro_nuove_lirichee vai con la fissa dei dialettali! − Questo annotavo, studente, sotto il nome di Albino Pierro nel men­galdiano ‘Novecento’: non ne capivo il senso, escluso il gusto personale del critico. E insieme a lui, andando à rebours tra le pagine del volume, scorgo simili considerazioni per Delio Tessa, Biagio Marin, Tonino Guerra e Franco Loi. Per me, all’epoca – e si parla di un bel po’ di anni fa –, una volta antologizzato Giacomo Noventa la poesia dialettale aveva già trovato fin troppo spazio; per ta­cere, poi, di quegli altri autori in lingua, invece, per i quali ancora aspetto lumi: Paolo Buzzi, Lu­ciano Folgore, Giovanni Boine, il Bontempelli poeta; tutti rei di negare spazio a voci sicuramente più degne.
Comunque a infastidirmi di più era assolutamente la fissa dei dialettali, espressione di per sé già suffi­cientemente idiomatica e quindi contraddittoria se non paradossale. Cosa in effetti mi infastidiva? Semplice! l’accesso negato dal limite invalicabile del registro linguistico e della lingua; quel dia­letto che in poesia si fa immediatamente lingua, con una grammatica, una tradizione, era troppo spesso un muro invalicabile (Mengaldo stesso affermava che il dialetto in poesia passava da «vei­colo di messaggi socialmente aperti e comunicativi» a «lingua gelosamente individuale, quasi endo­fasica»). Inutile dire che devo alla mediazione di Zanzotto, prima, e dei miei studi sul Tommaseo cultore della poesia popolare, poi, il merito del cambio di rotta. Del resto, se su Mengaldo potevano avere agito le chiacchierate con Folena – supposizione tutta mia –, perché in me non doveva matu­rare la lezione del più grande poeta che questa infelice terra veneta abbia mai conosciuto?
A catturare però ora la mia attenzione è quel «regresso alle origini esistenziali e discesa in un mondo sotterraneo» (Mengaldo) che l’abbandono della lingua italiana e la scelta della parlata ma­terna, vistosamente arcaica, ha comportato in Pierro (e in quasi tutti i poeti dialettali – si pensi al più recente caso rappresentato da Andrea Longega, con i dovuti distinguo). Finisco così per confrontare l’esperienza del Pierro maggiore e dialettale con quella dei conterranei Scotellaro e Sinisgalli, così profondamente radicate nelle aride zolle lucane, eppure tràdite in italiano (disincantato italiano in Scotellaro; più terso in Sinisgalli). Lo scarto con i due conterranei agisce pure sull’area tematica dato che in Pierro in dialetto è quasi assente l’evocazione geografica presente nei versi in italiano; manca pure un atteggiamento vagamente engagé, quale può essere riscontrato nei versi del poeta di Trica­rico.
albino-pierro-foto-presa-da-parchi-letterariÈ lirismo dialettale quello di Pierro: una ritrovata Arcadia nella quale però alloggiano pure figure oscure e ultramondane; un’Arcadia alla quale pare sia sovrapposto, rovesciato, l’Ade greco (omerico?). Insomma, una poesia non materica, tattile, vibrante come quella di Scotellaro; bensì la poesia di un rituale attraversamento nella quale ricorrono «frequentissimi transfert» (Men­galdo), e dalla quale non rimangono estranei sia un erotismo quasi animalesco, nel suo essere pri­mitivo, sia una progressiva disgregazione esistenziale; il tutto sorretto da una precisa partitura rit­mica marcatamente ossessiva, insistita – se non insistente – nella disposizione degli accenti e delle sequenze foniche). Forze biograficamente e poeticamente (nonché linguisticamente) centrifughe e centripete agiscono insieme, come a volere segnare ulteriormente il tentativo di fuga dalla ‘matria’, compensato dal ritorno per evocazione continua. Un paradosso, vien da dire, per tagliare corto, tanto più è avvertita l’esigenza di andare altrove quanto più è sentita la dolorosa lontananza (nostalgia) dalle proprie radici, «la terra del ricordo», così definita dallo stesso Pierro; ragione per la quale il dolore si fa lingua scegliendo una lingua non nazionale per marcare ulteriormente ogni distanza da una facile condivisione, quasi il dialetto diventasse una precisa forma di resilienza capace di colmare vuoti e distanze.
Eppure, Albino Pierro, prima di consegnarsi alla storia della poesia con il suo dialetto natio (matrio), e vagheggiare pure un premio Nobel per la Letteratura; prima di tutto ciò, Pierro è stato, a partire dal 1946, poeta in italiano di ben nove raccolte (tutte presenti ora nel’edizione critica secondo le stampe, curata da Pasquale Stoppelli, e pubblicata da Salerno nel 2012): Liriche, Nuove liriche, Mia madre passavaIl paese sinceroIl transito del ventoPoesieIl mio villaggioAgavi e sassiPoesie 1960-1967. Ma non si deve e mai si dovrà pensare a una frattura tra un Pierro in lingua e un Pierro in dialetto, perché la poesia in lui scaturisce continua e soprattutto una; e ciò lo si capisce bene se si pensa che data 1959 il primo componimento in dialetto, Prima di parte, confluito poi in ′A terra d’u ricorde, raccolta dialettale pubblicata nel 1960. È perciò un percorso progressivo quello che porterà all’abbandono dell’italiano, sentito a un certo punto insufficiente a dotare la poesia dei colori necessari a ritrarre, per esempio, una terra comunque da sempre vista con segno nostalgico (si legga Lucania mia per comprendere ciò che intendo dire, perdonando semmai alla lirica gli eccessi retorici che non celano i debiti verso Pascoli e D’Annunzio, e in chiusa verso Foscolo).
Ma Pierro non è stato soltanto il cantore della sua terra; è stato semmai un poeta in grado di dare espressione a tre possibili filoni, così definiti dalla critica, di indagine poetica: l’amore, la terra e l’individuo. Nel fare ciò ha quasi reso atemporale la poesia stessa; una poesia quasi priva di storia, ma non alla maniera di Penna; come scrivevo all’inizio, Pierro è stato un poeta classico e la sua terra è un’Arcadia senza tempo e per quanto identificabile con Tursi, Tursi non è la sua Arcadia. La poesia di Pierro è un vastissimo non-luogo che si rende identificabile per la potenza con la quale viene piegato il mezzo linguistico, sia in italiano sia in dialetto; e questo perché, come dice bene Stoppelli, la poesia sin dagli esordi è «documento di verità esistenziale».

© Fabio Michieli

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[alcune poesie da Nuove liriche scelte da Anna Maria Curci]

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SONO DESERTO

Sono deserto,
fuoco nella notte
abbandonato da celesti cori
in una selva.
(Il cielo incombe con la sua tristezza
di lontananze;
sono intorno le belve
mal celati coltelli in tenue nebbia).

Passa l’umido vento e non ha palpiti
sia pur lievi di un’eco.
La dolcezza dei cori è nella terra
che si richiuse.
Un fiammeggiante rogo
sopra vi splende e si tramuta in cenere.

 

IL MENDICANTE

Improvvisamente lo vidi
all’angolo ventoso di una strada
accartocciato nella sua pena
il mendicante.

E gli uomini, le cose,
come inseguiti dai frastuoni,
sembravano correre in cerca
di buche scavate profonde;
sembravano fili tesi
di una trama gigante
dai grumi di luce che scivolano
come in concavo buio;
(ciascuno per la sua strada
appena visibile in fondo
a due altissimi muri).

Anch’io cammino per la mia strada
e mi trascino col mio peso,
sono anch’io un filo teso
che ha per chiodo una stella.
Ma ora che ti ho visto, o fratello,
sembra che un vento mi pieghi
fino a te, fino a te, che mi sfiori
come in magico tocco.

La trama dei fili tesi,
gigante,
si è appena incrinata
in un punto.

Ognuno, ogni cosa, ritorna
Nel suo durissimo guscio.

Al tuo apparire, o fratello,
fui come la vela sospinta
da un subito vento
a baciare, distratta,
l’immobile legno di una nave,
tutto umido e solo
nella torva risacca.

 

A MIA FIGLIA RITA

Sento le tue manine
giocherellare sul mio capo stanco
di tumulti, o mia Rita;
e penso ad uno stagno
lungo una vecchia strada
che un dolce vento sfiora
con petali di rosa.

 

LUCANIA MIA

Me ne andrò come i pastori dalla montagna
lontanamente, un giorno, all’imbrunire,
e voi, burroni della mia forte terra,
come un’apparizione mi vedrete.
Forse vi giungerò pallido e stanco
con dentro agli occhi la pacata luce
che si sprigiona dopo un grande pianto:
il pianto che raccolsi lungo il mondo
dalle sue strade fredde come i morti.
Pietre, foreste, semplici villaggi,
solitudini avvinte ai gran silenzi
del deserto, voi vi tramuterete
per me in un coro di campane a stormo.
Tutto che amiamo si tramuta in canto,
se mai ci scorge con le braccia tese.

Ma poi più tardi, forse, come brillano
nei precipizi gli occhi di un lupatto
che cerca e corre, corre cerca e implora
sua madre uccisa,
il vostro figliuol prodigo vedrete
fuggire ancora per il vasto mondo.
E tutto lontanando andrà di nuovo,
dai cimiteri ai bianchi casolari,
dai comignoli in fumo alle lucenti
croci dei campanili antichi e snelli,
dai balenanti fiumi all’ombre cupe
dei boschi e ai canti che nei campi echeggiano
mentre più folti a me verranno incontro
fischi di treno, come in sogno, e strepiti
di nuovi mondi di tristezza colmi.
E inquiete fuggirò come fuggivo
in altri tempi, come andrò fuggendo
sempre e dovunque, con cuore gonfio
da un grido solo, tu « Lucania mia ».

 

È PIÙ NOTTE

Già cantai, o diletta,
la mia solitudine,
fermento di un punto
nella notte universa.

Vissi naufrago come
gemendo sul greto
circoscritto d’immenso
senz’aria.

L’ho cantata per te
che ancor oggi mi sei
poesia dell’anima
fuggita lontano.

La ricanto, ché spero
tu mi oda, Silenzio,
è più notte, e le stelle
non tramontano ancora.

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Albino Pierro, da Nuove liriche, Danesi in via Margutta, 1949; ora in © Albino Pierro, Tutte le poesie. Edizione critica seconde le stampe, a cura di Pasquale Stoppelli, to. I, Roma, Salerno Editrice, 2012.

Immagini:
– copertina della raccolta Nuove liriche (ristampa del 2011 a cura del “Centro Studi Albino Pierro” Onlus)
– Albino Pierro, da ‘Parchi Letterari’.

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