What happened Miss Simone? Recensione

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foto tratta dal sito del quotidiano The Guardian

Chi ha amato ed ama la voce di Nina Simone tanto da rimanerne incantato ogni qual volta la ascolti non potrà fare a meno di guardare, con pathos − e partecipazione − questo documentario sulla sua vita e sulla sua carriera. What happened Miss Simone di Liz Garbus, uscito ad inizio del 2015 su Netflix (candidato all’Oscar come migliore documentario lo stesso anno, proiettato in apertura del Sundance Film Festival, vincitore di premi quali il Peabody Award e il Primetime Emmy Award al miglior speciale documentario o non-fiction), basa la sua trama sulla biografia di David Brun-Lambert ma estende il racconto a immagini di repertorio, in un viaggio reale e amaro dentro la vita di un’artista che ha lasciato il segno non soltanto nella sua epoca. Il riverbero della sua vicenda, in bilico tra tradizione e contemporaneità musicali, genialità, fragilità e un’adesione molto forte alle battaglie per i diritti civili che, negli anni Sessanta soprattutto, la comunità afroamericana degli Stati Uniti portava avanti, la pongono come una figura non priva di ambiguità; questo documentario − a ragione − ricorda tratti e spinte, momenti salienti di un’esistenza che (dalla Carnagie Hall alle battaglie di Martin Luther King) sceglie ‘liberamente’ cosa essere in quel momento, e soprattutto cosa non essere. Dalla mancata carriera come pianista classica alla soglia dei vent’anni − per ragioni di discriminazione razziale −, al ripiegamento nei locali notturni per guadagnarsi da vivere, sino alla scoperta di una propria direzione con musicisti che l’hanno accompagnata a lungo. La sua voce, così speciale nel timbro, nell’approccio, nell’intenzione che emana, capace di cogliere un dolore e una sofferenza propria e del fuori, è tra le più grandi testimonianze artistiche al femminile del secondo Novecento. Quel suo sentire, profondamente legato anche alla vicenda personale con il marito e manager Andy Stroud (di cui si può leggere qui) − un compagno dapprima sicuro, poi illegittimamente assuntosi l’onere di dettare una direzione rigida alla sua carriera, imponendosi anche con violenza nelle sue scelte −, attraverserà molte fasi. Ciò che ci è dato sapere, dalla testimonianza della figlia Lisa, che nel film narra la storia materna con uno sguardo lucido e penetrante, riguarda l’amore e la sottrazione costante cui Nina era sottoposta, prima che dagli altri forse da se stessa. Un continuo andirivieni nel music business, mai del tutto fatto per lei che, con grande slancio ma anche talvolta incoerenza, desiderio di distacco, incapacità di sentirsi a proprio agio in quel mondo manovrato dall’alto − nonostante le mise sofisticate, un poco eccentriche e sicuramente d’impatto che sfoggiava sul palco. E poi la storia degli abusi, da parte del suo partner in affari e nella vita, lo stesso che avrebbe dovuto proteggerla; tutto ciò che avveniva nel prima, dietro le quinte, prima di salire in scena, contribuiva forse ad aumentare la tensione tutta interna al personaggio di Nina. Questa tensione avrebbe a che fare più con un’impossibilità di riconoscersi nel proprio presente, spesso sentita a fior di pelle e nella profondità della voce, dove tutto risuona, cambia, si completa. Una difficoltà da leggere a doppio filo tra l’artisticità e la personalità, così forte e scostante al tempo stesso.

Scopriamo cosa sia accaduto prima di varcare la soglia di Montreux ’76, essere se stesse e far durare quella spesse volte manifestata impotenza di libertà, anche nelle decisioni più drastiche e solitarie, più estreme e poco chiare che si sono manifestate alla fine della sua carriera, in cui i suoi concerti si vedevano in contesti ufficiali prima calcati in modo meno frequente. Rabbia e tenacia anche nella rinuncia − come già affermato − faranno parte del suo modo di vedere il mondo, dapprima di percepire se stessa, di accettarsi come si è fino in fondo, con tutte le proprie contraddizioni. A proposito di questo si può ascoltare proprio all’inizio di questo film un’intervista che risale al 1968, in cui Miss Simone afferma: «È una sensazione. È come se tu dicessi a qualcuno come ci si sente ad essere innamorati […] Puoi descrivere le cose ma non puoi dire come ci si sente. Ma tu sai cosa accade. Ed è ciò che io intendo per “libera”. Ho avuto un paio di occasioni sul palco in cui mi sono sentita davvero “libera”. […] Ti dico cosa significhi libertà per me? Nessuna paura. Intendo davvero “nessuna paura”.» Curioso e affatto improbabile questo parallelo fra l’amore e la libertà; un messaggio positivo che oltrepassa la soglia del disagio personale e coglie − al futuro − l’eredità di questa musicista straordinaria.

© Alessandra Trevisan

grazie ad Alessandro Niero e a Stefania Rossa per il suggerimento

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