Storie della buonanotte per bambine ribelli

Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie, di Francesca Cavallo e Elena Favilli, traduzione di Loredana Baldinucci, Milano, Mondadori, 2017, pp. 224, euro 19,00

Scrivere di un volume su cui si sono già spese molte parole non è cosa facile, soprattutto alla luce del fatto che molte voci contrarie ne hanno evidenziato il potere (o viceversa l’anti-potere) comunicativo e significante. Ma la possibilità di far emergere alcune novità è sempre una “sfida” che vale la pena di cogliere dal punto di vista ‘critico’.
Nato come una scommessa da una campagna di crowdfunding, Storie della buonanotte per bambine ribelli è un progetto, oggi edito da Mondadori, che quella scommessa di sostegno sul web l’ha vinta a piena titolo, sensibilizzando alcune migliaia di persone sul tema della presenza delle donne nell’immaginario contemporaneo. Una presenza tutt’altro che tipica, come sappiamo, e cui ancora l’opinione pubblica non risulta sufficientemente sensibile. Soprattutto: sono il tema del lavoro, dell’invenzione, della capacità di creazione, in altre parole di una ‘creatività’ mancante dal racconto odierno, lacuna che questo libro sembra voler colmare. Il pubblico, quello che ha versato il proprio contributo per la realizzazione del libro, ha creduto nel potenziale mediatico dell’opera (e dell’operazione), cogliendone anche le ricadute su un tipo di società come quella contemporanea, fortemente influenzata da continue e frequenti variazioni nella comunicazione di contenuti culturali e sociali. Un dato − e sarà utile tenerlo a mente − salta agli occhi sin dal titolo originale, che è Good Night Stories for Rebel Girls: questo progetto nasce in un sistema culturale diverso da quello italiano, e cioè quello statunitense in cui la “fame” di storie e di “ribellione” risponde a una logica molto diversa rispetto a quella del nostro paese, in un momento storico in cui negli Stati Uniti ci si avvicinava all’era Trump (l’autunno del 2016). Rispetto a questa faccenda, le autrici Francesca Cavallo e Elena Favilli hanno risposto ampiamente in questa lunga intervista apparsa su La27esimaOra.

Il libro si presenta curioso, ancora prima di procedere nella lettura, da molti punti di vista: soprattutto i colori scelti e il progetto grafico colpiscono, così come le illustrazioni delle 60 artiste che, da tutto il mondo, partecipano in modo brillante e audace al racconto in un coro di ritratti e reinterpretazioni di volti e di corpi delle cento protagoniste. Le immagini suggeriscono come leggere le biografie, fatte di testi brevi, talvolta un po’ semplificati, forse, ma che, se pensiamo al giovane pubblico di riferimento, comunicano vite che immediatamente possono risultare condivisibili. Leggendo questo libro viene subito in mente il lavoro del progetto editoriale Freeda − in cui echeggia il nome di Frida Kahlo −: una sorta di ‘sistema pop’ che si muove online e su social media quali Facebook e Instagram, e che si regge su contributi brevi e divulgativi. L’approccio giornalistico di Freeda − basato certamente su un modello di riferimento più angloamericano che europeo − rispecchia la voracità del dire di oggi sui social, con poco, e arrivare al centro, soprattutto sfruttando strumenti veloci e rivolgendosi a un target che morde e fugge. E anche questo libro possiede quella forza espressiva, nella forma di una “narrazione informativa”: non si trova, nei testi, alcuna necessità poetica, né la potenza di una prosa evocativa pura, che in parte resiste nella dimensione del racconto intervallato da citazioni dirette. È piuttosto d’interesse la divulgazione, il far conoscere queste voci, molte delle quali sconosciute: chi può sapere, a otto, nove anni, che è esistita una pilota di Formula Uno che si chiamava Lella Lombardi? E della velista Jessica Watson, chi conosce la storia? E, per tornare più indietro, chi ha mai sentito parlare della piratessa Grace O’Malley, «La regina del mare»? Alcune figure sono sconosciute anche agli adulti. In questo catalogo di nomi, fatti, amicizie e relazioni straordinarie, battaglie per i diritti civili, imprese scientifiche e culturali enormi, la ribellione del titolo risulta, tuttavia, vagamente ‘apparente’, sempre calata cioè in una dimensione che, come nel caso di Freeda, si può definire mainstream, ossia “corrente, principale”; questo avviene non per la scelta delle figure di riferimento ma per l’impianto totale, che strizza l’occhio forse a un certo modo popular di fare divulgazione, di tendenza e allineato. Ciò agisce in misura diversa sull’immaginario: lo incide superficialmente, e d’altronde, forse la prima intenzione è proprio questa. Va da sé che, se si accetta di essere in quella dimensione, si comprendono appieno le modalità su cui Storie della buonanotte per bambine ribelli regge. Ciò che premia il libro è il libro in sé: la pagina scritta di carta, la scelta ancora dell’oggetto come mezzo per muovere l’immaginario.
Inoltre: le scelte narrative rispondono più a logiche del nuovo femminismo, decisamente poco intriso della retorica che sembrava caratterizzare il movimento nel passato o che quel femminismo compendiano; andando tuttavia oltre muovono l’esigenza di un dire più contemporaneo in un tempo in cui il comunicare è sempre più frenetico, difficile, tristemente esibitorio. Gli strumenti che tante artiste utilizzano maggiormente per parlare a tutti, uomini e donne, al giorno d’oggi, sono ancora, i social e YouTube: questo è vero per Marina Abramovich come per attrici ma anche per personaggi del mondo della politica. L’esperimento di questo libro sposta fuori dalla rete la rivelazione che il potere della voce delle donne mette in atto, e lo fa con una logica molto simile a quella che viene usata online, dove il dibattito è più vivo ma soprattutto raggiunge il più alto numero di persone.
Nella lista lunghissima, che vi invitiamo a scoprire leggendo, si annoverano alcuni nomi famosissimi: due su tutti sono la cantante, compositrice  musicista Nina Simone (di cui abbiamo parlato qui – e la magnifica illustratrice T. S. Abe cita proprio da Simone: «Ti dico cosa significhi libertà per me? Nessuna paura. Intendo davvero “nessuna paura”») e la pilota Amelia Earhart, la quale affermava prima di partire per il viaggio d’esplorazione da cui non fece più ritorno: «Sono molto consapevole dei rischi. Voglio farlo perché voglio farlo. Le donne devono tentare di compiere le stesse imprese che hanno tentato gli uomini. Se falliscono, il loro fallimento dovrà essere una sfida per le altre donne.» (a lei Joni Mitchell, nel 1976, dedicò la magnifica Amelia). Potevano forse essere inclusi anche altri nomi: vengono in mente Patti Smith, ma perché no, anche Lady Gaga. Eppure, il libro si conclude invitando ogni giovane lettrice a scrivere la storia che preferisce e a illustrarla: questo lascia spazio al completamento di un quadro non rigido di personalità che hanno mosso il sapere mondiale non solo delle donne.

© Alessandra Trevisan

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