Giovanni Parrini, “Valichi”: una nota di lettura

Giovanni Parrini, Valichi, Moretti&Vitali 2015, euro 12

Giovanni Parrini, Valichi, Moretti&Vitali, 2015, € 12,00

 

Alla voce Valico, l’enciclopedia Treccani recita: «Depressione dei contrafforti montuosi attraverso i quali passano vie di grande comunicazione». La mia memoria invece mi riporta un valico in particolare che attraversavo spesso in macchina da bambina, un passo tra i Monti Lattari che diventa trivio prima di ridiscendere a fondovalle, e che risalito dalla strada costiera presenta all’improvviso, quando la pendenza riprende, la sagoma del Vesuvio sdraiata sulle case dell’Agro e, in lontananza, il mare. Quando mi capitava di attraversarlo di mattina presto, accoccolata nel mio sedile di passeggero, aspettavo con emozione il giro della curva per essere schiaffeggiata dal contorno della montagna grigia sulle strisce di luce elettrica delle città.
Dico tutto questo perché le poesie di Giovanni Parrini, e specialmente alcune distribuite con controllata cadenza nella sua raccolta Valichi (Moretti&Vitali 2015, premio Giuria Viareggio 2015 e premio Pisa 2015) creano la stessa sensazione di trabalzo di una strada che si apre su un panorama inaspettato che è, nell’economia del viaggio, ragione più fondamentale di ogni partenza e arrivo.
Valichi è un libro dall’accurato percorso: due sonetti aprono altrettante sezioni, il sentiero si svolge in un paesaggio vicino all’immaginario tutto moderno del cantiere, del ritorno a casa dal lavoro, della camminata tra il supermercato e la città, dei giri di chiave alla porta; è una dimensione di lamiere e neon, alberi e ruspe dove i dettagli aprono spaccature di tempo e meditazione, «quanto basta a sentire in questa poca esistenza l’infinito di un’altra».
Parrini non canta quello che è al di là del quotidiano ma mette in relazione i piani attraverso i valichi di una costante cammino terreno, ne fa strusciare le realtà come due lastre di specchio:

Un eroismo senza gloria
voluto da pigrissime divinità può darsi
questo compiersi mai d’amore e d’egoismo
sempre in mutuo travaso
e se sia meglio avallarlo o negarsi
è cosa di un momento
il ruotare del vento
l’azzurro contro il grigio
il motore ingolfato
gli occhi del mutilato al semaforo
nel flou del parabrezza sporco
quando ti sentiresti di sparire.
Però guardando distratto all’insù
vedi gli storni prendere le misure del cielo
con quella gratuità
che ti fa un nodo in gola di passione e di pena.

Istanti di lavoro e di riposo dove lo sguardo diventa osservazione e finché l’osservazione salta su un’altra frequenza: «Nel parco allora sono stato a guardare/ non presumendo niente», e quello che viene guardato è il dettaglio vivente o non vivente che configura il panorama, dai podisti alle anatre passando per l’incrocio di due arerei, «Favole differenti/ in cui non sai che cosa c’è che leggi d’assoluto».
Spesso compare l’albero, che sotto la motosega si prepara a diventare «Parquet mobilia stuzzicadenti/ un impero pazzesco/ utilità e volere/ venuto da un germoglio/cresciuto cerchio dopo cerchio attorno a un punto tenero», così come la collina è «cariata da tunnel» e la lamiera crea fondale di scena. Il mondo che Giovanni Parrini disegna senza giudizio ma con attenta e confidente precisione è quello di un paesaggio su cui l’uomo ha continuo intervento, lo spazio si ridistribuisce in base alla sua presenza e il suo lavoro, e di questo mondo che brulica di cambiamento il poeta coglie e osserva le perdite e le inevitabili malinconie:

Ora nel campo c’è un vuoto
una ferita fonda
che il vento non capisce quando passa
perché non ritrova l’impiglio delle foglie
a trattenerlo per parlare con lui.
Nemmeno il freddo sa cos’è successo
dove sono finiti quei rami
che abbelliva col ghiaccio.
Oggi i raggi che arrivano non possono disegnare quell’ombra
farla ruotare lenta per scandire l’avventura
antichissima e nuova
che nasceva nel fitto scuro d’ossidi
nell’asprezza di sali
e diventava legno
elegia verde
ruvidità di scorza che aspettava un via vai di formiche
i colpi del pallone.

L’uomo, in questo mondo di ossidi e lamiere e di supermercati, è stanco ma come lo sarebbe l’uomo di ogni tempo, che avverte lo schiudersi di una profondità diversa attraverso epifanie che sono lievi e assieme eversive, silenziose ma rombanti, fin quando in questa Comedìa tutta umana «Niente altro/ anche se non importa/ lo vedi non importa tutto questo/ ma soltanto che resterà il miracolo per sempre da finire/ d’essere stati qui».

Ora
scegliere di resistere
non arrendermi così non ancora
cedendo all’onda media del week-end
risacca collettiva
30 all’ora a singhiozzo verso casa
quasi niente cesure tra chi segue e precede
lapsus tra cofani e bauliere
però guardando meglio
è il tramonto che presta ai fari il rosso
è il sole sghembo a fare con la polvere oro sopra i lunotti.
Non poco
avere l’occasione
vedere altro
questa fila che è uno stelo fragile di storie
come foglie e semi
che non sanno che altezze li sbaragliano
tra non molto
quale terra li aspetta
in questi amari e magnifici giri
che la bellezza fa.

*

© Giovanna Amato

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