proSabato: Cesare Garboli #1, da “Vita di Parise”

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proSabato: da Vita di Parise di Cesare Garboli

[…] nei momenti di maggior estetismo fine-secolo (l’altro, quello scorso) era luogo comune la vita come arte; oggi, alla fine di questo, il dopo-Barthes e il dopo-semiologia impongono (forse con meno cafoneria) la vita come testo.
Tra noi, a partire dal secondo dopoguerra, un’esistenza ad altissimo tasso semiotico (dopo quella, naturalmente, di Delfini) è stata, nella sua rapida combustione, la vita di Parise. Accendere e spegnere le luci di questa vita non sarebbe un saggio da poco. Parise non è uno scrittore di realtà eventuali, uno scrittore, per intenderci, il cui linguaggio, come avviene di regola nel Novecento, sia in concorrenza con la realtà; al contrario, è uno scrittore razionalista, illuminista, «giornalista»: dunque uno scrittore di tradizione. E tuttavia, Parise è uno scrittore ribelle, al quale la tradizione serve solo per consumare sistematiche trasgressioni. Inoltre, la vita stessa di Parise è un campione letterario: avventurosa, imprevedibile, capricciosa, ricca di modelli, inesausta nella sua sete di viaggio e di conoscenza, essa si presenta in un disordine che non è altro che l’assestarsi di una forma (tragica). Le linee confuse e intrecciate, le sinuosità, le bizzarrie, le scoperte, i tempi stretti o dilatati come capitoli che si aprono inattesi o aspettati, vi si compongono con la coerenza stupefacente che possiedono non solo i testi letterari, ma, nel loro decorso obbligato, i grandi equivalenti di un testo, le malattie. Più di qualunque altro scrittore che ci sia stato contemporaneo, la vita di Parise chiede di essere interrogata e, nel suo processo patologico, propone, grida la sua ermeneutica. Quali ne sono le «chiavi»?
Ci sono alcuni nuclei tematici che s’irradiano, dai libri di Parise e, come si dice oggi, interagiscono tra vita e opere, condizionandosi a vicenda. Mi limiterò a citarne due o tre fra i più evidenti. In primo luogo, il successo. […] Parise è stato sommerso dal successo, che si è impossessato di lui quando era poco più di un ragazzo. Un successo schietto, vero, poetico; il successo che premia non le faticose trame per conquistarlo, ma la distrazione, la sventatezza della gioventù, che non si aspetta il successo, ma lo sogna, come tutti sogniamo (o abbiamo sognato) di stringere tra le braccia Rita Hayworth o di baciare le labbra inarrivabili di Greta Garbo. Se questi sogni si realizzano, il loro magico avverarsi fa conoscere non la gioia del successo, ma il suo destino di solitudine, la sua inguaribile malinconia, quella speciale tristezza che è dei vincenti (di Achille), per i quali il trionfo è un segnale misto, negativo, uno squillo funebre, un ponte gettato verso il mondo dei morti e non dei vivi. Parise ha conosciuto la malinconia del successo perché ha saputo e imparato troppo presto, troppo presto, che il successo surroga, ma non sostituisce, tutto ciò che la vita non darà mai. Il successo deprime, o corrompe, o «porta male», perché fa vedere la vanità. […]
C’è un altro tema più nascosto, più drammatico, che percorre come un verme […] l’opera di Goffredo. È un tema duplice: la nascita illegittima e la conquista dello stile. Questi due temi si susseguono, si accavallano come due frasi intrecciate, esposte, contrappuntate in una stessa fuga. Per chiarire il loro nesso mi servirò di un ricordo personale. Un giorno, quindici o sedici anni fa, Parise mi comunicò che mi avrebbe regalato un paio di scarpe inglesi, marca Saxon. […] ci incontrammo a via Frattina [a Roma]. Entrammo nel negozio. Anzi, che dico, Parise mi spinse dentro, parlottò col commesso, scelse le scarpe, le esaminò, assistette alla prova, e pagò con evidente soddisfazione.
Il senso di questo episodio è abbastanza chiaro. Esso riflette un complesso, o una sindrome, di paternità frustrata o negata […] Intanto io avevo acconsentito alla cerimonia nell’oscura certezza che Parise aveva bisogno di un rituale inventato molto di più di quanto non avessi bisogno io di un paio di scarpe nuove. Bisogna dunque rifarsi non al regalo ma alla sua natura […] Parise mi affiliava a una società ideale […] [che] aveva evidenti connotati aristocratici o alto-borghesi di benessere, tradizione, agio, comodità; una società dove tutti si salutano, si riconoscono, leggono lo stesso giornale, frequentano lo stesso circolo […] Di questa società immaginaria […] Parise mi elesse, quel giorno, membro onorario.
Si sarà allora capito che cos’era, per Parise, lo stile. […] Parise non mi regalava ciò che non si ha o non si è avuto, ma ciò che egli aveva conquistato e poteva ormai abbandonare agli altri. Si regala forse ciò che non si ha, ma si possiede veramente ciò che si abbandona nelle mani (nel mio caso nei piedi) degli altri. Lo stile narrativo del Sillabario, l’ultimo libro di Parise e il suo capolavoro, è il possesso signorile di una realtà che siamo sul punto di lasciare per sempre. […] Parise vi distilla la pietra filosofale del raccontare. Ma non racconta, fa qualcosa di più. Invoglia a pensare che il mondo sia raccontabile, e che la sua raccontabilità sia una meraviglia da scrutare attraverso un foro minuscolo. Si pensa, per un istante, a uno stile di rimpianto e di congedo. Ma non è così. Il rimpianto è reso più acuto, non si sa come, dal suo contrario, dalla sazietà e dall’indifferenza.

© Cesare Garboli, da Vita di Parise in Pianura Proibita, Milano, Adelphi, 2002.

 

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