La botte piccola #6: E.M. Forster, “La storia di un panico”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il sesto appuntamento è con il racconto La storia di un panico di Edward Morgan Forster. Buona lettura.

Foto di Giulia Amato

Foto di Giulia Amato

Edward Morgan Forster è notoriamente l’autore di Camera con vista e Casa Howard, capolavori della letteratura inglese di inizio ‘900 che hanno per tema la necessità di sveltire le rigide convenzioni dei rapporti umani, le relazioni tra i sessi e tra gli strati sociali; è autore di Passaggio in India, dove a essere messi in scena sono l’incontro tra i due estremi della spina dorsale britannica, i danni del colonialismo come quelli della sfegatata esterofilia. Ma è anche autore, per chi scavi più a fondo, di distopie (La macchina si ferma, 1909) e racconti fantastici (la raccolta L’omnibus celeste, 1911) che nella letteratura di genere si inseriscono a gamba tesa nel dibattito tra un nuovo realismo scientifico e impegnato à la Wells e un diverso tipo di impegno tutto onirico, inquieto e narrativo, che ha come modelli l’amato Hawthorne e come compagni di viaggio, di lì a poco, l’oscuro Conrad e gli scrittori del modernismo americano e inglese.
Il racconto che apre la raccolta L’omnibus celeste (qui nell’edizione Feltrinelli 1980, traduzione di Gabriella Fiori Andreini) ha il titolo di Storia di un panico e prova a mettere in scena l’irruzione del dionisiaco all’interno di un gruppo umano borghese in vacanza nella cittadina di Ravello.

Il gruppo di cui parla il narratore è alle prese con una scampagnata per i castagneti sulle cime dei colli che sovrastano la cittadina. Chi scrive ha passato anni della sua infanzia a gironzolare per quei posti, e può garantire come si respiri, da quel terrazzo panoramico sul mare e sulla cittadina bizantina sottostante, una sorta di magnifica tossina che attraversa architetture e dominazioni, passa per i Grand Tours e gli ospiti celebri (Wagner, Forster, Gide, Lawrence, Vidal…) fino alla celebre terrazza di Cimbrone, probabile ambientazione del racconto, che dai giardini amati dal circolo di Bloomsbury scaraventa gli occhi fuori da un parapetto a strapiombo sul mare.
Castagneti sulle cime dei colli, dunque, che per amore di precisione fanno parte del territorio di Scala. Il gruppo è variegato: si va da moglie e figlie del narratore alle signorine Robinson, dal curato Sandbach a Leyland, un antipatico aspirante artista. E infine Eustace, ragazzo pigro e capriccioso, incapace di nuotare e indifferente alla bellezza che lo circonda. È necessario trascinare Eustace alla scampagnata quasi di peso. Ed è lì, tra i filari che si aprono su scorci di mare centinaia di metri più in basso, che durante una piccola sosta inizia la storia di un panico.
La teofania, il panico, vicenda esterna che pretende di trasformarsi in esperienza mentale, è descritta in ogni dettaglio. La prosa si contorce e si piega, la sintassi si adatta; scene dinamiche, scene statiche, cambiamenti di ritmo, tutto a servizio di ciò che un tempo era sentito con tale naturalezza che bastò una parola, ai greci, ai tempi della stesura delle Baccanti: la parola che Euripide mette in bocca a Dioniso all’inizio della sua opera, eccomi.

Morì ogni suono. Questa almeno fu la mia impressione; la signorina Robinson dice che il clamore degli uccelli fu invece il primo segno di disagio da lei percepito. Morì ogni suono, salvo il cigolio in lontananza di due rami di castagno che sfregavano insieme nell’ondeggiare della loro pianta. Ma anche quei cigolii, unico suono, si diradarono sempre più fino a spegnersi del tutto. E come guardai a tutta la valle con le sue dita verdi, la quiete e l’immobilità di ogni cosa erano assolute; fu allora che furtivo cominciò a invadermi quel senso di sospensione che così spesso ti capita di provare quando la Natura riposa.
[…]
Il terribile silenzio tornò a pesarci addosso. Ora io, in piedi, seguivo con gli occhi un refolo di vento che, calando giù per un pendio di fronte, come a zampate sconvolgeva il tenero verde incupendolo nella sua corsa. Fui assalito da uno strano, inusitato presagio e mi volsi per constatare con grande meraviglia che anche gli altri erano tutti in piedi e guardavano quel vento.
È impossibile dare una descrizione coerente di ciò che accadde poi. Io, comunque, non mi vergogno per quel che mi riguarda, di riconoscere l’atroce paura che provai, paura che non vorrei mai più riprovare, fino a allora sconosciuta e mai più sperimentata dopo quel giorno. Paura, malgrado il cielo azzurro sopra il mio capo e i verdi boschi di primavera alle mie spalle e i più gentili amici dintorno. E anche negli occhi degli altri lessi una paura attonita e inesprimibile, mentre la loro bocca tentava invano di parlare e le loro mani di gestire. Eppure dovunque intorno a noi erano prosperità, bellezza e pace e perfetta l’immobilità di ogni cosa, salvo quella zampata di vento che ora correva su per il nostro pendio, verso il crinale dove ci trovavamo.
Chi fosse il primo a muoversi, non è mai stato appurato. Basti dire che, di lì a un secondo, ci buttavamo giù per il pendio: Leyland in testa, poi il signor Sandbach, poi mia moglie. Ma io ci vidi solo per un breve momento; io corsi e corsi, attraverso la radura, per i boschi, per le fratte, sulle rocce e giù, lungo i letti disseccati dei torrenti fino alla valle sottostante. In quella mia corsa, il cielo sopra di me avrebbe potuto essere nero e gli alberi sul mio cammino corta erbetta e il fianco del colle una strada piana; poiché io non vidi, né udii, né provai niente. I canali che portano ai sensi e alla ragione erano in me bloccati. E non era la paura spirituale che conosci in certe occasioni, ma la brutale paura fisica che ti sopraffà completamente, tamponandoti le orecchie, calando un velo davanti ai tuoi occhi e impastandoti la bocca di amari sapori. E, dopo, non mi rimase il noto senso di umiliazione, no; giacché avevo avuto paura come le bestie, non come gli esseri umani.

L’inizio di tutto affonda nell’ambiguità tipica del dio: c’è chi sente il silenzio, chi il clamore degli uccelli. È confuso il confine tra animato e inanimato, come si vede nel vento si muove a zampate. La paura che prende il gruppo è quella delle bestie, ed essi sono messi in fuga.
Tutti, tranne uno: Eustace, il ragazzino indolente che aveva trascorso la scampagnata a disturbare i compagni con uno zufolo. Che abbia richiamato l’antico Pan o sia stato prescelto da lui, la sostanza non cambia: Eustace è stato l’unico a ricevere la visitazione comodamente disteso nella radura, ed è lì che viene trovato, allegro e pieno di energie – e circondato da impronte di capra – dai compagni tornati a cercarlo.
Nell’antichità il dio estraneo, maschio e femmina, vecchio e bambino (queste alcune delle caratteristiche di Dioniso, qui sovrapposto al suo tutore Pan), aveva due maniere di dominare con la sua mania chi entrava nella sua sfera di influenza: una frenesia felice, tipica delle Menadi, a chi lo serviva in maniera devota; una follia disarmante e mortale, quella delle Baccanti, riservata a chi ostacolava i suoi piani e gli negava la giusta attenzione. In questo caso, in questa tranquilla ambientazione borghese che riesce a riassorbire l’evento panico con una cena abbondante servita in albergo, Pan semplicemente ignora il consesso di inglesi per concentrare tutta la sua cura sul giovane Eustace. La mente del ragazzo è spalancata, gioiosa, e solo Emmanuele, l’ignorante ragazzino ravellese, sembra capirlo per aver provato un tempo un’esperienza simile alla sua. Una volta rientrato negli schemi della vita borghese Eustace soffre, e lo dimostra scappando dalla sua camera d’albergo per sortite notturne in giardino, dalle quali rifiuta categoricamente di tornare cantando «esercizi a cinque dita, scale, motivi d’inno, brani di Wagner» e saltellando per i sentieri.

«Eustace», gridammo tutti, «smettila, caro, smettila e vieni in casa.»
Egli scosse la testa e ricominciò daccapo a… parlare, questa volta. Mai mi è capitato di udire discorso più straordinario che, in tutt’altro momento, sarebbe parso ridicolo. Avevamo dinanzi un ragazzo che, sprovvisto di senso estetico e con una padronanza di linguaggio tutta puerile, si buttava ad affrontare temi che hanno scoraggiato i più grandi tra i poeti. Ecco là, dritto nella sua camicia da notte, Eustace Robinson, quattordicenne, che leva il suo saluto, la sua lode e la sua benedizione alle grandi forze e manifestazioni della Natura.
Dapprima parlò della notte e delle stelle e dei pianeti sopra il suo capo, degli sciami di lucciole sotto di sé, dell’invisibile mare sotto le lucciole e delle grandi scogliere che, costellate di anemoni e di conchiglie, sonnecchiano nell’invisibile mare. Parlò dei fiumi e delle cascate, dei grappoli d’uva che van maturando, del fumante cono del Vesuvio e dei nascosti canali di fuoco che generano quel fumo, delle miriadi di lucertole che dormono acciambellate nelle crepe della terra assetata e della pioggia di bianchi petali di rosa nascosti tra i capelli di lui, Eustace. E poi parlò della pioggia e del vento che trasformano le cose tutte e dell’aria che permette a tutte le cose di vivere, e dei boschi nei quali tutte le cose possono celarsi.
Naturalmente non si trattava che di un altamente assurdo farneticare; comunque, quando Leyland fece udire il suo giudizio “diabolica caricatura di quanto vi è di più bello e sacro nella vita”, lo avrei preso a pedate.
«E poi» (la penosa filastrocca prosastica, unico modo espressivo di Eustace, non era ancora finita) «e poi vi sono gli uomini; ma io non riesco a distinguerli bene.»

Molto amara l’ironia di Forster, che deve sacrificare la vita del giovane Emmanuele perché Eustace venga liberato dalla “prigionia” dei suoi parenti e scappare lungo il giardino invece di morire di claustrofobia nella sua stanza. Forster mette in scena qui l’incapacità della società edoardiana di accogliere lo spirito panico e vitale. Nel sacrificio di Emmanuele, nelle difficoltà di Eustace, c’è la polemica verso i sacrificati a un meccanismo di oppressione sociale. La polemica è anche estetica: un ragazzo «sprovvisto di senso estetico e con una padronanza di linguaggio tutta puerile» osa affrontare temi che hanno «scoraggiato i più grandi tra i poeti». Eppure è proprio lui, il visitato dal dio.

© Giovanna Amato

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