Altri dischi #5: Jim Morrison & The Doors, An American Prayer

jim_morrison__the_doors-an_american_prayer_a_3

Jim Morrison & The Doors
An American Prayer
Elektra, 1978

 

*

di Ciro Bertini

*

La si potrebbe considerare una banale operazione commerciale. A sette anni dalla morte di Jim Morrison, i Doors si ritrovano in studio per dare una veste musicale ad un consistente corpus di poesie, recitazioni e dialoghi composti e registrati dal Re Lucertola e rimasti negli archivi della Elektra. Il background è questo. Non la voglia di cimentarsi con un nuovo album di inediti che “aggiorni” il sound della band di Los Angeles all’alba degli anni ottanta, quindi, ma un tentativo di resuscitare Jim, la leggenda, ponendolo ancora una volta davanti al microfono e facendogli recitare le sue storie di morte e rinascita, le sue visioni di trascendenza e catarsi, i suoi dialoghi scabrosi e onirici. Ci avevano già provato, Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore, a proseguire senza di lui, registrando in fretta e furia un primo album ad appena pochi mesi dalla sua scomparsa. Un modesto tentativo di dire: ci siamo ancora, quel “Other Voices”, e mai un titolo sarebbe potuto essere più appropriato nel ribadire l’assenza di Morrison, tanto nella scrittura dei testi quanto nell’interpretazione degli stessi. Forse sarebbe stato più corretto cambiare nome, seppellendo per sempre The Doors accanto alla tomba che aveva appena accolto le spoglie di chi quel nome l’aveva inventato, ma al di là delle spietate leggi del mercato che impongono di far correre la bestia finché ha ancora un po’ di fiato in gola, una simile, coraggiosa scelta avrebbe dato ragione a quanti, allora come oggi, ritenevano che Jim Morrison fosse i Doors e che i Doors fossero Jim Morrison. Non è ovviamente questo lo spazio adatto a intavolare una discussione circa i meriti individuali dei quattro componenti della band, se fosse Jim a trascinare gli altri con la sua personalità strabordante, o se fossero piuttosto Robby, Ray e John i veri geni musicali, senza i quali Morrison sarebbe stato soltanto uno sconosciuto autore di poesie che pochi o nessuno avrebbe letto. Sia chiaro che chi scrive nutre per il quartetto californiano un’ammirazione assoluta e ritiene che The Doors sia una pietra miliare della storia del rock.

Undici anni sono quindi trascorsi da quel capolavoro che contiene Break On Through, Light My Fire, The End, The Crystal Ship e End of the Night, e i tre musicisti si ritrovano di nuovo insieme: Ray Manzarek all’organo, Robby Krieger alla chitarra e John Densmore alla batteria. Accanto a loro, in mezzo a loro, il fantasma del Re Lucertola, che li coinvolge ancora una volta nei suoi flussi di coscienza fra le sabbie del deserto, dove si nascondono autostoppisti assassini e spiriti di indiani i cui cadaveri sanguinolenti giacciono riversi sull’asfalto rovente dell’autostrada alle pallide luci dell’alba. Non si tratta di un’opera che ci fa saltare dalla sedia al ritmo di vorticosi acid blues, né un viaggio fra atmosfere lisergiche e inebrianti, ma un disco più composto e riflessivo, una sorta di invito all’ascolto che precede l’ascolto stesso. Pochi i virtuosismi, quasi assenti le jam. Spesso la musica si limita anzi a sottolineare con rapide pennellate le divagazioni di Jim o a creare soffuse trame sonore che sorreggono la calda voce sciamanica del Re Lucertola. Almeno tre le perle dell’opera. L’iniziale Ghost Song, un incalzante brano notturno in salsa funky trainato da un basso roccioso e da un incendiario riff di chitarra assai difficile da dimenticare. La celebre versione live di Roadhouse Blues, che suona più come una Roadhouse Rock, con un serpeggiante organo psichedelico a sostituire il piano honky tonk dell’originale e un Robby Krieger in gran forma che ci regala uno dei migliori assoli della sua carriera. E, avvicinandoci alla fine, The Severed Garden, rivisitazione dell’Adagio di Albinoni, con Morrison a recitare un personale messaggio di speranza verso una vita migliore, che non coincide con la morte, come sembra suggerire inizialmente, ma nel superamento attraverso il bene di un’esistenza votata allo sfruttamento, al giudizio e all’ingerenza.
Torniamo quindi al punto di partenza: si tratta di una banale operazione commerciale? A mio avviso no. Pur aggiungendo molto poco allo straordinario repertorio dei Doors, An American Prayer ci fa comunque vivere la magia di ascoltare il complesso nuovamente unito, e lo fa con dignità ed eleganza, senza mai dimenticare che si tratta prima di tutto di un omaggio all’arte dello sciamano morto a Parigi in quel tragico 3 luglio 1971. Resta un’ultima discussione, meno sterile della precedente ma altrettanto interminabile, e riguarda la reale volontà del Re Lucertola di pubblicare o meno questo lungo paroliere. È noto che Paul Rothchild rifiutò di produrre il disco, ritenendo che il trio avesse completamente travisato le intenzioni di Jim. Come avrebbe commentato Pasolini la pubblicazione del suo Petrolio? Per non parlare di Fellini e del suo Libro dei sogni. Cos’è quindi preferibile? Conservare nel cassetto idee ed emozioni rispettando la (presunta) volontà di un autore o forzare quella volontà confezionando un’opera non priva di fascino?

*

© Ciro Bertini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...