Altri dischi #2: Slint, Spiderland

slint-spiderland

Slint

Spiderland

Touch and Go, 1991

 

Tre armonici, una pausa e due terzine. Non potrebbe iniziare in modo più semplice uno dei dischi più rivoluzionari nella storia della musica rock, timido e inconsapevole artefice del cosiddetto fenomeno del post-rock e di tanta musica a venire. Originari di Louisville, il chitarrista e cantante Brian McMahan e il batterista Britt Walford si erano già fatti notare con gli Squirrel Bait, gruppo hardcore punk dal sound rabbioso e senza compromessi, ma fu quando ai due si unirono il chitarrista David Pajo e il bassista Ethan Buckler che il corso della Storia cambiò per sempre. Pubblicato nel 1989, Tweez è qualcosa di totalmente nuovo e rivoluzionario, un agglomerato di suoni caotici ed eterei, densi e metafisici, schegge impazzite all’insegna di una godereccia e dissoluta anarchia, ma anche governate da una logica austera, come se la band si divertisse a giocare con le aspettative dell’ascoltatore, sovvertendole scientificamente. La direzione è incerta, tutto viene messo in discussione in questi nove meravigliosi frammenti suonati in piena libertà. Lo scioglimento della band subito dopo la pubblicazione dell’album sembra già decretare Tweez a episodio isolato e irripetibile, e gli Slint a breve (e meravigliosa) parentesi. Nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe uscito due anni dopo dalla loro (breve) reunion. Registrato con Todd Brashear al posto di Buckler, Spiderland è indubbiamente figlio di quell’album, ma elevato a livelli sublimi. Ancora più astratto e sfuggevole, l’album raggiunge vette di originalità trascendente, sorretta da un’ispirazione così autentica e cristallina che un paragone con i King Crimson più sperimentali non suonerebbe affatto esagerato. Non si può catalogare la musica di questi sei componimenti, ci si può soltanto abbandonare all’espressione beffarda dei quattro musicisti ritratta sulla copertina ed entrare in un labirinto nero in cui ci si perde e si ritrova la strada di continuo, ma senza mai raggiungere la meta. I suoni sono glaciali e pungenti, sanno ammaliare ed estasiare con semplicità e disinvoltura, le stesse qualità con cui, un attimo dopo, sanno esplodere e travolgere tutto.
Se la parte vocale è più consistente rispetto al predecessore, non c’è tuttavia una sola di queste sei tracce che si possa definire “cantata”, perché McMahan alterna continuamente parole appena sussurrate a monologhi apatici ad urla lancinanti, inventando perfino uno stile ibrido tra il canto e la narrazione. Esattamente quello che succede in Don, Aman, dove un freddo, fragile tappeto di accordi sorregge un bisbiglio che sembra provenire dall’oltretomba, o nella ninna nanna di Breadcrumb Trail, squassata nella parte centrale da un wall of sound e una chitarra stridula che ricorda una cornamusa, su cui si staglia una voce altrettanto urticante e sgraziata. Capolavoro nel capolavoro è Nosferatu Man, mini-suite dal ritmo sghembo e sinistro che ci conduce immediatamente nel castello del “principe vampiro”. Si parte con un canto in sordina cui si alterna un riff stridente, simile ad un grido di terrore, si prosegue con esplosioni di chitarre che successivamente evolvono, o meglio, si bloccano su un ritmo robotico e martellante, con pause e riprese continue, fino al mortale accordo conclusivo, un feedback simile ad una lunga scia di sangue. Più che una canzone, una tragedia in tre atti,  la riproduzione in musica di un incubo munchiano. C’è spazio anche per il sentimento nella sofferta ed accorata Washer, a suo modo anticipatrice dello slowcore, dilaniata anch’essa, nella parte finale, da violente scariche elettriche. For dinner… è forse il brano più disarmante, cinque narcolettici minuti di avanguardia musicale senza ritmo e senza parole, un sonnolento, minimale girotondo che solo nell’epica coda conclusiva sembra rianimarsi. Il disco si chiude con Good Morning, Captain, lungo brano pesantemente ritmato, le cui peculiarità – la recitazione dimessa, i fraseggi di chitarra arabeggianti, la cadenza ipnotica, la scossa sismica finale e le urla viscerali – sembrano quasi riassumere l’intero album, concludendo grandiosamente un’opera che per inventiva e refrattarietà ad ogni catalogazione ha davvero pochi rivali nella storia della musica. Con Spiderland si chiude l’avventura degli Slint, scioltisi nuovamente (e definitivamente) subito dopo la pubblicazione dell’album. Quindici canzoni: a tanto ammonta il lascito della band, quanto basta per consacrarli all’immortalità.

© Ciro Bertini

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