Gli undici addii #4: “Supplenza”, di Gianluca Wayne Palazzo

Alfred Stieglitz

Duchamp, Fontana, opera perduta, fotografia di Alfred Stieglitz

Si fermò davanti alla professoressa di tecnica accasciata contro la porta dell’aula, notando la linea irregolare delle sopracciglia, il colorito grigio e i capelli appesi alla testa che scivolavano giù, svogliati, in sfumature di ruggine. Un guizzo della pupilla si sostituì al saluto e subito la donna abbandonò l’uscio, spalancandogli davanti un’interminabile ora di supplenza in una classe non sua.
La terza E. Gustosissimi aneddoti nei consigli di classe della sua terza G dai colleghi che se le spartivano entrambe, e a volte persino in collegio docenti. La coordinatrice, si diceva, aveva lanciato la provocazione di un sette in condotta collettivo, per dare un esempio. La provocazione era caduta nel nulla.
Bisognava inventare qualcosa. Soltanto uno sprovveduto sarebbe entrato in quell’acqua sporca e tempestosa senza un piano, senza un protocollo a cui affidarsi per uscirne interi. Giulio si rese conto che si era fermato appena prima della soglia di visibilità, e fissava una scritta a pennarello sul muro accanto allo stipite della porta, senza capire. Uno scroscio di risate potente come se venisse da un teatro con tremila paganti lo investì dall’interno.
Represse una sorda disperazione e varcò la soglia. Quasi non se ne accorsero. Sbatté la porta e metà del chiasso scemò. Li guardò, quasi tutti in piedi, le fauci bavose nell’aria densa di ignoranza, testosterone e scariche di elettricità statica, le T-shirt sudate, materiale sufficiente a due o tre cartolerie sparpagliato a terra. Alle sue spalle una lavagna sfregiata da scarabocchi primitivi, e di fronte a lui un pacchetto di patatine gonfio d’aria nelle mani di un ragazzino.
Non uno qualsiasi, si rese conto Giulio. Il più celebre fra loro, quello che Pannocchia – il prof di ginnastica – in una pausa pranzo informale aveva proposto di abbandonare ad Auschwitz durante la visita nel Viaggio della Memoria.
Luca Sgarella.Lo ricordò con gli occhi iniettati di sangue che lo sorprendeva in strada con Francesca e inghiottì fissandolo. Nonostante tutto quelle mani tarchiate, dalle unghie spesse e
irregolari sfondarono il pacchetto e lo fecero esplodere sotto ai suoi occhi.
La risata di Sgarella fu quella di un demente che scappa nei corridoi di un manicomio, inseguito dagli infermieri. La vista di Giulio si sfocò un momento, sotto la pressione delle arterie che pompavano sangue avvelenato nelle cervella, mentre un nuovo rovescio di risate grondava dall’aula.
«Bene», esordì con uno sforzo. «Sedetevi ragazzi. Tu, come ti chiami, imbecille?»
Luca cercò conforto intorno, il sorriso si sciacquò via lentamente come una pittura bagnata di pioggia, e subentrò un’espressione incerta di offesa. Poi ebbe un lampo di gioia improvvisa negli occhi.
«D’Alatri!», esclamò.
La classe si contorse in una nuova risata. Giulio inspirò lentamente e si diresse alla cattedra. Poggiò la borsa e ne estrasse una penna, poi prese il registro e cominciò a scrivere.
«Ahò!», strillò un ciccione terrorizzato. «Ma non è vero, oh, sono io D’Alatri! Professore!»
Luca rise sguaiato e guardò Giulio con occhio complice. Il suo scherzo doveva apparirgli delizioso.
«Stai tranquillo D’Alatri, il tuo compagno è talmente idiota da essere celebre anche fuori da questa classe.»
«Ma che mi mette la nota?», chiese incuriosito Luca.
«Esci fuori.»
Il volto del ragazzo si sfigurò in una maschera di strazio.
«No, dai, fuori no…»
«Fuori!», urlò Giulio con più voce di quella che credeva di possedere. Finalmente il silenzio vero arrivò. Sgarella si guardò intorno e trovò solo livore, esultanza e ottusità negli occhi dei compagni. Una ragazza bionda e pallida, che sembrava essere stata appena liberata da una tratta di prostitute slave, lo additò col palmo sollevato.
«Ancora qui stai? E vattene.»
«Voi altri», fece Giulio «prendete il libro di antologia o quello di narrativa. E il quaderno. Adesso scriviamo per tutta l’ora. Il primo che fiata lo porto in presidenza.»
Luca stazionava ancora a metà strada fra la porta e il suo banco. Fissava Giulio con le sopracciglia aggrottate. Forse stava ripetendosi in mente tutte quelle parole per trovare un significato nascosto.
I loro sguardi si incrociarono e Giulio, spazientito, uscì da dietro alla cattedra, lo raggiunse e lo condusse di peso alla porta, spingendolo fuori.
«Ahia, oh… Anja, a te ti gonfio!», protestò, puntando il dito contro la ragazza bionda, ma Giulio gli chiuse la porta in faccia e tornò alla cattedra.
«I libri», scandì inviperito.
Lentamente qualche testo comparve sui banchi, alcuni trassero dagli zaini anche quaderni malconci. Cominciò il laborioso e stancante valzer delle penne e dei fogli da prestare, le richieste di spostarsi di banco, i tentativi di sedersi in tre con un solo libro, le mani alzate per andare in bagno, uno squillo clandestino di cellulare…
Giulio sollevò gli occhi all’orologio sulla parete e vide che era passato appena un quarto d’ora. Lo sconforto lo rovesciò sulla sedia e sentì la testa che si chinava da sola di lato, verso la porta, verso la via d’uscita.
La porta era socchiusa.
Lui l’aveva chiusa, era sicuro di averla… Una mano tozza e giallastra scivolava come un serpe dall’esterno verso il banco più vicino, abitato da una coppia male assortita di sgorbi – maschio e femmina – gli occhi torpidi annegati di sonno. Giulio vide la mano afferrare una manciata di matite colorate dall’astuccio di uno di loro e lasciarsene sfuggire a terra una metà. Dal fondo opposto dell’aula un gigante senza fronte, dai capelli fittissimi, spalancò una bocca a cui mancava un dente e indicò alla compagna la scenetta. Quella si alzò rumorosamente per guardare meglio. Una specie di estasi si diffuse a domino negli sguardi degli altri, uno di loro si lasciò sfuggire un singhiozzo di giubilo.
Giulio vinse la paralisi e scattò in piedi. L’avrebbe aperta, avrebbe spalancato la porta e affrontato quel miserabile, questo avrebbe fatto, e questo stava per fare quando la mano abbandonò il mazzo di matite e sporse in alto il medio per mandare affanculo l’intera classe.
In un istante, mentre già impugnava la maniglia, la rabbia lo invase. Spinse di scatto la porta in avanti e schiacciò quella mano odiosa contro lo stipite.
Per un’interminabile frazione di secondo sperò che non accadesse nulla.
Poi un urlo schifoso lacerò l’aria dal corridoio, e quando Giulio aprì di nuovo la porta col cuore impazzito, rivelò la faccia allucinata di Luca Sgarella che fissava una mano rossa e deformata, innalzata davanti agli occhi dell’intera classe.

Il lavandino gocciolava implacabile, le mura del bagno amplificavano l’eco, nella sua testa il suono si tramutava in una picozza e gli scheggiava lamelle dal cranio dolorante.
Sotto i suoi occhi, tenuto stretto al polso dalla mano sana, stava l’avambraccio di Luca, e alla fine la mano gonfia e violetta che la bidella stava fasciando. Il volto del ragazzino era inerte, ma ogni tanto i denti si serravano per una fitta.
Intorno c’era il bagno dei maschi, gli orinatoi a muro e una seggiola di legno rubata a una classe su cui l’alunno più infido della scuola sedeva, incapace di tenere le gambe immobili. Fuori il corridoio, dove quindici metri più in là il bidello anziano sorvegliava bonario la terza E, incurante delle strilla sguaiate che scoppiavano a intervalli regolari.
Che cosa ho fatto, pensò Giulio, che cosa cazzo ho combinato?
Doveva escogitare qualcosa, doveva riflettere e agire in fretta. Da lì a venti minuti la mamma di quel bastardo sarebbe arrivata a scuola per riportarselo a casa, lui avrebbe vomitato tutta la verità, spia infame, e allora nessuna giustificazione avrebbe tenuto, nessun alibi avrebbe retto: aveva schiacciato deliberatamente la mano a un alunno quattordicenne posto sotto la sua sorveglianza.
Pensò a Francesca. Strato dopo strato le imprudenze, le stupidaggini si moltiplicavano. Era il suo anno di prova e rischiava di mandare tutto a farsi fottere.
Pensò ad Amelia. Di certo a lei non sarebbe mai capitato. Quella freddezza negli occhi, quel sangue in cui scorreva una miscela di antigelo…
Doveva tenere duro, architettare qualcosa.
«Professore…»
Sussultò. La bidella aveva finito la fasciatura e stava tornando alla sua postazione. Luca lo guardava con gli occhi da animale dei campi.
«Posso chiedere una cosa?»
«Dimmi.»
«Ma lei sta con quella, la professoressa coi capelli rossi?»
Giulio deglutì. Vide Luca sorridere, sgangherato, e dovette trattenere la collera. Incredibile che ce ne fosse ancora in lui, ma c’era. Doveva ricomporre. Manipolare. Un abile lavoro di diplomazia.
«Luca, mi spieghi perché ti comporti sempre così? Lo sai che non verrai ammesso agli esami se continui così, vero? Di nuovo.»
Il ragazzino si strinse nelle spalle.
«Ma che ho fatto…»
Bene, bene così. Colpevolizzare.
«Te lo sei mai chiesto perché fai quello che fai?», domandò con voce da psicologo. Una nuova alzata di spalle.
«Boh.»
«Strillare nell’orecchio di una compagna che ha dei disturbi…»
«Vabbè, ho fatto una cazzata.»
Il muso spento si accese in una risatina scema.
«Ho detto una parolaccia…»
«Ma lo capisci che queste… cose», lo incalzò Giulio, petulante, indicando la mano rigonfia «sono la conseguenza del tuo comportamento?»
Il ragazzino si grattò i capelli sporchi e poi cominciò a stuzzicare la fasciatura.
«Secondo me è carina la Riccio», se ne uscì. «Quella coi capelli rossi, ha capito chi?»
Giulio mandò giù altra saliva.
«Luca, ascolta.»
«In classe dicono che è matta, ma pure a Tonelli piace.»
Ridacchiò come un vecchietto centenne: «Che lei c’ha provato?»
«Tra poco arriva tua madre», disse piano Giulio, tentando il tutto per tutto. «Mi piacerebbe avere un motivo per toglierti quella nota.»
Attese per vedere se Luca abboccava. Il ragazzino sembrò non averlo nemmeno sentito. Si massaggiava la mano dolorante con una smorfia di incomprensione – mano? dolore? perché dolore su mano? – e Giulio si chiese se bluffasse.
«Luca?»
«Eh? No, mamma tanto mi riempie di schiaffi uguale. Pure se c’ho la mano rotta. Secondo lei s’è rotta?»
Giulio cercò con gli occhi dove sedersi, ma non c’era nulla di adatto. Il supplizio sarebbe proseguito in piedi.
«Se a tua madre dici che ti stai impegnando… Se le dimostri che ti stai impegnando, magari…»
«Mica possiamo essere tutti buoni, prof.»
Giulio perse un respiro. Gli sembrò perfino che Luca avesse cambiato voce.
«Io…»
«Mi fa male, oh!»
Giulio sentì rizzarsi i capelli in testa. Dal fondo del corridoio un rumore affrettato di passi lo fece voltare di scatto. Una donna piccolina, in stivali neri di finta pelle, avanzava scalpicciando verso i bidelli. Luca sbuffò e Giulio mosse un passo indietro, la mente che frullava impazzita.
Vide i bidelli indicare nella sua direzione, e subito la signora avanzò spedita verso il bagno dei maschi. Aveva lunghi capelli corvini e il volto truccato male, e teneva le mani divaricate larghe sui fianchi.
«Buongiorno!», strillò quasi.
«Buongiorno», bisbigliò Giulio.
«Ciao», fece Luca, svogliato.
«Ma che hai fatto? Che hai fatto un’altra volta, mannaggia a te!»
Lo tirò su di forza dalla sedia prima che Giulio, congelato come un fermo immagine, potesse dire o fare qualcosa.
«M’hanno rotto la mano…», biascicò Luca. La donna vide la fasciatura e si portò un palmo spalancato alla bocca. Giulio attendeva che quegli occhi neri di rimmel si voltassero verso di lui in cerca di spiegazioni e immaginò mille modi diversi in cui la voce di Luca avrebbe pronunciato la frase, quella frase: È stato lui!
«Oddio, oddio, oddio!…»
Giulio mosse un passo ma immediatamente la donna strattonò fuori dal bagno il ragazzino senza curarsi di lui.
«Ehm…», cominciò Giulio. Luca si voltò a guardare dentro l’aula quando passarono davanti alla sua classe, e un sorriso tonto gli comparve in faccia. Risate dall’interno. Giulio si scosse e si affrettò verso di loro.
«Ma chi è stato? Chi è stato mannaggia a te? A te! Sei la rovina mia, sei!»
Luca aprì bocca per rispondere e il tempo sotto gli occhi di Giulio rallentò. Ma prima che potesse parlare la donna si voltò verso di lui e gli sorrise mortificata.
«Quante ve ne fanno passare, eh? Ma che combina, che combinano?…»
Giulio alzò le spalle, simulando comprensione.
«Tu, tu, tu!», ringhiò ancora lei verso Luca. «Chi è stato
Luca dondolò la testa e guardò Giulio per un momento.
«Ma che ne so», disse. Poi un’espressione astuta gli si dipinse in viso: «Mo’ però i compiti come faccio…?»
Si voltò di nuovo verso Giulio. «Vero prof? Come faccio a scrivere?»
«Te li faccio fare io!», urlò la madre, e dopo tanti rimuginii inconsistenti Giulio riuscì finalmente a parlare, a dire una cosa, la sua cosa: «Non fa niente Luca. Non ti preoccupare. Mi raccomando.»
«Ci scusi tanto, eh», ripeté la donna, e lo trasportò a strattoni fino al fondo del corridoio, scomparendo poi giù per le scale.
Giulio restò immobile di fronte alla porta dell’aula. I bidelli lo fissavano, silenziosi. Scrutò nelle loro espressioni, non seppe dire cosa vide.
Si voltò verso la porta della terza E e l’occhio gli cadde di nuovo sulla scritta a pennarello dello stipite.

MUMBLE, MUMBLE

BLA, BLA, BLAAA

Tirò su con il naso e rientrò nell’aula. Aveva mezz’ora di supplenza ancora da far passare.

© Gianluca Wayne Palazzo

Il presente è il terzo di una serie di racconti ispirati al mondo della scuola. Chi volesse recuperare i precedenti li troverebbe qui sotto. Dello stesso autore, su Poetarum Silva, Fenomenologia del Nuntemove.