“Parlando d’altro” di Rodolfo Cernilogar. Alcune poesie e una nota

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Rodolfo Cernilogar, Parlando d’altro. Prefazione di Francesca Del Moro, collana poetál Cicorivolta edizioni, 2014, € 10,00, pp. 109. In copertina, “Parlando d’altro”, illustrazione originale di Ilaria Grimaldi (www.ilariagrimaldi.it).

Parlare della poesia di Rodolfo Cernilogar è parlare soprattutto del “tempo”, del respiro che il poeta prende mentre scrive, e quindi anche del ritmo che caratterizza i suoi testi. Se i temi sono molteplici e ben riconoscibili e forse si può dire che ampio spazio è riservato all’amore per gli altri, siano essi una compagna, una figlia, i familiari o figure di diverso genere, allora si può anche guardare più in là, a un aspetto formale cruciale, e porre l’accento sulla scansione, sul movimento, sul passo nei versi: la misura che si coglie è proprio questa, ossia un “passo”, umano. Non c’è infatti frenesia in questa poesia ma distensione, la stessa di chi cammina e, lungo il percorso, si trova a poetare. Il titolo potrebbe eludere questa caratteristica facendo perdere per un istante la direzione verso la quale si va: quella certa vaghezza sarà tuttavia scavalcata sin dal primo testo.
In Parlando d’altro la “misura”, individuata in anticipo, può risultare efficace nell’affrontare i testi: essa accenna infatti anche alla dimensione della lettura e al rapporto che il lettore può avere con la poesia dell’autore. Ne sono la prova anche la scelta di alcuni sostantivi, aggettivi e verbi (e forse il più importante è «durare»), che rafforzano quest’idea di un appoggio sicuro – appunto il passo – dal punto di vista formale e sostanziale assieme.
Nella selezione che ho operato, l’orecchio del lettore coglie la disposizione, la regola e l’ordine di cui Cernilogar si serve; quindi la distensione di cui sopra diventa dimensione di uno spazio – ideale e poetico – tensivo sì, ma appunto che volge all’allargamento, e che in questa “espansione”, da lettori, ci include.

© Alessandra Trevisan

Algebra

Non è vero che mi manchi. È solo
una bugia. L’alfabeto
delle cose sa mentire bene.
La verità è un’altra.
Tu aggiungi (calore
alle coperte, aria
alle stanze, chiavi
alle porte, pioggia
ai vetri). Sì, tu aggiungi.
Anche quando non ci sei.

*

Ausiliari

Avere addosso
il peso il corpo il respiro
notturne unità di misura
di quello che a giorno sarà
pensiero prendersi cura
non ancora essere
se il piede scaltro rifugge
la grammatica degli affetti
nell’angolo libero del letto
il calco minerale del possesso.

*

Il viaggiatore

Partono treni a ogni ora
passano tra i tetti e le antenne
passano da questa stanza
partiamo anche noi
luminosi nel buio
contiamo i respiri
come fossero monete
vestiti da mettere in valigia
Marsiglia Toronto Siviglia Belfast
ogni luogo è vicino
così facile partire
così facile restare.

*

Lezioni di pittura
.
Scalda i pastelli al calore delle mani
soffiaci sopra come se fosse inverno.
Si tratta di fare quello che sapevamo
da tempo. Dovrei dirti di scegliere
con cura sfumature e combinazioni,
di colorare dentro ai bordi
delle nostre sagome originarie.
Questo dovrei dirti
secondo il galateo della ragione.
Ma lascia libere le mani, intingile
nel blu sui capelli, verdi le spalle
come il mare, il grano che ci matura
attorno. Non importano le linee
da seguire, la forza del colore
sui fogli, il disegno a occhi chiusi
come se dicessi piano…

*

Poetica contadina

“È un mestiere difficile,”
diceva mio nonno,
le mani grandi e ruvide
sul mio viso accaldato.
Volevi fare l’orologiaio.
Con quelle mani
sei andato in Svizzera
a lavorare in un cantiere
ad accendere sigarette
nel freddo del dopoguerra.
“Devi sentire con le mani
vedere il verde delle olive
dell’olio che esce dal frantoio
nei rami freddi dell’inverno
togliere per innalzare
tagliare come dessi un bacio.”
E ti piegavi sulla mia testa
sui tanti anni della tua schiena.
“Impara l’arte,” dici ancora
come un soffio tra i campi.

*

Non all’aquila né al falco
ma ai piccoli uccelli
da un ramo all’altro
senza posa sulle ali
come se il viaggio
non possa essere
che altri viaggi

a loro vorrei parlare
in compagnia nel sole

un altro pomeriggio
e quello dopo ancora.

*

Calamita

La limatura di ferro
si dispone geometrica.
Le linee di forza richiamano
altre linee che conosco. Quelle
del tuo corpo, per esempio.
La curva delle labbra degli occhi
della schiena. Dovrò cambiare
pianeta, sistema
neuronale. Se può bastare.

*

Dalla prospettiva del sasso
portato dal Nilo o dal Gange
superate derive e glaciazioni
ammirati cavalli arabi e armature ittite
costruiti acquedotti romani e città stato
incoronati re barbari e merovingi
quanto ridicola potrà sembrare
la nostra ottusa smania di durare
continuiamo a perder tempo
nei modi armonici che conosciamo
…………………………………..così bene.

*

Inizia dalle labbra. Ora
abbiamo le prove, al di là
di ogni ragionevole dubbio.
Dalle labbra inizia. Ancora
non ci è dato sapere
dove vada a finire.

*

Puoi contare i cinque sensi
sulla punta delle dita, avvicinare
i polpastrelli alle labbra, le labbra
all’orecchio, l’orecchio al respiro,
il respiro alla pelle, chiudere
gli occhi per quadrare
il cerchio, perdere il senso
del tempo, le ragioni
del buonsenso

imparare che ciò che vale
può essere racchiuso
nel palmo di una mano.

*

Febbre

Potremmo parlarne per ore. Chiamare
in soccorso la scienza: odori e voci
lasciano segni. O ricordare un esempio,
tra gli altri: la linea di mercurio
che sale, in giorni diversi,
nel mio e nel tuo
corpo, quando la tenerezza
stringe il nodo
come una domanda.

*

Happy end
.
Poi sarà passato il tempo
non si cura di noi e di quello che è stato
saremo due vite come tante altre
saranno gioie e abbagli
ritorni figli lavori traslochi
e non saranno serviti i consigli
la prudenza dell’assenza.

E quando sarà passato tutto questo tempo
a una tua nipote in una sera qualunque
racconterai la storia che ci ha impastato
sarò la tua passione più grande
una fitta che ancora ti seduce
una parola un colore un odore
sarò nemico amico amante
un racconto di Alice Munro
il senso che tra le righe si rivela
e non ti lascia.

*

Dopo di noi

Non ci sarà un dopo. Non è
una questione che ci riguardi.
Se arriverà sarà come un dono,
un angelo distratto. Teniamoci
saldi alle cose, al buon artigianato.

*

Le matite di Escher

Ancora non so dove questa scala
porterà se saliamo scendiamo
i regni inferi del nord o del sud
quale piano della maison paradise
il numero delle stanze lungo il corridoio.
Non so ancora cosa troveremo
alla fine della salita della discesa
una camera su una piccola piazza
i merletti di un castello gli odori
della nostra infanzia. Ma ora so
con te voglio essere con te
vicini ma non lo stesso gradino
mai troppo distanti da vedere
parlare toccare uno davanti all’altra
respirare gioia per distrazione
e magari aspettare a una svolta
se uno dei due rimane indietro o avanti.

*

Signor D.

Cerco quello che conta
nella vita libera e fuggente
porta abiti femminili
una gonna che si alza
a uno sbuffo di vento.
Si tira avanti cercando
il dettaglio che fa la differenza
in precario equilibrio
di profondità e leggerezza.
Se c’è stata l’occasione giusta
ci sta che l’abbia persa
o magari dovesse ancora arrivare?
Alla fine farò i conti
come tutti quanti.

***

Rodolfo Cernilogar poetarumRodolfo Cernilogar nasce a Pisa nel 1975. Passa i primi tre anni dai nonni marchigiani.
Il nonno paterno era sloveno, conosciuto solo dai racconti del padre. Cresce in Maremma dove respira il verde dei pini prima del mare. A vent’anni torna a Pisa alla Scuola Normale. Oggi vive e lavora tra Bologna e Ferrara, tra la via Emilia e l’Est. Ha una figlia – diventata grande – che studia a Oxford.
Pubblica nel 2006 il suo primo libro di poesia Argento di lumaca (LietoColle), opera che vince numerosi premi. Fa parte del Gruppo 77, composto da poeti che a Bologna scrivono, leggono, impastano poesia.

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