Interviste credibili #18: Giusi Marchetta tra lettura e scrittura

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Giusi Marchetta

Interviste credibili #18: Giusi Marchetta tra lettura e scrittura

D: Ciao Giusi, comincio da una delle mie fissazioni: le città. Tu vivi a Torino, come è cambiata negli ultimi anni? Mi racconti la tua Torino?

R: La mia Torino è una città che sei anni fa conoscevo poco e mi spaventava un po’. Poi ho iniziato a conoscerla attraverso i nomi delle scuole: arrivavo alle convocazioni con tutti questi cerchietti disegnati in certi punti della città e una legenda complicatissima per individuare subito quelle che si trovavano a una distanza meno problematica da casa mia. Adesso la scuola è quella in cui insegno da un anno e la città mi sembra più accogliente perché sono aumentate col tempo le persone che mi hanno accolta. La penso come “casa”: è il cambiamento più importante che Torino ha fatto per me negli ultimi anni.

D: Quanto conta, penso ai fiumi, avere tutta quell’acqua a due passi da casa?

R: Molto. Quando vivevo a Napoli sapevo che proseguendo lungo via Roma avrei trovato il mare e qualcosa di bello da guardare. Adesso abito vicino alla Dora, in una curva particolarmente affascinante del fiume. A volte, quando rincaso, mi sembra assurdo che sia così facile vederla.

D: Tu insegni, sei matta? Tu scrivi, sei sicura di star bene? Tu sei una lettrice, dobbiamo rinchiuderti?

R: Penso che ci sia qualcosa di lievemente disturbato in tutti e tre gli ambiti. E sì, la compresenza e l’importanza che do a tutte e tre le cose non mi aiuta a sembrare più sana di mente. Però a esser giusti bisognerebbe dare tutte le colpe alla letteratura. Più che cambiarmi la vita me l’ha impostata e non sono riuscita a fare altro: la insegno, la leggo e quando scrivo il confronto con i libri degli altri mi mantiene lucida sulle mie potenzialità e i miei limiti. Qualche lato positivo c’è: le volte in cui riesco a trasmettere la mia malattia in classe è proprio perché questa follia l’avvertono anche i miei alunni e ne sono travolti. Insomma, non sono sicura di stare bene ma se mi rinchiudessero saprei come passare il tempo.

D: Ho letto da poco il bel libro di Rossella Milone, Il silenzio del lottatore (minimum fax, 2015), ti riporto questo passaggio: «Nella libreria riuscì a scorgere le costole di qualche libro, ma la maggior parte era stata distrutta o rovinata. Aiutandosi con i piedi, cercò i superstiti tra le macerie. Suo padre e sua madre collezionavano La Critica e Il Corriere dei Piccoli da cui lei leggeva le storie di Bilbolbul a sua sorella. In realtà cercava altro (Ventimila leghe sotto i mari, Dottor Jekyll e Mister Hyde, Piccole donne – tutti libri che erano sempre stati lì, nella libreria, dietro le piantine di sua madre), ma in quel momento le sarebbero bastate anche le riviste noiose del padre. Se fosse rimasto anche solo un foglio intatto». Nel racconto ci troviamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando ho letto questo passaggio ho pensato alla te bambina in Lettori si cresce (Einaudi, 2015), che legge rapita. Quella bambina fra le macerie che libro avrebbe sperato di trovare?

R: Avrei cercato delle fiabe. (Amavo le fiabe e penso che abbiano davvero contribuito a imbastire un mio primo solido immaginario). E poi avrei sperato di veder comparire il libro arancione dedicato a tutti i misteri del mondo, dallo yeti ai cerchi nel grano; la copertina di “Ascolta il mio cuore” di Bianca Pitzorno sgualcita per le troppe letture. “Pel di carota”. E almeno un Dylan Dog quello de “Il lungo addio”.  Certo, vincere la lotteria sarebbe stato ritrovare qualche vecchia antologia di scuola dello zio o di papà: centinaia di pezzi di storie da leggere subito aspettando il giorno in cui avrei saputo come andavano a finire.

D: Tu e la Letteratura, quanto contate l’una per l’altra?

R: Alla letteratura devo moltissimo e al tempo stesso alla letteratura ho consegnato uno spazio della mia vita che non è paragonabile a nient’altro. Non credo di aver avuto molta scelta. Certe volte incontro qualcuno che ne parla con la stessa forma di amore incondizionato e mi sembra che sia una cosa bellissima. Mi dico che ne vale la pena.

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D: Siamo nel campo di Lettori si cresce, a un certo punto del libro scrivi che prima di spedire Polito (il ragazzino protagonista del libro, e quindi i ragazzi) in libreria, a cercare qualcosa da leggere, è importante trasmettergli la facoltà di vedere che esiste la libreria in mezzo agli altri negozi, come si fa? Una volta trasmessa questa facoltà, come portiamo i ragazzi tra gli scaffali?

R: Vedere una libreria è possibile solo se la consideriamo un posto che potrebbe soddisfare un nostro desiderio. (Chiedimi se vedo le agenzie assicurative per strada o dove si trova la gioielleria più vicina: non ne ho la più pallida idea).  Polito andrà in libreria se sarà abituato ad andarci, saprà come muoversi e dove cercare le cose che lo interessano. Famiglia e scuola possono collaborare in questo: mi sembra assurdo che siano la mamma o il papà ad aggirarsi tra gli scaffali con una lista di libri assegnata dal professore. Cominciamo a fare in modo che le letture siano un affare dei ragazzi: che le scelgano, le ispezionino, le chiedano prima di iniziare a leggere. Toccandole con mano potrebbero “vederle” di più.

D: Leggendo il tuo libro si vede la tua passione, ma ancora di più si capisce quanto tu creda al potere della lettura, e di come tu riconosca l’importanza e la necessità di un metodo. È corretto dire che nella scuola italiana non esiste un metodo? È corretto, poi, dire che esistono un sacco di professori che un metodo lo tentano e qualche volta lo trovano?

R: Nella scuola italiana esistono diverse metodologie didattiche collegate alla lettura e alla scrittura. Molti professori si dedicano a delle attività interessanti che stimolano davvero i ragazzi e penso che col tempo queste nuove metodologie si diffonderanno con buoni risultati. Temo però che sia necessario un maggiore aggiornamento per quanto riguarda la scelta dei libri. Quello di cui abbiamo bisogno sono i fondi e il tempo per organizzare meglio i percorsi che prepariamo: se si vuole cambiare qualcosa nel mondo della scuola, bisogna essere pronti a investire sulla scuola.

D: “Leggere non serve a niente”, questo pare essere il tema, di certo è una delle obiezioni più frequenti dei ragazzi, altre cose li divertono di più, li distraggono di più. Servono. Allora, da dove si comincia? Una volta scelto un libro, come procedi?

R: Diciamo che non ne scelgo mai uno soltanto per tutta la classe. Propongo una lista di consigli che è in costante aggiornamento e i ragazzi possono scegliere quella che sarà la loro prossima lettura. Durante l’anno capita che ne proponga alcuni all’intera classe perché tutti possano partecipare a un’attività a fine lettura. Ad esempio l’anno scorso dopo averne letto il libro abbiamo invitato un’autrice a scuola; oppure finito Maus, siamo andati a vedere uno spettacolo ispirato al graphic novel. O ancora, sulla base di quello che stava accadendo nel Mediterraneo abbiamo scelto un libro sulle migrazioni. Le letture scelte autonomamente durante le vacanze vengono semplicemente discusse insieme o i ragazzi leggono la pagina preferita ai compagni. Adesso ho iniziato l’anno iscrivendoli ad Anobii: potranno inserire un breve commento ai libri letti e dare le stelline che vogliono. Penso che si divertiranno.

D: Ti faccio una domanda che faccio spesso agli scrittori e che non posso non rivolgerti. Alberto Manguel nel suo saggio Al tavolo del cappellaio matto (Archinto, 2008) tenta di trovare il lettore ideale attraverso una serie di definizioni, un po’ per gioco e un po’ per scienza. Te ne riporto qui tre:  “Il lettore ideale legge tutta le letteratura come se fosse anonima” “Il lettore ideale sa quel che lo scrittore intuisce soltanto” “Il lettore ideale non esaurisce mai la geografia di un libro”. Secondo te esiste un lettore ideale?

R: Non me lo sono mai chiesto. Credo che il lettore ideale sia quello che si prende a cuore i tuoi personaggi, perdona gli errori fatti in buona fede, colma i vuoti che lasci di proposito e con la sua lettura completa la pagina. In un certo senso incontrare il lettore ideale è necessario: quando apprezzo molto un libro mi sembra che un’azione lasciata in sospeso sia arrivata a compimento, anzi, si prolunghi nel tempo perché quella scrittura o quella storia rimarranno con me e si trasformeranno in qualcos’altro.

D: Mi sposto un attimo nel mio campo, anche perché so che ami molto la poesia: come andrebbe raccontato a scuola un testo poetico?

R: Bellissima domanda. Non saprei dire come dovrebbe essere raccontato, so che io parto dalla scrittura. Li faccio divertire per un po’ con l’anafora e la similitudine. Poi di solito porto La fontana malata. Giochiamo a trovare un senso a ogni onomatopea, non perché sia quella la vera intenzione del poeta, ma perché è bello immaginare che la parola catturi la goccia che cade sul tombino in modo diverso da quella che si infrange a terra. Da lì, cominciamo a leggere poesie diverse. Chiedo di sottolineare un verso o una parola che li abbia colpiti. Non sempre chiedo il perché. Detesto proporre le poesie che ci sono sul libro solo perché sono previste così ne porto molte di vari argomenti. E se ne leggono una che non piace a nessuno, ne porto un’altra bellissima dello stesso autore per dimostrare che esistono poesie che ti piacciono e poesie che non ti piacciono. Cerco di non snobbare niente: se propongo La capra di Saba, propongo anche Goal. Proviamo a tradurre insieme le immagini in scene che possano realmente figurarsi davanti agli occhi. So che sembra un’eresia ma spesso il distacco dalla lettura dipende proprio da una difficoltà a immaginare fatti ed empatizzare con personaggi, quindi per la poesia almeno alle scuole medie è fondamentale fornire un gancio con la vita. L’anno scorso dopo la tradizionale parafrasi, abbiamo tradotto A Silvia in un linguaggio moderno. Sul momento mi è sembrata una forzatura di cui pentirmi nottetempo, ma qualcuno scrivendo “non ti arriveranno più messaggi che ti faranno sorridere” ha commosso gli altri. Così hanno visto Silvia morta. Abbiamo riletto la canzone. Hanno capito.

D: È uscito di recente un libro di racconti curato da Violetta Bellocchio (Quello che hai amato, Utet, 2015), libro che arriva dal seguitissimo sito Abbiamo le prove. Tra questi racconti ne troviamo uno tuo, ci dici in breve il tema del tuo testo e l’idea del libro?

R: Violetta Bellocchio è una scrittrice che non ha paura di scorticarsi: è un pregio raro perché essere disposti a raccontarsi senza mediazioni o filtri che non siano quelli necessari alla costruzione di un testo può essere molto doloroso. La non fiction però è anche una grande opportunità di affondare la penna in qualcosa di intimo e che ci sembra importante. Da qui credo sia nata l’idea di un’antologia di scrittrici già comparse su Abbiamo le prove e pronte a rispondere alla terribile domanda: “Che cosa hai amato?”. Un interrogativo brutale, in cui mi sembrava risuonasse già la fine del sentimento: il passato prossimo non lascia molto scampo. Per questo ho provato a raccontare il momento in cui l’amore per qualcuno pare sparire di colpo. Quando si tratta di andare avanti un sentimento che si scioglie può sembrare più desiderabile di uno che non si consuma. Però ti lascia più solo.

quello

D: È autunno, si ricomincia, quanta speranza e quanta paura?

R: All’inizio di anno scolastico speranza e paura mi accompagnano dividendosi il campo equamente. La speranza mi sussurra che andrà tutto bene, la paura mi ricorda che molto dipende da me.

D: Mi dici i tuoi tre libri di sempre e per sempre?

R: Casa d’altri di Silvio d’Arzo. Underworld di DeLillo. Il posto di Annie Ernaux.

D: La poesia che non cambieresti con nessun’altra?

D: Non cambierei Odi et amo per la parola che chiude il carme: excrucior. Ho letto tante traduzioni che sfiorano il significato senza renderlo appieno e non mi stancherei mai di cercare la parola giusta. Per nulla al mondo poi cederei il settimo Mottetto di Montale. “Se il chiarore è una tregua / la tua cara minaccia la consuma.”

D: Il caffè migliore di Torino dove si beve?

R: In molti posti. Il caffè migliore però per me resta quello del baretto all’angolo della strada in cui lavoro. Soprattutto d’inverno è la sola cosa capace di riportarmi al mondo e di darmi la forza di affrontare tutte le ore di grammatica che mi aspettano.

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Intervista di Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri

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