La botte piccola #1: H.G. Wells, Nel paese dei ciechi

La botte piccola contiene il vino buono, e questa non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Si comincia con Nel Paese dei Ciechi di H. G. Wells; buona lettura.

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H. G. Wells, “Nel Paese dei Ciechi” (or. “The Country of the Blind”, 1904), Adelphi 2008, trad. Francesco Salvatorelli, 61 pp., 8 euro

In una valle andina ricca di acqua dolce e climi fertili, separata dal mondo da una frana, vive una comunità che un’infezione ha progressivamente privato della vista. Dopo i primi casi, che la popolazione ha attribuito al volere divino, la comunità ha sviluppato una cecità per nascita, permanente, sulla quale non ci si pone più domande; solo un uomo, prima della frana, aveva provato a lasciare la valle alla ricerca di un dio cui votare la sua gente, ma era rimasto chiuso fuori a raccontarne la leggenda: da quel momento, per la comunità della vallata la cecità non è più handicap né questione di cui discutere, ma attributo dell’esistenza umana.

Generazione seguì a generazione. Generazione seguì a generazione. Giunse un tempo in cui quindici generazioni separavano il neonato dall’avo che era uscito dalla valle con un lingotto d’argento per cercare l’aiuto di Dio e non aveva mai fatto ritorno. Accade allora che un uomo venne nella comunità dal mondo esterno. E questa è la storia di quell’uomo.

Quest’uomo ha nome Nuñez, ma è immediatamente soprannominato “Bogotà” per la città che continua a nominare e che per i nativi, che hanno come confini del cosmo le rupi che racchiudono le loro vallate, è inconcepibile come una fantasia siderale. («E sei venuto nel mondo», domandò Pedro. «Dal mondo.»)
La sua apparizione somiglia a quella di un Messia:

E molto civilmente li salutò. Parlò loro e usò gli occhi.
«Da dove viene costui, fratello Pedro?» domandò uno.
«È uscito dalla roccia.»
«Vengo da oltre i monti,» disse Nuñez «dal paese di là… dove gli uomini possono vedere. Dai pressi di Bogotà, dove ci sono centomila persone, e dove la città si estende a perdita di vista.»
«Vista?» mormorò Pedro. «Vista?»
«Viene» disse il secondo cieco «dalle rocce.»

Fin qui, infatti, la prosa di Wells sembra aderire all’illusione di Nuñez-Bogotà, fedele al proverbio che “nel paese dei ciechi l’orbo è il re” e certo che nel giro di poco sarà considerato il loro signore. Ma ben presto alla salmodia si sostituisce la prosa di un antropologo: un perfetto lavoro di stile permette a Wells, nel giro di poche pagine, di trasformare un racconto di avventura in un’agghiacciante fiaba di fantascienza primordiale. Il registro mette a fuoco l’inquadratura e calca le voragini dei gradini che Nuñez-Bogotà dovrà percorrere in discesa fino a comprendere qual è realmente il suo posto nella comunità.

La voce di un uomo d’età cominciò a interrogarlo, e Nuñez si trovò a tentar di spiegare il mondo grande da cui era caduto, e il cielo e le montagne e la vista e altrettali meraviglie a quegli anziani che sedevano al buio nel Paese dei Ciechi. Ed essi non credettero e non capirono nulla affatto di ciò che diceva, contrariamente alle sue aspettative; e nemmeno molte delle sue parole. Da quattordici generazioni questa gente era cieca e tagliata fuori dal mondo dei vedenti; i nomi di tutte le cose relative alla vista erano svaniti e mutati; la storia del mondo di fuori era svanita e mutata in fiaba infantile; ed essi avevano cessato di curarsi di alcunché al di là delle pendici rocciose sopra il muro di cinta. Tra loro erano nati ciechi di genio, che avevano messo in forse le briciole di credenze e tradizioni risalenti ai tempi della vista, e le avevano liquidate come vane fantasie, sostituendovi nuove e più sensate spiegazioni. L’immaginazione si era in buona parte rattrappita insieme agli occhi, ed essi si erano creati nuove immaginazioni con le orecchie e i polpastrelli, via via più sensibili. Lentamente Nuñez se ne rese conto; l’aspettativa che la sua provenienza e le sue doti suscitassero reverenza e meraviglia, comprese, non si sarebbe avverata.

Piegato, rinnega di aver mai visto, si scusa inventando una sorta di confusione da creatura appena formata e si rassegna a diventare l’essere più inferiore della valle, quello che inciampa al buio e non è in grado di distinguere le attività di un uomo dentro le mura di una casa. I suoi misteri possono essere sussurrati, anche se non creduti, solo alla ragazza che lo ama e che desidererebbe sposarlo.
Ma c’è un solo modo, assicura lo stregone del villaggio, perché i suoi progressi possano diventare vera guarigione: rimuovere quegli strani bulbi sotto le ciglia che tanta pressione devono fare sul cervello.

La cecità è una condizione di saggezza, come nella culla dei nostri grandi miti, quando i veggenti erano ciechi, giovani cacciatori morivano per aver visto per sbaglio e grandi sovrani peccatori decidevano di espiare strappandosi gli occhi? O la cecità è metafora di piccolezza, di un materialismo incapace di concepire non solo la spiritualità ma la vastità del nostro mondo? E chi è Nuñez-Bogotà? Un povero sciocco che si illude di essere superiore solo perché ha le stesse capacità di una massa senza essere stato in grado di sviluppare una grandezza propria e pensa di poter prevaricare esseri superiori? O uno stimolo incompreso (un messia, un poeta) del quale la massa bruta si priva per gongolarsi nella sua piccolezza?
Tutto resta ambiguo e aperto alle possibilità, tranne il sonno di Nuñez-Bogotà, che difende i suoi occhi fino alla fine con una fuga disperata che lo porta a scalare le rupi e morire assiderato sotto le “stelle fredde”.
In questo finale concentrico, siamo fuori da ogni prospettiva dantesca; le stelle sono tanto inconcepibili a noi quanto ciò che è oltre le rupi che racchiudono la vallata. Abitiamo noi stessi una qualche caverna famosa, incapaci di sospettare dell’altro, sordi alle visite, felici di ringraziare una scienza che tarpa le ali ai nostri improponibili, casuali messia. Ciò non toglie che ce la passiamo bene, e ciò non toglie che siamo ciechi anche noi.

© Giovanna Amato