“La questione più che altro” di Ginevra Lamberti. Con un’intervista all’autrice

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La questione più che altro di Ginevra Lamberti, nottetempo, 2015, € 13.00

La questione più che altro di Ginevra Lamberti (uscito ieri, 17 settembre, per nottetempo) è un esordio atteso, che prosegue e amplia un lavoro di scrittura iniziato altrove, nella rete, sul blog inbassoadestra, in cui le imprese di sopravvivenza alla vita di tutti i giorni sono raccontate con una verosimiglianza mai spiazzante e che diverte molto. Il romanzo, invece, narra la vicenda di Gaia in un momento di sospensione che precede la fine dell’università e l’ingresso nel mondo del lavoro e del precariato: la sua vita nella valle dove vive e in cui si annoia, una famiglia di “senza nome proprio” (la genitrice, il Genitore, nonno-di-giù, nonna-di-su), poi gli amici e gli incontri ma anche Mestre e Venezia, luoghi-protagonisti che assumono uno statuto tutt’altro che romantico. La trama è fitta di avvenimenti in un continuo ammettere l’attesa come catalizzante (basti pensare al conto alla rovescia dei giorni, già nell’incipit del romanzo). Ed è già il titolo ad annunciarla o forse sarebbe meglio dire, a suggerire una “pausa”, come se Gaia – che nel libro parla sempre in prima persona –, chiedesse al lettore un po’ di tempo: la sua ironia tagliente ma soprattutto il suo sarcasmo ricordano vagamente quello di certi autori “cannibali” degli anni Novanta, e creano un ritmo. Ci sono almeno due ritmi in questo romanzo ma il primo e più forte è, di sicuro, quello che produce il linguaggio, con una voce che accoglie – e fa accadere – al proprio interno tutto ciò che incontra e vive: l’umorismo di Gaia (nome etimologicamente perfetto) si potrebbe definire un giusto mix fra elementi che provengono dal mondo fiabesco – come annuncia la quarta di copertina –, ma anche dalla cultura nazionalpopolare, tutti non postmoderni e che fanno riferimento sia a una cultura di massa italiana – dagli anni Ottanta in poi soprattutto –, sia a modalità narrative incontrate altrove, ad esempio nelle serie tv animate statunitensi più famose degli ultimi vent’anni (Daria di Glenn Eichler e Susie Lewis Lynn su tutte). In questo senso la costruzione narrativa è sapientemente congegnata perché lo è il linguaggio da prima. Inoltre è un’intuizione azzeccata la scansione dei capitoli, brevi, che danno il passo alla lettura ma anche restituiscono la dimensione degli spazi in cui la protagonista “recita” le proprie esperienze: non può mancare, tra le tante, quella del call center, leitmotiv di questi anni già reso celebre da Paolo Virzì in Tutta la vita davanti.
Il Veneto, qui, non resta mai sullo sfondo ma è guardato spesso in controluce. È pregnante la sua presenza – e non potrebbe essere altrimenti – eppure pare lontano da quello del recente Cartongesso di Francesco Maino e da quello narrato dagli scrittori de I nuovi sentimenti (Marsilio, 2006) che annoverava, tra gli altri, Romolo Bugaro e Marco Franzoso, Tiziano Scarpa, Marco Mancassola, Vitaliano Trevisan, tutti appartenenti a generazioni precedenti a Lamberti, che invece è nata nel 1985 ed ha, di fatto, trent’anni. Non si può escludere il criterio generazionale in un tentativo di collocazione autoriale neanche nel caso di Lamberti, ma si può – e si deve – sottrarsi completamente al giovanilismo congenito – talvolta sin troppo strumentalizzato – che ha caratterizzato gli autori citati in precedenza (i cosiddetti “scrittori del Nordest”), Gioventù cannibale compresa, e che rischia di nuovo di fagocitare le generazioni che vengono e verranno dopo. Si sa che certi schemi, se non troppo rigidi, possono comunque aiutare a leggere, cercare connessioni, tracciare direzioni; non soltanto orientare per catalogare. Ma, a volte, produrre una mappatura non significa meglio comprendere, bensì negare uno spazio. Lo scrittore Giorgio Fontana ha di recente affrontato la questione dei “giovani scrittori” a proposito di Pier Vittorio Tondelli su Internazionale (qui):

Ecco, forse la sua eredità più profonda è questa, una domanda: quale obiettivo darsi come scrittori, in un’epoca che già si annunciava come post-qualsiasi-cosa, perfino postpostmoderna? Possiamo ancora avere fiducia nella parola, nelle possibilità del testo per raccontare la complicata trama delle esistenze? Quale nuova tradizione letteraria creare dalle macerie, a quale spirito appartenere in tempi di cinismo dilagante?

La questione più che altro risponde, a mio avviso, anche a queste domande. Perché la bellezza che rievoca la memoria di Gaia attraverso alcuni ricordi familiari (dei luoghi, della natura, delle persone), crea un legame profondo con il territorio che sottrae tuttavia l’autrice dalla narrazione di un facile provincialismo, la allontana da un appiattimento cinico (che non c’è mai nel romanzo) e da alcuni formalismi che non permetterebbero al lettore di appartenere alla narrazione, di sentirsi vicino al personaggio principale. Lamberti, infatti, ha “fiducia nella parola” e trova con coraggio e senza snaturarsi dal proprio sé narrativo – sperimentato già sul web -, un tono leggero (o “leggiadro”, come il nome Gaia ispira, ancora, nell’etimologia). La lingua di Lamberti è un’ammissione di impegno forse da prima nei confronti di sé stessa: si dosa per sradicarsi da una territorialità in cui sarebbe semplice incappare pur non rinunciando al gergo o all’italiano regionale (ancora nel titolo), si reinventa continuamente utilizzando con intelligenza dei materiali precostituiti ma scelti, e si esercita per definire uno stile che sia proprio e che parli grazie alla sua stessa forza interna. E ci riesce.

© Alessandra Trevisan

La questione più che altro sarà presentato oggi per la prima volta a pordenonelegge da Chiara Valerio nell’ambito dell’incontro “Prima che sia troppo tardi”, con l’autrice e Mattia Signorini.

Un racconto di Ginevra Lamberti è già stato pubblicato sul nostro blog il 21 febbraio 2015, qui.

Lo so, è una di quelle domande retoriche che si fanno a tutti gli esordienti ma la storia di un concepimento è sempre qualcosa di cui si parla con interesse. Com’è nato questo libro?

Lo so, è una di quelle risposte banali che non vorresti mai ricevere, il libro è nato scrivendo. Con questo voglio dire che non mi sono seduta alla scrivania armata di un soggetto, una trama da sviluppare, bensì alla famigerata scrivania mi ci sono seduta iniziando a prendere appunti tesi a capire COME volevo scrivere. Dopo molto esercizio e altrettanti tentativi è arrivata anche la storia. Volendo aggiungere un elemento in più si può dire che La questione è nata scrivendo e guardandomi attorno. Davanti ai nostri occhi succedono in continuazione cose che varrebbe la pena rielaborare e raccontare, troppo spesso le trascuriamo.

 

Il lavoro sul linguaggio è interessante. Ricalca uno spirito: il tuo. Qual è stato il passaggio dal blog al romanzo? Com’è stato fare l’editing di te stessa?

Il blog è stato un utile esercizio ed è servito per portare le mie piccole narrazioni del quotidiano a un’utenza più ampia di quella di compagni di classe/università e amici (poi c’è da dire che l’ho aperto nel 2009 quando i blog erano considerati già belli che morti, armata di uno scriteriato ottimismo, ma questo lo definiremo un dettaglio marginale). Il passaggio è stato del tutto naturale, così come i temi di scuola, i diari privati e i racconti condivisi tra pochi intimi anche “inbassoadestra” ha iniziato a non bastare più. All’epoca temevo molto il giudizio altrui, dunque le lunghe sedute di auto-editing non sono mai state un problema. Se invece ti riferisci all’editing del romanzo, quello è stato appassionante. Mi sono anche molto divertita, per questo non posso che ringraziare Lavinia Azzone di Nottetempo e più in generale tutta la straordinaria squadra della casa editrice.

 

Quali sono i tuoi autori di riferimento, sia da scrittrice sia da lettrice?

All’università ho perso il lume della ragione per Dostoevskij. Grazie alla lettura di Paolo Nori sono arrivata a Sklovskij, Brodskij, Daniil Charms, Venedikt Erofeev. Nominerei anche Ugo Cornia ed Ermanno Cavazzoni, ma mi fermo che sennò pare che sono inchiodata tra la Russia -anzi l’URSS- e l’Emilia. Se si parla di formazione della scrittura e del linguaggio ci tengo però a precisare che è abbastanza inutile negare come una larga parte l’abbiano fatta la tradizione orale della mia famiglia, e (sacrilegio) la televisione -ma anche la radio, ma anche gli stessi blog, i social e dunque il satanico internet- . Da quella commerciale, edificatrice dell’immaginario infantile, alla Rai ancora parzialmente-militante dei programmi di Gino & Michele, dallo Zelig delle sperimentazioni in seconda serata che interessavano a pochi, agli interi palinsesti di Rai3 e Radio Popolare, lasciati in sottofondo nei pomeriggi pedemontani di apparente nulla in cui un certo modo di narrare le cose nella mia testa andava formandosi.

© Ginevra Lamberti

 

 

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