Dante nella prospettiva del Sannazaro

arcadia aldina

Dante nella prospettiva del Sannazaro: ipotesi di percorso all’interno dell’universo pastorale dell’Arcadia

Per Angela Caracciolo Aricò

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Tra i modelli dai quali il romanzo pastorale del Sannazaro attinge a piene mani, su un piano legato probabilmente più alla suggestione letteraria che non a quella linguistico-formale, la Vita Nuova di Dante ricopre un ruolo di non marginale importanza; e non solo in virtù della struttura data all’opera, ma proprio per la trama e il contenuto del libello dantesco visto come itinerarium mentis in Deum.
È noto, del resto, che la struttura dell’Arcadia risenta più del modello dell’Ameto di Boccaccio (ossia della Comedia delle ninfe fiorentine), senza però che si riconosca nell’opera del certaldese il vero e unico modello come con cieca insistenza ribadirono nell’Ottocento Scherillo e Torraca, e nel primo Novecento Carrara e Flora (quest’ultimo maestro nelle facile etichette).[1] Malgrado ciò, ossia l’insistenza da parte della critica, di quella critica che affossò la fortuna moderna dell’Arcadia, vari luoghi dell’opera di Sannazaro lasciano adito a ipotesi sulla presenza di stilemi o temi danteschi.
Certamente ogni buon lettore (se non falla la memoria scolastica) conoscerà il passo della settima prosa nella quale Sannazaro raccolta il suo primo incontro con Amore:

Vegno a me adunque, il quale, agli extremi anni che la recolenda memoria del vittorioso re Alfonso di Aragona passò da le cose mortali a più tranquilli secoli, sotto infelice prodigio di comete, di terremoto, di pestilenzia, di sanguinose battaglie nata et in povertà, o vero secondo i savî, in modesta fortuna nudrito, sì come la mia stella e i fati volsono, appena aveva otto anni forniti che le forze di amore a sentire incominciai, e de la vaghezza di una picciola fanciulla, ma bella e leggiadra più che altra che vedere mi paresse giamai, e da alto sangue discesa, inamorato, con più diligenzia che ai puerili anni non si conviene, questo mio desiderio teneva occolto. (Arc. VII, 9)[2]

In questo passo, Sannazaro ci dice che «appena avea otto anni forniti» le «forze di amore» cominciarono a farsi sentire a causa della «vaghezza di una piccola fanciulla», e innamoratosene reputò, però, più opportuno celare il bel sentimento poiché esso «non si conviene» a un ragazzino.
Uno dei più diffusi commenti all’Arcadia, quello di Francesco Ersparmer, informa che «l’ovvio riscontro con la Vita Nuova non è preciso: l’amore del giovane Dante per Beatrice sboccia infatti “quasi da la fine del… nono” anno di vita»[3] prendendo come testimone di questa tesi l’autorevole commento di De Robertis al prosimetro dantesco. Eppure il passo di Dante recita:

Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto, quanto a la sua propria girazione quando a li miei occhi apparve prima la gloria donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice li quali non sapeano che si chiamare. (Vita Nuova, II, 1)[4]

È Dante stesso a dirci che stava per compiere dieci anni quando s’innamorò di Beatrice. Va da sé che l’età dei due autori è la medesima, e l’unica differenza letteraria è riconoscibile nel gesto d’umiltà, retorico topos modestiae, al quale ricorre Sannazaro nel riprendere indirettamente la perifrasi dantesca, riuscendo così a creare quel che di nuovo capace di nascondere la paternità reale dell’affermazione.
dante-sannazzaroSorprende il fatto che i molti critici che hanno scritto sull’Arcadia, a eccezione di Angela Caracciolo Arico’, non abbiamo mai preso in considerazione la possibile presenza, a mio avviso certa, di Dante in questo preciso luogo del romanzo pastorale; luogo, si badi, in cui compare per la prima volta prepotentemente l’io narrante del Sannazaro tinto d’un autobiografismo che lo porta ad assumere gli abiti di Sincero (nome accademico del nostro), che segue la narrazione dell’esilio posta nella prosa sesta, e che precede il canto di Sincero dell’ecloga settima, e che, infine, percorrerà il romanzo fino alla fine, dove troverà un nuovo punto di ‘sfogo’ nella ecloga undicesima nella quale Ergasto (altra immagine di Sannazaro) canta la madre morta, e dove nuovamente si intravede lo spettro di Dante e della Vita Nuova.
Al termine del canto a Massilia (maschera di Masella, madre di Sannazaro), Ergasto dice:

.  Ove, se ’l viver mio pur si prolunga
tanto che, com’io bramo, ornar di possa,
e da tal voglia il ciel non mi disgiunga,
.  spero che sovra te non avrà possa
quel duro, eterno, inexcitabil sonno
d’averti chiusa in così poca fossa;
.  se tanto i versi miei prometter ponno. (Arc. Ecl. XI, vv. 154-160).[5]

Dante a suo tempo terminava la Vita Nuova con parole poste a suggello dell’amore e della devozione verso Beatrice in questi termini:

Appresso questo sonetto [Oltre la spera che più lunga gira, VN XLI] apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. […] Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quella che mai fue detto d’alcuna. (Vita Nuova, XLII, 1-2)[6]

Dante spera di poter dire ciò che non è mai stato detto ad alcuna se tutto questo piacerà a Dio, e se questi gli darà una vita che duri fino a che tale supremo fine sia compiuto (e qui formule retoriche e biografia trovano uno strano punto di incontro). Sannazaro a sua volta s’era augurato che il viver suo si prolungasse tanto da poter ornare l’amata Massilia con versi che durassero in eterno, purché il cielo non lo disgiungesse da tale intento.
Se, come buona parte della critica dantesca afferma da decenni, Dante nel capitolo finale del prosimetro giovanile annunciava il grande disegno della Commedia, motivo che ha spinto taluni a ipotizzare una possibile doppia redazione della Vita Nuova, e perciò una seconda a poema avviato o quanto meno idealmente concepito, è altresì possibile che Sannazaro annunciasse nella seconda redazione dell’Arcadia l’intenzione di comporre un’opera più degna, ossia il De partu Virginis.
La straordinaria somiglianza tra i due ‘proponimenti’ suggella, a mio dire, un legame tra le due opere che a questo punto non è più possibile ignorare, e più ci si inoltra in questa lettura in chiave dantesca dell’opera dell’umanista partenopeo, più ci si rende conto che la presenza di Dante nel romanzo non si limita alla Vita Nuova, bensì giunge ai toni morali della Commedia ogni qual volta ci si imbatte, per esempio, nella corruzione del proprio tempo:

.  Non si potea l’un uom ver l’altro irascere;
i campi era commoni e senza termini,
e Copia i frutti suoi sempre fea nascere.
.  Non era ferro, il qual par ch’oggi termini
l’umana vita, e non eran zizanïe,
ond’advien ch’ogni guerra e mal si germini.
.  Non si vedean queste rabbiose insanïe;
le genti litigar non si sentivano,
per che convien che ’l mondo or si dilanï. (Arc. Ecl. VI, vv. 73-81)[7]

L’uso della triplice antitesi, rimarcata dall’anafora che rafforza l’intento morale e l’ammonizione atta a istruire le genti, riporta alla memoria del lettore numerosi passi della Commedia dove Dante percoteva l’umanità invitandola a resistere al peccato, e alla corruzione dei costumi. Eccone un esempio tratto dal canto XV del Paradiso:

.  Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura,
che fosse a veder più che persona.
.  Non faceva, nascendo, ancora paura
la figlia al padre; ché ’l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.
.  Non avea case di famiglia vote;
non v’era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che ’n camera si puote.
.  Non era vinto ancora Montemalo
dal vostro Uccellatoio che, com’è vinto
nel montar sù, così sarà nel calo. (vv. 103-111)[8]

E probabilmente a questi versi appena letti potrebbero accostarsi quest’altri che invero li anticipano di molto, tratti come sono dal canto XIII dell’Inferno; versi in cui pare che Dante voglia creare un locus amoenus capovolto:

.  Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da nessun sentiero era segnato.
.  Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tosco:
.  non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Cometo i luoghi colti. (vv. 1-9)[9]

Ora, se prendiamo in considerazione il fatto che il genere bucolico non tanto dalle origini, quanto dalla sua declinazione virgiliana in poi, e ancor più nel Medioevo, si è fatto carico di forti istanze morali e politiche, più di quanto non avessero mai fatto i poeti classici, è facile capire come in questa tradizione Dante si ritrovi a ricoprire un ruolo fondamentale. Infatti le uniche due ecloghe latine che sono giunte a noi sono imbevute di temi politici e morali, passati poi alla tradizione fino a quando Petrarca immise all’interno del genere l’introspezione tipica di quasi tutta la sua produzione letteraria; sicché i due massimi esponenti del genere bucolico nel Medioevo, coadiuvati dalla presenza di Boccaccio, hanno tracciato un solco che piano piano si è allargato fino a inglobare i vari livelli di espressione poetica, opportunamente camuffati di verdi fronde.
È quindi possibile che Sannazaro, nel suo lungo lavorio di recupero degli autori che lo precedettero, abbia attinto da Dante, dissimulando il tutto con pregevole maestria, riuscendo in questo modo a immettere l’insegnamento dell’illustre esule fiorentino – esule, seppur volontario, egli stesso – nel più ampio canone pastorale, dal quale non sarebbe più uscito.

© Fabio Michieli

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[1] Per una rapida ma puntuale trattazione della tradizione critica sull’Arcadia rinvio a Il canto di Ergasto, in Angela Caracciolo Aricò, L’Arcadia del Sannazaro nell’autunno dell’Umanesimo, Roma, Bulzoni 1995, pp. 11-38.
[2] Jacopo Sannazaro, Arcadia, a cura di Francesco Ersparmer, Milano, Mursia 1990, p. 119, § 9.
[3] Ibidem.
[4] Dante Alighieri, Vita Nuova, Milano, Rizzoli 1984, p. 88.
[5] Jacopo Sannazaro, op. cit., p. 211.
[6] Dante Alighieri, Vita Nuova, ed. cit., p. 251.
[7] Jacopo Sannazaro, op. cit., p. 113.
[8] Dante Alighieri, La Divina Commedia. Paradiso, a cura di Natalino Sapegno, Firenze, 1968, pp. 202-203.
[9] Dante Alighieri, La Divina Commedia. Inferno, ed. cit., p. 146.

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