Italo Calvino: da “Diario americano”

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da Diario di San Francisco

 

Do it yourself

Nelle mie note non metto mai in rilievo il fatto che tutta la vita americana, e tutta la loro attivissima social life, si svolge senza persone di servizio, e che le case americane, quasi sempre messe su con grande agio e gusto sono state dipinte (i muri), messe su, le scale, tutti i vari lavori di falegnameria ecc. dagli stessi padroni, per l’insistenza o l’estremo costo di una mano d’opera che faccia lavoretti di questo genere. La casa di Tony O., professore a Berkley, molto bella ed elegante, è stata costruita interamente da lui, in muratura e legno, dalle fondamenta al letto, ma non è il solo ad aver fatto così. Per gran parte delle persone del ceto medio intellettuale benestante, farsi una casa significa letteralmente farsela con le proprie mani.

[…]

 

Un party beatnik

Sono invitato a un party beatnik. Ci sono state retate della polizia in questi giorni per stroncare il traffico della marijuana, e qualcuno sta sempre di guardia alla porta se mai arriva la polizia. (Ci sono stati anche comizi beatnik in piazza per protestare contro i sistemi «fascisti» e rivendicare la libertà degli stupefacenti). Qui, in casa non so di chi, si beve solo vino, e pessimo, non c’è sedie, non c’è da ballare, suonatori negri di tamburo ma non c’è posto, diverse ragazze belle ma le più belle al solito son lesbiche, e poi non c’è fusione, non si riesce a discorrere, l’immancabile drogato che ne parties consimili newyorkesi è persona decente e pulita qui è lurido, sfatto e va in giro proponendo fiale di eroina e benzedrina. In conclusione, meglio i parties «borghesi», almeno si beve meglio […]

Kenneth Rexroth

È certo la persona più notevole che ho incontrato in America; non lo conosco come poeta (ha scritto una ventina di libri di poesia e parecchi libri di critica più molte traduzioni di classici giapponesi e poeti) ma come uomo mi ha fatto una grande impressione. Vecchio anarco-sindacalista, ha fatto per molti anni l’organizzatore sindacale. È nemico di tutti, scoppia a tratti in brevi risate di scherno. Il suo bersaglio favorito sono gli ex comunisti ex trockisti della Partisan Review, Trilling ecc. è un bel vecchio robusto coi baffi bianchi, da giovane è stato anche boxer, mi riceve vestito con una vecchia giubba da soldato e la camicia da cowboy. È ottimista sul futuro, anche se non ci sono movim. politici o ideologici, lo sviluppo tecnico ecc. porterà a qualcosa di nuovo. Del resto anche se avesse vinto Hitler, tutti gli antifascisti fossero stati uccisi, tutti i libri bruciati ecc., la storia avrebbe ricominciato da zero, ma si sarebbe ricreato tutto lo stesso, solo questione di tempo. Ma quali sono i gruppi, le forze, le tendenze nuove, che possano far intravedere l’America di domani? È la domanda che faccio a tutti, sempre senza gran risultati e la faccio anche a lui. I giovani, dice, nelle università dove lui va a leggere poesie incontra una generazione nuova, ancora informe, ma piena d’interesse e di spinta rivoluzionaria. I beatniks sono un fenomeno superficiale, i ribelli a uso di Madison Avenue. Ma la gioventù vera è nelle università. Poi il movimento negro del Sud, Luther King il grande leader negro ora in Ghana […] cose che però in fondo avevo già sentito dire a NY e questa famosa gioventù universitaria però non mi è ancora riuscito d’incontrarla almeno in maniera illuminante. […]

 

Insomma San Francisco

tanto mi aspettavo da SF, tanto me ne avevano detto, adesso che ci ho passato quindici giorni (anche aspettando di mettermi d’accordo coi colleghi e partire in macchina insieme a alcuni di loro), adesso che parto, ebbene, in fondo non posso dire che ne so molto di più di prima, che sono riuscito a capirla davvero e in fondo forse non m’interessa molto. La vita è monotona, non ho conosciuto gente d’eccezione (tranne Rexroth) non ho avuto amori (non che la città sia avara delle sue gioie, solo, è andata così, forse sto entrando nella parabola discendente). Da quando ho lasciato New York non sento che parlar male di New York un po’ con lo stesso spirito con cui noi parliamo male di Roma (si capisce è tutto diverso) eppure tutto è giusto però New York è forse l’unico posto in America dove ci si sente al centro e non in periferia, in provincia, perciò ancora preferisco il suo orrore a una bellezza di privilegio, le sue servitù alle libertà che restano locali e privilegiate e particolaristiche, che non costituiscono antitesi.

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da Diario di California

 

Non è vero quel che si dice sempre

che l’unico modo di vedere l’America è girarla in macchina. A parte che è impossibile per le sue dimensioni enormi, è di una noia mortale. Pochi tratti in autostrada bastano a dare un’idea di quello che è l’America media delle piccole e piccolissime città, degli sterminati sobborghi lungo le highways, una vista di uno squallore disperante, con tutte quelle costruzioni basse, distributori di benzina o altri negozi che lo sembrano, e i colori delle scritte delle insegne, e capisci che l’America è per il 95 per cento un paese di una mancanza di bellezza e di respiro e di individualità, insomma di una piattezza senza scampo. Poi attraversi anche zone deserte per ore e ore, come quelle che abbiamo attraversato nelle foreste e nelle coste della California, certo tra i più bei posti del mondo, ma anche lì una certa mancanza di sapore, forse quella mancanza di dimensioni umane. Ma la cosa più noiosa del viaggiare in auto è il passare la sera in una di queste piccole anonime città in cui non c’è assolutamente nulla da fare tranne verificare che la noia della piccola città americana è proprio tal quale e forse peggio di come ce l’hanno sempre descritta. L’America mantiene le sue promesse: c’è il bar col muro addobbato di trofei di caccia, cervi, renne; i farmers nel retrobottega col cappello da cowboy giocano a carte, la grassa prostituta sta seducendo il salesman, l’ubriaco cerca di attaccar briga. Questo squallore non è solo nella piccola città anonima ma anche, appena più civettuolo, nei famosi centri di villeggiatura come Monterey e Carmel; anche lì adesso stagione morta è difficilissimo trovare un ristorante che serva la cena.

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Los Angeles

Da quando sono arrivato in America mi sento dire da tutti che Los Angeles è orribile, che SFrancisco mi piacerà tanto ma LA la odierò, e così mi lascio prendere dall’entusiasmo: questa sì che è la città americana, questa è la città impossibile da quanto è sterminata e per me che sto bene solo nelle città enormi è quel che ci vuole: è lunga come da Milano a Torino ci fosse una città sola che arriva in su fino a Como e giù fino a Vercelli. […] una città assolutamente volgare, piatta, senza pretesa di avere monumenti o punti caratteristici – non come SFrancisco che è l’unica città americana che abbia una «personalità» nel senso europeo […] Alla mancanza di forma corrisponde una mancanza di anima della città, anche di quell’anima volgare tipo Chicago che speravo di riconoscervi; veramente non è una città, ma un conglomerato di gente che guadagna, ha mezzi eccellenti per lavorare bene ma nessun legame. Del resto già Piovene ha descritto molto bene Los Angeles e non mi dilungo; rimando al suo capitolo che è ottimo.

 

Periferia

Vedere come vivono questi professori in questo paradiso terrestre, sia i bravi che i mediocri, e vedere anche gli straordinari mezzi che l’università dà alla ricerca, viene da dirsi che tutto ciò non può essere che pagato con la morte dell’anima, e certo che qui anche le anime più robuste credo non tarderebbero a deperire. Città fatta da mille periferie, Los Angeles è pure la periferia del mondo, in tutto anche nel cinema che in realtà «si viene a fare» qui, direi, più che «si fa» […]

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Italo Calvino, da Diario americano 1959-1960 in Eremita a Parigi. Pagine autobiografiche, Milano, Mondadori, 1994

 

3 comments

  1. Mi pare nessuno abbia più scritto né descritto nulla con questa maestria. Bellissimo leggerlo e tristissimo registrare il vuoto che – pur restando i suoi libri – ha lasciato.

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