prosa poetica

proSabato: Gian Ruggero Manzoni, La voce #1

2017 11 11 Gian Ruggero Manzoni, La voce

1

La voce, dal profondo, sussurrò: “Lo sai chi sono?”
L’ufficiale si guardò attorno. Nella trincea era solo. La neve, caduta durante la notte, aveva riempito quasi tutto lo scavo e, dietro e avanti, ogni affronto del terreno, le asperità, le costruzioni degli uomini, i sacchi pieni di terra nera, gli insulti creati per difendersi o per infierire erano cancellati, donando a quella ferita, che correva lungo tutta la vallata, di nuovo quiete, di nuovo pace.
Anche i reticolati in parte erano stati coperti dal manto bianco. La neve aveva ridato natura alla natura, morbidezza alla morbidezza.
Il militare si guardò ancora attorno. Nessuno.
Sfilatosi il tascapane e appoggiatolo sul bordo della trincea, tolti i guanti di lana, portò le mani alla bocca e alitò caldo, quindi, senza curarsi dei cecchini nemici, finalmente alzò per intero la figura, cavò l’elmetto e si aggiustò il passamontagna. Le sue spalle e la testa svettavano al di sopra dello scavo. Era un bersaglio facile.
“Lo sai chi sono?”, ripeté la voce.
“Penso di aver capito”, sussurrò appena l’ufficiale, “… penso di aver capito.”
“Sei spaventato?”
“Non più di tanto. Ti stavo aspettando. Se così deve esser … così sia.”
Non ti sapevo fatalista.
“È solo stanchezza. Sì, sono stanco di dover stare sempre chinato.”
“Lo sai che quando deciderò dovrai seguirmi?”
“Lo so.”
“Hai rimpianti?”
“Non c’è uomo che non ne abbia.”
“Allora a presto.”
“A presto”, mormorò Riccardo Aldobrandini.
Rimessi i guanti, rimesso a tracolla il tascapane, sollevato il bavero del cappotto, l’ufficiale, senza chinarsi, sempre a figura alta, osservando con infantile meraviglia i ghiaccioli pendere dai rami spogli degli alberi, a passi lenti percorse un lungo tratto della trincea fino al rifugio, all’interno del qual scomparve, come divorato dal suolo.

© Gian Ruggero Manzoni, La voce, Carteggi Letterari, 2016

proSabato: Libero de Libero, da ‘Amore e morte’

proSabato: Libero de Libero, da Amore e morte

Ecco il giovedì, un’altra giornata di fiera.

Il sole, riprendendo a bruciare, illanguidiva la gente e sollecitava le linfe a scorrere con più impeto lungo il fusto, i rami, le foglie d’ogni pianta che si esprimeva più rigogliosa dalla pianura.

Anche la natura ha i suoi sentimenti che in uno stesso luogo sono mutevoli per il variare delle stagioni, sempre diversi e mai definitivi anche durante una stagione.

Ma la natura dei luoghi che videro nascere Assunta e Antonio ha sentimenti estremi e perentori; ha una stagione unica, nella quale a volte tutte le stagioni insieme sembrano accordarsi in una volubilità che è anche estrema. Essa non fece né da cornice né da specchio alla vita di Assunta e di Antonio né dalla loro storia venne coinvolta con la foga degli stessi avvenimenti; essa ne fu l’istigatrice e complice per aver germogliato nella specie di quelle creature che non potevano nascere e crescere con minor violenza di lei e con sentimenti meno estremi dei suoi.

S’è detto una stagione unica, ma per dire che gelo e calore fanno la stessa arsura laggiù; s’è parlato di volubilità in cui da quelle parti s’accordano tutte le stagioni a un certo momento, ma per denunciare un difetto d’armonia che era lo stesso difetto nell’indole di Antonio e di Assunta, la medesima confusione di sentimenti.

Nell’abbondanza delle coltivazioni e nella sua sregolatezza è qualcosa che somiglia davvero all’ignoranza dei nostri protagonisti, ma con quella fantasia e quel capriccio superstizioso che talora fanno il genio dell’ignoranza; perciò la bellezza di quella natura imbarbarita dal tempo risplendeva nelle sembianze di essi che, non avendone coscienza, non potettero goderne un solo istante.

Laggiù s’incontrano le cose più disparate, che di solito nell’universo stanno disposte secondo una regola di clima, allo stesso modo che nell’intimo di Assunta e di Antonio. È la natura che ha imposto all’uomo vivente laggiù la sua esuberanza, e l’uomo non può contenerla e, per non lasciarsi sommergere, lotta con la stessa tracotanza che lei gli insegna. Essa non fa decorazione, e vuole essere guardata e di continuo ricordata; può mortificarti, se vuole, schiacciarti, ridurti un granello del suo seme.

Non si videro mai, se non in luoghi tropicali, piante così contrastanti nascere insieme da una stessa zolla, senza che l’una ceda all’altra in vigore, eppure somigliandosi ciascuna per la sua prepotenza, per la brusca simpatia che insieme le restringe come in un vivaio disordinato. Laggiù il cipresso fa da recinto all’arancio; la palma sconfina tra le capellature dei salici; l’ulivo si contorce attorno all’eucalipto; la vite si strappa dal ficodindia; e tra gli uni e gli altri stanno mescolati pioppi e querce, tutte le specie d’albero da frutto, la specie d’ogni verdura; e improvvise le pause dei campi di frumento e di solitari fraticelli, una radura bruciata ai margini d’un corso d’acqua.

Le montagne brulle in catena da cui discende facendo conca la grande pianura sino al mare, sembrano aver ceduto a lei la loro capacità di verde e di fertile bravura; e quel verde è così costante nella sua distesa che un poco ne porta al lago, e gliene resta ancora da cedere al mare.

Le diverse epoche dell’uomo, confondendosi laggiù, ne hanno creata una quotidiana, nella quale esse vivono tutte insieme, e la natura ha pure un suo odio da sfogare che fa baco nella polpa dei frutti, e ne vedi l’apparenza rilucere più superba, l’inganno si rivela più triste se la addenti. (altro…)

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere, L’arcolaio, 2016, € 12,00

 

I testi che compongono Il tempo del consistere risalgono agli ultimi quattro anni del Novecento, secolo amatissimo da Fabbri. L’autore ci regala una scrittura capace di attraversarlo per intero, questo secolo. Una vena, capace di dirci quanto questo periodo abbia fatto soffrire, certo, e sperare; un tempo che si è fatto sentire, con un suo spessore, nel sangue e sottopelle; un’età dove tutto ha avuto un peso straordinario.
È un libro pieno di neve, soprattutto all’inizio; un libro di quadri, d’intimità, di confidenzialità.
Ovunque tra queste pagine troviamo eleganza e raffinatezza: intendo la leggerezza di un soffio, qualcosa di aereo e forte allo stesso tempo. E poi c’è pudore, raccoglimento, c’è la tenerezza della scoperta, una tenerezza costante, e una sensualità evidente ma delicatissima.
Cambiano le stagioni, passano in rassegna, disegnano tutto l’arco della vita. Consideriamo che secolo, nella sua radice etimologica, significa proprio questo, l’arco della vita, la generazione, l’età di un uomo.
Ci troviamo allora di fronte a cartoline, istantanee del Novecento: oltre a pagine di guerra e di strage (Bologna, agosto 1980), si rievocano nella voce di Fabbri nomi e titoli della musica e della letteratura, brani che hanno accompagnato l’anima dell’autore, hanno costruito il suo animo gentile.
Via via, leggendo, si comprende bene il puzzle in composizione. Bastano già i titoli delle sezioni a rendere evidente il disegno: Echi del passato, L’occulto sguardo del presente, La suggestione della cultura, Il rovello della scrittura, Frammenti e aforismi.
Il tema, poi, è tutto nel titolo. Cos’è la consistenza? Oltre l’aver peso e la robustezza viene in mente qualcosa d’altro: non so, l’essere insieme, come se la vena fosse il privato e il corpo il collettivo. È di questa consistenza che mi sembra si parli, di una solidità necessaria – e probabilmente perduta – per ricondurci insieme al mondo, non evaporare, non perderci.
Questo avviene nel libro soprattutto quando scatta il meccanismo dell’immedesimazione. Come in questa pagina, dove c’è forse l’eco di Proust, e dove c’è senz’altro – come sempre in Fabbri – una speciale perizia nella punteggiatura:

Anno di grazia 1958:

La solitudine di questi giorni cresce fino a un livello insopportabile.
Ma è inutile crucciarsi, non conta nulla inveire al cielo le ingiustizie patite.
È vero: sono ormai una donna vecchia, non posso guardarmi allo specchio.
Ma c’è il tavolo, davanti a me, grande come un lago. Sopra ci faccio navigare la tazza del caffelatte e i savoiardi. Isole felici, mi dico, quelle molliche più in là. Atolli di un oceano piatto.
Fosti molto urbano, il giorno in cui mi lasciasti. Eri sposato: che te ne saresti fatto di una come me? Una non affascinante, già verso i quaranta e con la vocazione, fortissima, ad essere zitella.
Le ultime volte mi prendevi all’impiedi, di fianco al divano. Dovevi fare in fretta, non avevi più tempo da dedicarmi. Del resto, dovevo capirlo: tua moglie ti dava un figlio dopo l’altro. Tra noi non rimaneva molto da dire.

Consistere, dunque, a partire da un nucleo di memorie – non può che essere così – da un cantuccio, lì dove l’autore “si ripesca”. E non manca il velo dell’ironia. Spunta qua e là, levigata, appena accennata, leggera, figlia forse (anche) della lezione dell’amatissima Szymborska: «All’improvviso mi sono ricordato di me»; e più avanti, a pagina 49: «Sono ancora io, nonostante me stesso. / Vorrei che mi chiamassi, questa notte». O ancora: «Poi sempre mi dimentico della ragione per cui volevo scrivere» (pagina 83).
Scrive dunque dalla nicchia del sé, Fabbri. E la dedica in questo senso dice molto: Ai miei genitori, che in quel tempo furono la mia ombra. Quell’ombra amata e restituita in prosa, un’ombra in cui noi, ringraziando l’autore, possiamo riconoscerci.

Cristiano Poletti

 

Cultura come Universo: ‘Il tempo del consistere’ di G. Fabbri (di L. Cenacchi)

iltempodelconsistere

Gianfranco Fabbri, fondatore dell’Arcolaio di Forlì, esce, dopo un lungo silenzio, con il libro di prose Il tempo del consistere.
Si intuiscono subito, anche a una lettura sommaria, le molteplici sfaccettature di cui questo libro è carico e, di conseguenza, la difficoltà di impostare un discorso critico che possa abbracciarle tutte. In questo articolo prenderò in considerazione, da una parte, la riflessione sul tempo sottesa alla struttura del libro: di come la sua struttura lirica interpreti il sentimento del tempo postmoderno; dall’altra come Fabbri, non riuscendo più a poter concepire genuinamente una identità e un sentimento lirico legati al territorio, opponga a questo una de-realizzazione che lo proietta nell’orizzonte culturale della coscienza, il quale si rivela nuovo universo d’interazione.
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  1. La frammentazione del tempo

Questo libro, inevitabilmente, è anche un’opera che concerne il sentimento del tempo.
Il tipo postmoderno non può più concepirlo come un continuum, come progresso e ha teso a frammentarlo rivalutando così «l’attimo isolato e isolabile»;[1] oggi lo scrittore «tende a una percezione omogenea di un tempo galleggiante, che sottomette l’essere all’istante».[2] Anche Il tempo del consistere non fa eccezione e infrange il continuum, il progresso cronologico, chiudendo gli eventi in componimenti singoli che, a loro volta, sono diluiti dalla coscienza dello scrivente che li percepisce. Difatti il libro si fonda su un rilancio tematico di concordanza od opposizione. Così il campo d’azione non diviene più la realtà, ma la coscienza, la quale impone il tempo, per così dire, dei suoi frammenti, i suoi istanti sempre attuali.
Questa suggestione dispiega, così, il senso etimologico del titolo del libro Il tempo del consistere (cum+sistere, stare fermo, stare saldo, avere il proprio fondamento in…), dunque radicarsi nell’istante della coscienza. Questa peculiarità si può ritrovare sin da subito nell’episodio Non mi va di alzarmi che apre la prima sezione del libro, Echi del passato. Qui percezione esterna e interna si fondono.
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  1. Realtà e cultura

Qual è la conseguenza di questa fusione? Ovviamente uno straniamento dalla realtà. O meglio: vi è una dipartita dalla territorialità, che non può più rispecchiare l’io. Questo è sintomatico, soprattutto, nella sezione L’occulto sguardo dal presente in cui vengono dipinti paesaggi desolanti e vuoti, assieme a difficoltà comunicative con altri personaggi. Nel trapasso dalla prima alla seconda sezione l’impressione ricorrente è che il mondo abbia perso qualcosa: l’efficacia del rapporto umano. Difatti la dimensione del gioco, che la incarnava, viene quasi totalmente a mancare; viene così sostituita da suture precarie e frangenti di pura incomunicabilità. Ritorna un dialogo con gli oggetti,[3] ma non è altro che lo specchio di quello con gli uomini: nel migliore dei casi momenti passivi, come la tastiera, oppure la macchina gialla.
In questo modo Fabbri registra lo sgambetto che il mondo fa all’uomo, anche se qui si dovrebbe parlare ancora di poeta: non tanto la perdita dell’altro quanto la difficoltà comunicativa o, a volte, l’impossibilità comunicativa.
Ma quello che soccorre il Nostro nell’inerzia di questo immaginario è proprio la ‘suggestione della cultura’ che si rivela un universo gravido in cui agire e dal quale ci si può lasciare fecondare. Nell’omonima sezione, così, l’ipotetica biblioteca di Fabbri (che chiamerei biblioteca essenziale), più che per titoli, è ordinata per nominativi in cui si innestano le riflessioni dell’autore. Questa caratteristica prosegue alternamente anche nelle successive sezioni.
Così la realtà straniante viene sostituita dall’immaginario culturale, che è quello della coscienza. È questa la cosa interessante di questo libro, che lo apre a sviluppi interessanti e a congiunture inattese. Quello che rimane certo è, fra le tante cose, la transizione d’identità cui l’autore è stato obbligato. L’io, non potendosi più rispecchiare nel territorio, tende a compiere una parabola d’astrazione, ma senza rinchiudersi in una sterile autoreferenzialità. Difatti la suggestione della cultura, obbligandolo a un confronto, impone all’io di uscire fuori di sé per poi ritrovarsi accresciuto. La cultura diviene così non solo un silenzioso interlocutore, non restituisce soltanto l’equilibrio perduto,[4] ma si scopre depositaria di quell’umanità smarrita. Io credo non sarebbe un errore sillogizzare: cultura come essenza dell’essere umano. Perché? Perché la dissoluzione dell’orizzonte geografico ha aperto possibilità di virtualità totali ed è in questa totalità d’immaginario, intesa come molteplicità di suggestioni amalgamabili[5] e comunicanti, che si dovrebbe costruire un identità comune, almeno nell’utopia letteraria. In questo libro Fabbri, mi pare, si sia aperto a questa possibilità, alle sue molteplici virtualità, e per un certo verso, rispecchia anche, seppur sia un uomo profondamente legato al ’900, l’architettura plurale, anche se confusa, del nuovo millennio.

© Luca Cenacchi

Note
[1] Postmodernismo e letteratura in Bertrand Westphal, Mappe della letteratura europea e mediterranea, Mondadori 2001.
[2] Ibidem.
[3] Cfr. pp. 44, 46.
[4] Cfr. Ciò che mi frega è lo specchio.
[5] Ma non deve essere operazione intertestuale, qualora si considerasse intertestualità la giustapposizione paratattica di elementi letterari.

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Luca Cenacchi nasce a Forlì nel 1990. Ha scritto prefazioni a raccolte di versi. Suoi articoli critici sono apparsi su Poetarum Silva, Fara poesia, Kerberos Bookstore e la piattaforma Laboratori Poesia della Sammuele editore. Sue poesie sono pubblicate in antologie, fra le quali La mia sfida al male (Fara 2016). Collabora con il Centro Culturale l’Ortica.

XIII Quaderno di poesia contemporanea: un corridoio d’acqua

CopertinaQuaderno

Tredicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2017, € 25,00

Ho scelto l’acqua per attraversare il XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea.
L’acqua è un elemento che compare in quasi tutte le poesie di Agostino Cornali (1983); una presenza costante, persistente. Il campionario è vastissimo: si tratti di rogge, fossati, pozzanghere, sorgenti, marcite, vasche, ghiacci, torrenti, laghi, fiumi, mari, proprio attraverso l’acqua sembra dettarsi, prima di sciogliersi nel nulla, la sua (sua e potenzialmente di ognuno) “geografia dell’io”. Dirò meglio: Cornali prova a pescarsi in una toponomastica che gli serve da puntellamento esistenziale e immaginativo, e l’acqua è un contorno fondamentale. Siamo in presenza di una ricerca e di una fantasia dell’io. I luoghi e le situazioni di Camera dei confini sono dunque punti, nomi che diventano tracce di epifania, perché del suo io avvenga l’annullamento. Cornali è autore anche di prosa, ama l’invenzione e lo scavo di Mari, ama l’asciuttezza e l’essenzialità di McCarthy. Così tutto è un confine nella sua poesia, che si muove tra storia, leggenda (come quella del Lago Gerundo col Drago) e la quotidianità di tutti. Cosa resta, alla fine? Una grandezza, una vastità sognante, potremmo dire, tra antichità e futuro dell’io, in una poesia che ci fa toccare magnificamente solitudine e abbandono.

                                           Chieve

È il respiro del drago Tarantasio
che fa tremare le persiane
nelle notti di febbraio

e sulle barche che solcano il lago
i nostri antenati longobardi
si alzano in piedi, tremanti sulle prue,
le spade e gli scramasax in mano

guardano la testa crestata del mostro
che emerge lentamente dalle acque,
i suoi occhi accesi nella nebbia
le fauci spalancate

e allora divampa
il fuoco sulle torri
dei castelli di pianura
e il pianto dei bambini risuona sulle coste
da Fara Gera d’Adda ad Acquanegra.

Di quel lago maledetto
che dà il nome alla tua via
è rimasta una piccola pozza
che non riesce ad asciugare
in un campo di frumento.

Ma tu, nel sonno, continui a tossire.

 

Il nome di Franca Mancinelli (1981) è un nome già affermato, saldo nel panorama della poesia contemporanea. Tasche finte, dopo i libri Mala kruna e Pasta madre, è il contributo di novità che si offre in questo Quaderno. Ha ragione Antonella Anedda, introducendo l’opera, nell’evidenziare quanto il gerundio sia venuto in soccorso in queste ultime prose poetiche (o possiamo forse dire: “false” poesie). Interessa notare il procedimento creativo di Mancinelli, come le immagini cioè diventino incisioni, e come il gerundio, in effetti, consenta in modo efficace e affascinante un rallentamento nel farsi di queste immagini: raffinate immagini  che pian piano si disegnano, entrano in un disegno filmico, entrano nella nostra mente, depositarie di una delicatezza (ma non disgiunta dalla forza) che le distingue e le esalta. Scelgo ancora l’acqua, come dicevo, per poterci inoltrare nella sua poesia. Fin qui, dove l’approdo è appena oltre il silenzio:

Qui ciò che cade indurisce nello spazio assegnato dal caso o dal destino. Cadendo si abbandona, perde ogni appartenenza. Iniziano a crescere radici, sottili come capelli. I tuoi, sul pavimento, nella polvere. Ma oggi il tempo è entrato, risuonando sui vetri. Le pareti si sono fatte sottili. La casa di membrana. Ogni stanza entrava nell’altra, sovrapposta come in un gioco di dimensioni perfette. Ne restava una sola alla fine, profonda di tutte le altre. Vi entrava anche il giardino, con gli alberi, la strada di auto lente, il canale. Ti stava facendo questo, pazientemente, la pioggia. Aprendo una sillaba all’infinito fino all’inizio dell’articolazione di un suono. Portandoti appena dopo il silenzio. In quella durata dove potevano fare ritorno, trovare luogo le cose.

(altro…)

proSabato: Camillo Sbarbaro, Scampolo #17

17

.  A volte, seduto di fronte a me, vedo il mio io che mi guarda senza voce; o in una stanza improvvisamente mi sento eguale a quel vestito appeso a quell’attaccapanni.
.  E se, a illudermi d’essere vivo, di là mi scrollo ed esco, avverto camminando il meccanismo del corpo, e, come la caverna dell’eco, l’anima mi si riempie del frastuono della via.
.  Dura cosa non avere bisogni. È allora che si mangia senza fame, si trangugia vino e si mendica di prostribolo in postribolo un poco di foia. Il mondo è limitato da un muro scialbo orribilmente vicino; e il nostro io ci fa ribrezzo, vagamente, come il fantoccio la cui mano, sollevata, ricade.
.  Oh io voglio finalmente vestito di rosa tenero mostrarmi per le vie più affollate o commettere qualche freddo delitto!

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@ Camillo Sbarbaro, Trucioli, ora in L’opera n versi e in prosa, Garzanti, 1985

proSabato: Vincenzo Cardarelli, Autunno

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proSabato: Autunno di Vincenzo Cardarelli

Ecco, su di noi cadere i trepassi delle stagioni. Va’ a casa e leggiti il Canto d’autunno prima d’andare a letto. Recita la tua orazione per i tempi che passano e per le necessarie espiazioni. Questi brividi che ci allontanano da quel che eravamo ancora ieri, incalcolabilmente, non sono che le prime, inutili reazioni del nostro spirito all’inevitabile oblio. L’aria è già piena di vaneggiamenti e tentazioni che non hanno altro scopo se non d’illudere i nostri pensieri per lasciarci poi, disorientati e soli, sulla soglia d’orizzonti nuovi. Ecco che l’uomo sente un irrazionale bisogno di dormire. Il tempo intanto, come un gran mago, lo prende su leggermente e lo porta dove vuole lui. Il tempo diviene coraggioso, influente. Addio sicuri indugi, ardenti audacie dell’estate! Ora noi possiamo star fermi. Non possiamo uscire nei momenti più divini. Qualchecosa si opera velatamente nella natura che ha bisogno di non essere visto, di star solo.
..E anche la nostra volontà di essere si ritira, emigra.

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© Vincenzo Cardarelli, Autunno in Opere, a cura di Clelia Martignoni, Milano, Mondadori (i «Meridiani»), 1981

proSabato: Vincenzo Cardarelli, Trasformazioni

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proSabato: Trasformazioni di Vincenzo Cardarelli

L’animale ferito è una preda difficile da riavere. Così, a poco a poco, ho finito anch’io per sentirmi nel mondo: un essere malizioso sempre in pericolo e in sospensione. I miei gusti sono inquieti. Il mio modo di vedere e di partecipare è supremamente evasivo. tutti i miei istinti più forti, i miei esperimenti più sani, non sono che fughe verso altre arie e scorci di prospettive.
..L’amore non ammetto ormai più che mi si dichiari. Direi quasi che non le pèrdono. Mi piace la simpatia che arrossisce di sé e scappa borbottando. Gradisco le attestazioni presupposte e dimenticate. Non tollero che rare apparenze. Giudico impresentabili tutte le commozioni.
..Perché io ho ecceduto nella carne fino all’ironia. Ho bevuto come se non mi dovessi più risvegliare. Perché io so cosa vuol dire fare esperienza d’una tentazione e liberarsi dal male a prezzo di tante cadute.

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© Vincenzo Cardarelli, Trasformazioni in Opere, a cura di Clelia Martignoni, Milano, Mondadori (i «Meridiani»), 1981

Singoli plurali di Viola Amarelli. Nota di Claudia Iandolo

singoli plurali

rischio, ebbrezza, la sfida. pulsare di ritmo. il tuffo, la moto, l’aliante, l’arrampicata, in solitaria, in verticale, possibilmente, liscia. ne stiamo lontani. cauti. il pericolo. poi sì, alcuni ci sguazzano. lo cercano. emozioni, altrimenti non sei vivo, sostengono. non prendi l’apice, il climax. onestamente: prendeteli voi. noi sopravviviamo. attenti ai gradini, ai temporali, ai facciamolo strano. facciamolo normale. quieti. nei grandi numeri a sopravvivere poi siamo noi. al massimo possiamo lasciarvi una prece, un pensiero gentile ma, no, non ci convincete. pericolo. occorre guardarsi, pararsi. sopra ogni cosa: defilarsi. evitare il contatto e il contagio. preservare le vene, i polmoni, le gambe. sfilarsi. con grazia cortese. preferirei di no. che è il nocciolo. a rifletterci, vicini al cuore selvaggio siamo più noi. ne conosciamo i risvolti, l’acre e l’inutile. voi vi illudete. di dover dimostrare. qualcosa a voi stessi. una sciocchezza ma come dirvelo?  possiamo agitare le bandierine, appenderci ai vostri passi, ostacolarvi ma non salvarvi. purtroppo. viviamo nel panico. costante. e realissimo. prima o poi l’aereo cade, la macchina sbanda, la neoplasia avanza. per tutti arriva il tradimento della vita. estote parati. non che serva ma i martiri no, i martiri inutili, ovviamente. poi sì, capita, persino a noi. ma abbiamo fatto il possibile. respirato quieti. e attenti. e presenti. sfide. ci siamo, e pare − è − gran cosa. emozione. la lagrima di quando bambini. basta. è sin troppo. a ricordarla, se ci riuscite. se vi sentite. vivi. lucenti. (Viola Amarelli, Singoli plurali, Terra d’ulivi edizioni, 2016)

La barbarie della modernità

Un granello di sabbia, più un granello di sabbia e così di seguito non fanno un mucchio, eppure i mucchi di sabbia esistono. Ma quando il singolo granello diventa mucchio? È intorno al celebre paradosso del “sorite” (dal greco soros, mucchio), attribuito al filosofo Eubolide di Mileto, che ruota Singoli Plurali di Viola Amarelli, Terra d’ulivi edizioni 2016. Si tratta di un’opera onirica, visionaria che s’interroga sulla modernità attraverso il racconto di un nuovo medioevo bloccato nell’hic et nunc di una modernità feroce ed asfissiante all’interno della quale sopravvive a stento un “noi” indistinto che si fatica a chiamare umanità. Tutto è crollato, imploso, la parola progetto è finita all’ammasso insieme ai sogni, alle speranze individuali: «cancelliamo la parola progetto, la consegniamo all’ammasso, al rimosso – pudore del sospetto.» Le folle, i numeri, i mucchi, i cori, le processioni procedono per branco, per gregge, destinati infine allo stesso identico macello che è l’unica meta possibile in un universo che ha perduto il centro o qualunque altra possibilità di riferimento. Perfino Dio è scomparso, al suo posto un ineffabile Maestro di Cerimonia è Custode del cambiamento, quale non è dato sapere. Il Disastro più che indicare, come suggerisce l’etimo, la cattiva stella, si configura come assenza teleologica, bruciante e terribile. La mancanza di stelle (il de-siderio, appunto) è icasticamente rappresentata dall’autrice che scrive: «evoluzione dei desideri: dal governo del mondo a un materasso comodo.» Il disfacimento è totale e interessa, ossessivamente, anche i corpi ridotti ad un ammasso di cellule ingovernabili: «siamo. donne. Squilliamo smalti, mestrui, lattanti. subiamo morti. oltre. siamo. maschi. di penduli astucci l’onere e il carco. subiamo morti.» Il pianeta esausto, sfinito, sarà riconsegnato al silenzio e forse alla vita quando tutto sparirà nel multiverso in un dentro/fuori che è possibile solo immaginare o sperare. La prosa poetica di Viola Amarelli utilizza gli espedienti tipici del “non finito”, secondo la definizione di Elisa Tonani, a cominciare dall’abolizione della maiuscola dopo il punto fermo. Il dettato è un continuum sfrangiato e frammentario all’interno del quale si disperde qualunque tentativo di rintracciare confini di tempo e spazio a rappresentare una realtà anch’essa inafferrabile se non per evocazione. Una scrittura potente e musicale che non lascia nulla al caso per un libro di rara intensità.

 

© Claudia Iandolo

 

proSabato: Amelia Rosselli da “Diario ottuso”

diario ottuso

25/3/67

S’era illuminato il progetto: non era più una speranza ma una volontà.
…….Io decidevo di esprimermi con maestà e furore anche se le parole assumevano a volte un contegno più che irrispettoso. Perché, mi chiedevi, e illustravi le tue difficoltà, obiettive anch’esse ma non risolutive.
…….Non ho altro candore che questa mia brigliata simpatia per le maestose ombre del paradiso in terra.
…….Paradiso! Ma è furore, battaglia e convinzione.
…….No − è la mia ombra, il mio permesso ad una libertà in atto, limitata dalle tante crisi biologiche.
…….Volete contenerVi? E allora, con quel bastone in mano, vi mostro o miei amici, che non era il sangue blu, vivace, paralizzato, ad accendere le varie speranze ma invece una facile combattività che mostrò il suo umore con un contegno irreprensibile.
…….Esso è irreprensibile? No − è vuoto e candido, nero e triste, erotico nelle sue fondamenta e moralistico nei suoi dibattiti contaminati da articolazioni e scrigni.
…….Ho irriso il potere? Ho contato sulle due dita le vostre misantropie, le mie lagnanze, la vostra simpatia?
…….Il gioco, brusco, negativo − quasi sempre solitario − non fu fatto: fu distrutto, con una penna arrugginita in mano, e con bianche pagine dedicate alla tranquillità.
Quale nero profondo impegno nelle mie mestruazioni!

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© Amelia Rosselli, Diario ottuso, Milano, Garzanti, 1997, p. 628 (edizione di riferimento). Prima edizione: Roma, IBN, 1990.

Sandro Penna a Napoli da “Dadapolis” di F. Ramondino e A. F. Müller

250420101238Penna anni trenta

Sud. Sul golfo l’aria notturna restava calma. Brillavano i lumi entro di essa da una parte e dall’altra, e fitti nel basso salivano verso l’alto diradando. Io come nascosto nel buio della «Villa» guardavo la strada che seguiva il mare, bellissima e deserta. Lontani da me camminavano su quella due giovani di cui udivo chiaro il suono della voce. Si fermarono a un tratto sotto la luce di un fanale e vidi distintamente sul buio dei loro vestiti il bianco della mano cercare e trovare altro bianco: due lembi di carne apparvero, e le mani ritraendosi, restarono indifesi e teneri contro il fanale sotto la sua luce. Le parole s’erano fatte più basse ma restavano calme pure nel silenzio. Uno dei due giovani insisteva, parlava di quel suo lembo chiaro all’amico, mostrava poi come un particolare quando vedevo il bianco della mano riconfondersi all’altro bianco. Poi se ne andarono con passo lentissimo, entro il buio e la calma dell’ora. Sul golfo l’aria notturna restava calma e più lontano il cielo lampeggiava in silenzio.
Dopo aver fatto alcuni passi nel buio della villa, vidi un marinaio seduto su di un sedile e un altro marinaio seduto sul sedile seguente. Mi parve chiara la loro separata amicizia e mi divertii allora a sedermi accanto al primo dei due. Era un siciliano dall’espressione maschia e infantile, tutto luci sul volto. Finsi di di non sapere del suo amico vicino e con deliberazione infantile lo urtai d’improvviso quasi a tradimento. Egli rise come di un gioco, di un solletico, e poi subito ne ebbe un poco paura, ma non proprio per sé come si vedeva bene. Allora alzandomi chiamai io stesso il suo compagno e mi sentii felice di essere così semplice. Quando fui in mezzo ai due amici, divisi nello stesso tempo le mie braccia imparzialmente e mi pareva di essere come un contatto di loro due soli, io ormai invisibile presenza. Godevo del loro stupore e della simpatia che fra loro cresceva, io come assente sentendomi davvero felice.Ma ad un tratto saltò fuori un uomo dal mio secondo marinaio. Egli si alzò e disse freddamente di andare in cerca di una donna. Mi accorsi che ne aveva diritto. Prima non l’avevo bene osservato: era il contrario dell’altro. Niente luce infantile in lui: meno pronto meno vivido egli pesava la convenienza della sua voluttà. Non si lasciava sorprendere, non si abbandonava. Conosceva la convenienza dell’itinerario fissato. Quando sparve nel buio, questa volta davvero io e l’amico ci sentimmo soli. I lampi insistevano sul cielo ancora lontani, sebbene meno, e già si udivano lievi brontolii. Qualcosa di quella calma sembrava incrinarsi. Sussisteva la calma ma già un limite pareva voler ricordare lo scorrere del tempo. Poco dopo le prime gocciole rade caddero confondendosi alle nostre e noi fuggimmo in opposte direzioni. Io presi a salire verso la mia casa che mi pareva vicina, leggero sotto la pioggia fresca.
Ma la città sconosciuta senza l’aiuto del giorno con le sue luci e i suoi loquaci abitanti deluse la mia fiducia. Risalivo correndo i «gradini» che il giorno avevo discesi e riconoscevo. Mi fermavo quando lo scroscio dell’acquazzone si faceva più intenso, non so se udivo il calmo riposo attraverso i finestrini ben chiusi alle mie spalle, riprendevo la corsa come nello spavento di un peccato. Ero il solo a non dormire. E del peccato avevo infatti anche la gioia, un poco sfrenata e giovanile. Ma cominciai ad entrare entro vicoli davvero senza fondo. Di questo mi accorgevo solo alla fine e di ognuno dovevo rifare tutto il percorso, davvero come il peccato. Venne il momento in cui mi sentii perduto. bagnato fino alla carne che ormai tendeva a difendersi col calore del movimento come in un bagno freddo, stanco di correre e di correre in direzioni false, mi rividi con acre nostalgia nel gioco leggero dei due marinai, sotto la calma di quell’estate già lontana.

(1939-40)

© in Dadapolis. Caleidoscopio napoletano di Fabrizia Ramondino e Andreas Friedrich Müller, Torino, Einaudi, 1989. Già in Sandro Penna, Un po’ di febbre, Milano, Garzanti, 1973 [La parola viva di Omero].

proSabato: Mario Luzi, Venezia. Racconto

Venezia

…..Per quanta familiarità abbia potuto prendere con questo genere di visite sempre nel viaggiatore che arriva a Venezia si produce un felice strappo nella temperie psichica abituale. Il modo stesso dell’arrivo predispone l’animo a un mutamento che poi il tragitto in battello attraverso un traffico né fluviale né marinaro confermerà. Ma già alle porte di Venezia, quando la pianura densa e fastosa ma vinta da una specchiata malinconia non è ancora del tutto trascorsa, si comincia ad agitare nel petto qualcosa come una promessa che si è certi non verrà disillusa. È vano cercare un nome per codesta aspettativa e codesta impazienza: tutti, l’oriente, l’opulenza, il miracolo e l’artificio e gli altri che ci soccorrono, vi rientrano per qualche parte e nessuno compiutamente. Si tratta in ogni modo dell’ebrietà di un’evasione e di un esilio che è piuttosto un rimpatrio come se l’immaginazione lunga e ordinaria di tanti anni uscisse da noi liberandosi per andare incontro ad una delle sue sedi reali. Siamo nell’imminenza di una separazione, di uno stacco, ma non verso l’ignoto; ché, la prima o la centesima volta, la città preesiste sempre intensamente nell’anima ed è il luogo dove la nostra vita, la nostra stessa, trasportata in un suolo chimerico, tra mille aspetti che richiamano ed eludono il ricordo della terra, si esalta e si incendia.
…..Così mentre il treno corre sul lungo viadotto, tra le acque grigie appena mosse che urtano contro i piloni ed i pali, la nostra smania non è finita, ma la città è già presente nello spirito ansioso. Vedere poi il canale animato di vaporini, di gondole, di barconi e, specialmente se è sera, le calli ed i rii terrà fitti di una vita minuta e accalcata, dove le operazioni del vivere sembra si ripetano diminuite e più facili come in un giuoco, vedere tutto questo non stupisce più se non per la esatta coincidenza con quello che la mia immaginazione ci aveva rappresentato. Le Mercerie, ed ivi le rosticcerie, i piccoli bar con stive, ora vivamente illuminati, assecondano in noi l’idea di un fitto nidificare quasi a contrasto con quella della notte e del mare. Le parole, le cadenze che corrono, i dialoghi che potete cogliere, più o meno concitati, confermano l’impressione che qui gli uomini si tengano stretti e che da questa necessaria abitudine abbiano derivato quella affabilità e dolcezza perfino nelle liti che, suppongo, non potranno mai essere definitive. Che cosa potrebbe infatti eclissarsi ed andare perduto? Niente qui, neppure la più cauta e circospetta amicizia, neppure i convenevoli di una relazione casuale o vaga. E inoltre che cosa potrebbe rimanere in disparte, riparare nell’intimo? Tutto si deve qui esprimere, tutto deve rientrare in questa naturale commedia.
…..È più facile vivere qui, diciamo camminando incantati. E ci lasciamo portare dalla città dovunque le piaccia, sicuri di non poterci perdere. È allora che, seguendo quella o questa tra le tentazioni di un dedalo, si arriva nella piazza e ci troviamo seduti al caffè davanti a qualche amico venuto chi sa da dove e pure, in quel luogo, niente affatto imprevisto.
…..Ma se poi, per un caso o per un’attrazione invincibile, vi affacciate da qualche luogo aperto sulla laguna, dalle Zattere o dalla Giudecca, e tanto più se vi siete lasciati sedurre da un viaggio alle isole, a Burano o a Torcello non importa, o anche a Murano, tutta la gaiezza si sarà presto convertita in desolazione. Il fiotto triste e grigio batte contro la vostra imbarcazione e, nell’esser respinto, produce un commovimento lustro breve e pesante e mai avrete la felicità di una spuma o di un tremito in queste acque che non si rompono. Talvolta bordeggiando le barene e le tumbe, traspaiono dal fondale basso le alghe e ci si domanda se si è in una palude. Dovunque un’opacità e come il fumo di una corruzione lontana; e mentre ci tendiamo a ricevere il senso del mare, della terra e dell’erba si avverte la presenza di qualche altro elemento frammisto. Allora un giorno popolose e floride, che Torcello ebbe migliaia e migliaia di anime di cui non c’è traccia al di fuori della chiesa la cui parte inferiore è invasa dalle acque. Il rintocco delle campane dà un suono incrinato e sfatto specialmente quando, venuto meno il torbido fulgore del pomeriggio, le acque si coprono di una bruma sottile e il loro moto, allontanato e attutito dietro quel velo, si fa però più profondo e ripete più struggente l’affanno e la pena dell’esistenza. Anche a Murano le fucine sono silenziose e, mentre vi passiamo accanto, vediamo un borgo dalle muraglie annerite e fradice. Affrettiamoci allora a rientrare nel fitto e nel vivido della città.

© Mario Luzi, Venezia in OTTO LUOGHI, in Trame, Milano, Rizzoli, 1982² (Firenze, Vallecchi, 1942).