Sul silenzio

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La parola è un signore dominante, secondo Gorgia.[1] Ma padrone ne è il silenzio, che è prima di ogni cosa, ed è il risvolto della parola. Infatti, «La parola rompe il silenzio. Ma lo fa anche apparire».[2] Si tratta di una rottura inevitabile, e inquietante.
«Quando parli, è come se tutto il resto scomparisse: resta solo la parola (che peraltro fa tutto apparire, mostrando ogni cosa dentro di sé). Non puoi scavalcare ciò che dici e il fatto che dici, perché è in certo modo dentro il dire che stanno appunto le cose… È come se tutte le cose, quando parli, fossero risucchiate nel buco nero della parola, che però insieme le modella con il suo dire. Fuori, invece, nulla e silenzio.»[3] Dunque, nell’istante in cui il linguaggio compare, necessariamente tutto scompare, risucchiato nel linguaggio stesso; lo stesso “nulla”, lo stesso “silenzio”, nel momento in cui sono detti e vengono ravvisati nel dirli, cadono nel buco nero della parola.
Ciò che occorre allora è vedere, o meglio sentire la differenza tra la parola e quello che la parola fa. Sentire e capire soprattutto il dentro e il fuori di essa, la sua superficie e ciò a cui essa conduce.
Il silenzio d’altronde è un’arte, ed è annidato in ogni arte, anzitutto «in quell’arte di ogni arte che è l’arte della parola».[4] La poesia, che per vocazione nasce da una scultura del silenzio fino a farsi una voce e per sempre, pretende che il suo silenzio scolpito si riferisca sempre al fondo, all’origine di noi. Origine, e respiro, da cui provengono il canto e il verso.
La poesia difatti, quando è tale, è «anche storia della vita e storia della terra, del nome e del senza nome, del travaglio del tempo e della sua eterna salvezza».[5] Tra i poeti, Neruda seppe cogliere l’alleanza dei risvolti del vivere con questi versi: «…perché la vita è in due maniere,/ 
la parola è un’ala del silenzio,/ 
il fuoco ha una metà di freddo.»
Il silenzio dunque è padrone e senz’altro non solo in poesia, ma anche dell’arte inconsapevole della parola, quella che tutti quotidianamente frequentiamo.
E lo è nel cinema, certamente.
Il silenzio è un film di Bergman, del 1963: tutto, le poche parole che cadono nel bacino dell’incomprensione come i corpi esposti al caldo insistente, trova compimento nel termine “anima”, ma colpisce ancor di più il silenzio di Dio mostratoci nel suo Luci d’inverno, film precedente, del 1961, quando alla bocca dell’uomo arrivano le parole di Cristo di fronte alla morte: Elì, Elì, lemà sabactàni?, “Dio (mio), perché mi hai abbandonato?”, dice infatti il pastore protestante. Così come nella bocca della donna atea la stessa espressione si trasforma, diventando: «Dio, perché mi hai fatto così infelice?… Perché devo tanto soffrire per la mia indifferenza?» Tutto il silenzio, avvertito nel suo crescendo come imminente e imperante, sfocia in queste domande.
Ecco dunque il silenzio, padrone della parola e sostanza dell’abbandono.
E questa sostanza può manifestarsi, “dirsi” anche in musica. The Sound of Silence, canzone scritta sempre nel 1963, pubblicata poi negli anni 1964-66, mostra già nell’ossimoro del titolo il paradosso necessario, quel risvolto di parola-suono che è appunto il silenzio. «People talking without speaking / People hearing without listening…», tra luce fredda, dio-neon, parole dei profeti scritte sui muri.
O sulla carta. Ecco una poesia di Giancarlo Pontiggia,[6] capace di convocare le ombre, arrivando a bruciare nell’incenso di una preghiera questi risvolti, questi paradossi:

Invoco il silenzio fedele, taccio
ogni nome, e il vostro, pensieri,
suono potente e segreto; depongo

su un’ara remota
una parola che non compare; traduco

un cielo sconfitto
in rose di versi, in fuochi
solitari.

Viandante che passi,
amico della polvere e del vento,
onora i tuoi lari,
qui brucia un grano d’incenso.

© Cristiano Poletti

[1] DK (Diels – Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker), 82 B 11,8.
[2] C. Sini, Il gioco del silenzio, Mimesis, Milano 2013, p. 10.
[3] Ibidem, p. 13.
[4] Ibidem, p. 22.
[5] C. Sini, Il miele della poesia, saggio introduttivo a Origini, poesie 1998-2010, di Giancarlo Pontiggia, Interlinea, Novara 2015, p. 5.
[6] G. Pontiggia, Invoco il silenzio fedele, taccio in Origini, poesie 1998-2010, op. cit.

3 comments

  1. Cristiano, una piccola nota, silenziosa e di sfuggita, sul finale del Silenzio di Bergman. Quella parola “anima” è un finale inventato per la versione italiana, poiché tra i produttori e i distributori si palesava il timore che il film mal si sarebbe adattato alla cultura – piuttosto reazionaria, piuttosto cattolica – del nostro paese. La versione originale lasciava il segreto di quelle ultime parole in altra lingua non rivelato, anzi prigioniero dell’intraducibilità e refrattario a ogni logica e a ogni senso. Del resto un film che faceva leva sull’impossibilità di comunicare in altra lingua e di comunicare tout court avrebbe banalizzato completamente le circa due ore di montaggio con un finale troppo semplificante e pacificatorio. Non sfugga che Il silenzio è l’ultimo capitolo della trilogia, quello cui si affida la parola (pardon, il silenzio) conclusiva. Con questo film, in sostanza, Bergman nega ogni possibile consolazione metafisica e religiosa all’agire umano. Il tutto è e resta senza senso.

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