Su “La fine di quest’arte” di Silvia Bre

Foto - Fine di quest'arte

A rischio di ripetermi (cfr. qui).
Leggo spesso le poesie di Silvia Bre. Lo faccio, banalmente, per due ragioni che riguardano le fondamenta della poesia: per la bellezza ferma con cui molti passi continuano a sfidare la mente senza stancare, e perché nel tessuto che negli anni le sue parole hanno composto ritrovo una costruzione che riguarda il mio sentire – o, per meglio dire, un sentire di cui faccio parte. E cerco con quei testi la confidenza sufficiente a estraniarmi il più possibile da gusto e percezioni, per osservare con distacco il percorso compiuto dall’indagine. Perché indagine, sempre e senza sconti, è la poesia di Silvia Bre. Ora che il suo nuovo libro è uscito per i tipi di Einaudi, leggo e mi accorgo che diastoli e sistoli di Le barricate misteriose e Marmo, nel loro sguinzagliare il pensiero in rivoli ad alta precisione o innalzare guglie sui crateri, premono su La fine di quest’arte con tutta la potenza dei loro argomenti, e la potenza, come succede in quelle zone assurde dell’universo dove tutto accade senza suono, esplode, ma in silenzio. Si potrebbe dire che La fine di quest’arte ha il registro di una nekyia, se tutto quanto chiamato attorno non fosse più vivo del vivo e se questa prevedesse tutta la spietata tenerezza, il senso domestico di resa verso quel varco della mente che è il pensiero, il suo formarsi, il suo chiedere cova.

qualcuno chiama luce
l’onda di buio che sbatte contro gli occhi
nei giorni
ma fare da porta alla testimonianza
ha pure una dolcezza infine[1]

 Il dialogo con questo varco diventa, lungo il libro, esplicito e serrato; ma lo sguardo si amplia per raccogliere l’altro:

io amo chi siede
con accanto la sua cosa muta
e quando va a dormire
la contiene

come sapesse dove riposa tutto il peso

tutti questi passaggi della mente
che si spartiscono un’accensione

chissà quale fiammata

senza cui vivere è glaciale

La raccolta si determina fin dal titolo. Alla voce “arte”, l’Enciclopedia Treccani riporta sì alla sfera semantica che riguarda le opere artistiche, come pure alla «capacità di agire e di produrre basata su un particolare complesso di esperienze», ma riporta anche il significato di artificio e inganno: l’ambiguità, nel finirla con quest’arte, è nella fame (argomento di tanta poesia, tema assoluto in Silvia Bre) di guardare senza slittamenti il reale, silenzioso e invisibile, di cui solo la poesia lascia traccia.
Ma la vera ambiguità è nel primo lemma. Mi affido a un pensiero che sento caro e che rischia di essere solo mio: “la fine” e “il fine” hanno, si sa, in alcuni punti del pensiero, equivalenza semantica in télos. La perfezione è il compimento: non si può raggiungere nulla di più alto se non accanto al limine finale. La completezza è il termine, e viceversa: e due poemetti, all’interno della raccolta, accarezzano questo concetto in maniera più esplicita di quanto tutte le poesie comunque si ostinino a cantarlo.
Come anche un ciclo dedicato alla figura di Narciso, Entierro è intonazione. Lo è su quel piccolo cartello (“estamos bien”) che i minatori cileni del disastro del 2010 vollero presentare come primo gesto alle telecamere che scendevano durante le operazioni di salvataggio. Entierro (in spagnolo, la sepoltura, intesa anche in senso sacro) è l’ipotesi di sussurro di uomini che stavano esperendo la morte e che ne avrebbero serbato la competenza una volta saliti in superficie:

[…] Che storia godere da vivi la fama dei morti:
ogni momento sta naturale nella sua purezza
come piombato in un emblema d’oro
ogni parola pesa il suo giusto
che è miracoloso –
ha nevicato in tutti noi oggi
perché qualcuno ha bisbigliato neve. […]

Il secondo poemetto è un soliloquio di Francesco Borromini dall’eloquente sottotitolo “tombeau”. Come è stato per le forme musicali (si veda A volte pare che ciò che non si sa, da Schönberg, tra tutte) e per la scultura (il Bernini che scolpisce la Ludovica Albertoni nell’Estasi in Marmo), la protagonista è ancora la visione che si impone alla percezione stremandola con un linguaggio mobile di fronte al quale si trema dalla fatica di trattenere e decodificare:

[…] ho virato ogni punto
in una linea
poi l’ho inarcata in una superficie
poi ho tradito i muri con le ombre

la vetta delirante
dall’andatura eterna
ancora frena, s’avvita
verso qualche sua tana

sopra il suolo di Roma

mio centro
mi traboccava intorno come una trama che dilaga
tra spirali d’azzurri, scorci
d’arancioni

la toccavo in un grande silenzio, con le pietre
le ho mimato il mio amore tortuoso
in colonnati di adorazione
in pallide facciate malinconiche

mi sono opposto alla spinta che innalza
e porta via le immagini

l’avido morso della mente
condensa
in una forza unica

la potenza vuota che sta nel cielo […]

 Il mistero della linea da inseguire riguarda anche uno scenario che a pura lettura sembrerebbe naturale:

Si può scavare nella scena del giorno
come l’occhio nel verde
basta un maestro piccolo, una guida
alla volta, uno che è linea di montagna
ramo di salice, lavanda, fatti così
perché lo spazio insegna a conquistare
il cielo dietro e più lontano
è libera pazzia che cerca ancora
e scava in fondo a sé, finché mi avvista.

Vedute costruite attorno al filo del discorso sono in osmosi con l’occhio che le osserva; il rimbalzo è quasi onnipresente: ora «non si distingue nuvola da neve e gioia / dei loro nomi capitati insieme»[2], ora un bonsai è pretesto al tema della grazia matematica del mondo, ora un paesaggio, tale grazie al rimbombo di un mito evocato (Intonazioni nell’eco di Narciso), si fa Eden mentale, sfiancante e doloroso. Viste di verde e rocce e acque fedeli a ciò che un tempo portò a Stromboli e all’eponima delle Barricate misteriose (si leggano Interminabile e soprattutto Massenzio, prospettiva frontale, a mio avviso punto di massima esattezza del discorso poetico della Bre), senza poter evitare il filtraggio per il rigore di Marmo. Nella geografia di un puro pensiero («dire non è sapere, è l’altra via, / tutta fatale, d’essere. / Questa la geografia.»[3]), continuo scenario primordiale, inizio ancora fumante che pure contiene la fine, nel cui centro una creatura, nata ogni volta a una comprensione, contempla nello sforzo incessante di restituire. Questa creatura è un noi:

Ma se quelli raccolti intorno a un fuoco
i rapiti da una così lontana cosa da non essere lì
se quelli che sono qui perché son corsi
dietro un’immagine che li ha trapassati
prima di andarsene
e dunque noi che sentiamo le voci
venire dalla note
con le nostre parole e altri accenti
il loro insieme barbaro che sa le storie delle pietre
degli oceani
noi tradotti in un luogo sconosciuto per essere lacune
d’altri luoghi
segreti vivi che si pentono di non poter tacere

                                                                                     alba ti alzi
aaaaaaaaaaaaaaaacos’hai da raccontare che non sia
quello che porti nelle tue cellule di sole.

Poesie dall’occhio spalancato, e in cerca di un ascolto che le attivi. E insieme, poesie rischiose all’aggrappo, perché già cariche di una loro libertà.
(«pare io debba cedere terreni / tutto ciò che conosco / pare sia così per tutti: / aprire un po’ la bocca, prima, / come appena prima di morire»[4]).
Per “fine” e “perfezione”, i greci dicevano télos.

© Giovanna Amato

[1] Da Interminabile.
[2] Da Panorama montano, un mare di reale.
[3] Da Se il nostro luogo è dove.
[4] Da Sono momenti.


Silvia Bre, poetessa e traduttrice, ha pubblicato per Einaudi Le barricate misteriose (2001, Premio Montale), Marmo (2007, Premio Viareggio) e le traduzioni di due antologie da Emily Dickinson, Centoquattro poesie (2011) e Uno zero più ampio (2013); per nottetempo, ha pubblicato il poema tragico Sempre perdendosi (2006). Tra le altre traduzioni, Il canzoniere di Louise Labé (Mondadori 2000) e Il giardino di Vita Sackville-West (Elliot 2013).

9 comments

  1. Ringrazio Giovanna Amato per questa preziosa e suggestiva disamina della poesia di Silvia Bre, parlando del suo ultimo libro dal titolo molto significativo “La fine di quest’arte”. Apprendo con piacere la notizia dell’uscita della silloge. Amo molto leggere e rileggere le poesie si Silvia Bre, poetessa che nell’intensità e nella perfezione dei suoi versi sa far emozionare e riflettere al tempo stesso. Ho molto apprezzato questa analisi testuale e la comparazione con i due libri precedenti della Bre. Da questa prima lettura trovo dei versi strordinari, come questi: “io amo chi siede / con accanto la sua cosa muta / e quando va a dormire / la contiene…” anche in quest’ultimo lavoro della poetessa e al più presto leggerò il libro,
    Saluti
    Monica

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  2. Finalmente si ritorna a parlare di poesia… otto anni erano troppi!! A presto leggerti Silvia! E se per arte s’intende la poesia è giusto il giusto termine con cui chiamarla e descriverla come solo la sua poesia lo è, pura arte e bellezza, stile inconfondibile, modernità unita a classicità, cibo costante d’ispirazione, fosse anche un solo suo verso a dare il là ad un improvviso nascere di immagini, di desiderio di scrivere a mia volta come a lasciarsi conquistare dalla facilità con cui scende dentro, dietro alla quale c’è, so bene, un duro e rigoroso lavoro di limatura, di scelta, di rinunce e di attese… ora è giunto al fine e spero darà si suoi frutti, come gli altri due, bellissimi…
    Mauro Corona

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  3. Una scrittura poetica, questa di Silvia Bre, luminosa e dolente, in cui sono felice di riconoscermi ancora, nelle inquietudini che sono quelle del nostro tempo. E sensibilissima questa analisi di Giovanna Amato, che sa illuminare con così grande empatia la visione dell’autrice.

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