Reloaded – riproposte natalizie #1 – Intervista a Milo De Angelis e un inedito

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

foto di Viviana Nicodemo

foto di Viviana Nicodemo

Milo De Angelis, uno dei poeti più significativi della nostra epoca, parla della sua poesia con Francesco Filia e annuncia il suo prossimo libro di cui pubblichiamo l’inedito che lo concluderà.

1. “Ho cercato con forza in questi anni quel punto in cui sangue e pensiero sono un’unica cosa”. Questa affermazione contenuta nel tuo saggio Poesia e destino, mi sembra che esprima una questione centrale della tua poesia. In che senso pensiero e sangue e quindi teoria e vita sono per te un tutt’uno?

Ho sempre amato, nella parola poetica, la presenza di un pensiero capace di nutrirla e di scorrere insieme a lei. Ma deve essere un pensiero impregnato di vita, pulsazione, tremore, ferita, spaesamento, un pensiero inondato dal sangue. Non un’idea condotta passo dopo passo verso la sua meta, ma qualcosa che si spacca e si lacera, crea irruzione e imminenza. Un pensiero tragico dunque. Quello di Pavese o di Artaud, di Nietzsche o di Marina Cvetaeva, una potenza deduttiva che può incontrare sulla sua strada l’indeducibile e rimanere senza parole.

2. “Morire è perdere anche la morte.” Questo verso di “Semifinale” in Biografia sommaria è paradigmatico della “visione” della morte che emerge dai tuo testi -che va ben oltre qualsiasi retorica misterica – come qualcosa di sacro, nel senso etimologico di separato e quindi indicibile, ma che incombe segnando indelebilmente l’esistenza e la parola poetica. Che rapporto c’è tra vita, parola poetica e morte?

Ciò che non porta con sé la sua fine non ha nemmeno diritto di iniziare. Se qualcosa non contiene l’artiglio della sua mortalità, se può continuare all’infinito e passare da una puntata all’altra di se stesso, allora entra in un territorio che è prossimo alla chiacchiera o alla televisione. Ogni mia opera ha instaurato un legame con la morte. La morte è stata di volta in volta scandalo, malattia, metamorfosi, incarnazione dell’assurdo, cammino iniziatico e cammino impedito, ictus, rinascita, emorragia. Nel libro che sto scrivendo in questi anni, descrivo una sorta di trattativa con la morte, uno sforzo per venire a patti, tentare un armistizio. Ma lei, dopo avermi illuso, rompe la tregua.

3. Il tuo dettato poetico, proprio perché “dettato”, fa i conti fino in fondo con la scrittura come forma radicale di obbedienza. In che senso questa dimensione è presente nel tuo percorso e come si è sviluppata dagli esordi di Somiglianze fino ai tuoi ultimi testi?

Ricordo che in prima e seconda elementare aspettavo con grande gioia e batticuore il giorno del “dettato”. Non era ancora il momento del tema, che sarebbe giunto qualche anno dopo, e quella era l’unica occasione per entrare nella lingua italiana e abbozzare il proprio stile. Sì, anche nel dettato c’era un margine di manovra. A seconda del tono di voce, della cadenza, della velocità della pronuncia del maestro, creavo spazi bianchi, maiuscole, parole sottolineate oppure scritte in piccolo e insomma cercavo una mia singolare fedeltà alle parole udite, cercavo la mia anima in quella dettatura. A volte mi viene il dubbio che tutto sia partito da lì.

4. Se “l’andare a capo” è ciò che distingue la poesia dalla prosa, questo non può ridursi ad un mero artificio stilistico ma deve rimandare a qualcosa di più essenziale. Cos’è per te “l’andare a capo”?

Sull’andare a capo mi sono spaccato la testa, specialmente nei libri più traumatici e percorsi dai demoni della variante. In Millimetri per esempio le correzioni costituiscono un volume ben più corposo di quello pubblicato e nella maggior parte dei casi riguardano proprio l’andare a capo. Il quale è riuscito là dove non genera altre ipotesi e appare in tutta la sua grazia naturale e inevitabile. Là dove nessuno si chiede perché la frase si è interrotta. Ma quanti tentativi per giungere a questa grazia, a questo coincidere di ritmo e significato! Quante prove per imporre uno spazio bianco che può essere solo quello!

5. “Ed è Milano: silenzio che chiama le cose, / nostro diritto naturale”.”Pur non essendo la tua una poesia di “luoghi”, Milano ha un posto centrale nell’intero tuo percorso, si potrebbe dire che è un centro magnetico del tuo immaginario. Qual è il rapporto della tua poesia con questa città?

Milano appartiene alla razza delle città distrutte – e questo mi è consono. E’ una città che ha bisogno di essere rasa al suolo per ritrovare se stessa: da Federico Barbarossa alla peste del Seicento, dalle bombe del 1943 a quelle di Piazza Fontana, al bunker di tangentopoli, si rinnova questo rito. Inoltre Milano ha una passione per le periferie, le quali sono ben più presenti del centro storico nei versi, nei racconti o nelle canzoni milanesi. E anche questo mi è vicino. Non mi è vicina invece la sua anima illuminista e ragionevole, che prende avvio dal Parini e prosegue nei secoli il suo itinerario civile. Prediligo quella notturna e sperduta che va dagli Scapigliati al Tessa, da Testori a Franco Loi.

6. “Questo è/soltanto il mio turno, benché eterno.” Questi versi, tratti da “Un ateismo” in Terra del viso, pongono in modo radicale il rapporto tra contingenza e necessità. In che modo la tua poesia si confronta con tale questione?

In poesia l’unicità di un’occasione si proietta sempre su uno sfondo di durata. L’episodio più contingente deve intrecciarsi al respiro della sua permanenza. Se così non fosse, si ridurrebbe a un fatto di cronaca. E viceversa se la pura durata prendesse il sopravvento, tutto diventerebbe emblema o museo. La poesia non può fare a meno di questa drammatica compresenza di ciò che fugge e di ciò che rimane: la musica delle sfere nella sirena di un’autoambulanza, il ragazzo svenuto sulla panchina e le nostre morti segrete, un incidente sulla tangenziale e l’ uragano di ciò che abbiamo perso.

7. «Un maestro / nuotò all’alba / delle cose, tra le sei meno venti / e la buona fortuna». Chi è per te “un maestro”? E, di conseguenza, chi è un buon allievo?

Ho conosciuto e frequentato uomini colti, fini lettori di poesia capaci di mostrarmi con acume errori e debolezze. Ma questo non basta a farne dei maestri. Li chiamerei piuttosto “insegnanti”. Per essere maestri occorre dare l’anima, entrare in un contatto profondo, uscire da se stessi, condurre l’altro nella sapienza per naturale vocazione. Accade raramente. E non è detto che accada con scrittori famosi. Può avvenire all’inizio della propria formazione, con un amico che ha qualche lettura e qualche anno più di noi. Può avvenire per caso, a qualunque età, uscendo da una presentazione con uno sconosciuto che ti indica un’altra via, un autore ignoto e fratello, un libro importante per nutrire i nostri versi: così un discorso qualsiasi, nato in mezzo al brusio delle voci, continua per un’intera serata e diventa un dialogo solenne. Un buon allievo sa prendere al volo queste occasioni, sa ringraziarle e farne un segno felice del proprio destino.

8. “Come rispondere/all’immenso?” L’ “immenso” che si manifesta in questi versi della tua ultima raccolta, come l’ “Universo” nel libro Millimetri, sembra dialogare con il Caos di cui parla Esiodo nella Teogonia e con l‘Apeiron anassimandreo, ma anche con il concetto di Brahman dell’Upanişad. Qual è una risposta possibile all’immenso?

L’immenso è, letteralmente, ciò che non si lascia misurare, ciò che supera l’idea stessa di misura. Concetto affascinante, certo, ma non basta. Per acquistare risonanza dentro di noi l’immenso deve essere investito dal soffio della poesia. E dunque Esiodo, Anassimandro, le Upanishad, come tu hai giustamente indicato. Ma nemmeno questo basta. Occorre che tale immenso e tale poesia conoscano la discordia, il trauma, lo squilibrio. E così il campo si restringe: Empedocle, Lucrezio, pochi altri. L’immenso si fa sterminato, nel duplice significato di questa pregevole parola, la quale riempie di sangue ciò che è senza limite. Al vigore cosmico di un tale sterminio corrisponde quello già in atto nella nostra persona, nel campo minato della nostra mente, che vuole leggerlo, comprenderlo, accoglierlo dentro di sé, trovare una via originale per darne notizia.

9. Gli intervalli temporali tra le pubblicazioni dei tuoi libri, tranne rare eccezioni, sono stati sempre lunghi. Che significato assume il silenzio tra un libro e l’altro e il silenzio attuale di cosa è gravido?

Ho bisogno di molto tempo per concludere un libro. E un libro non si conclude al termine dell’ultima pagina. Si conclude quando chi l’ha scritto comincia a vederlo con un’altra parte di sè. Ed è proprio quella parte ulteriore e allontanata che darà avvio all’ opera seguente. Si conclude quando le nuove poesie non possiedono più le chiavi del primo libro, cominciano a sentirlo come una casa in cui non c’è posto per loro. Cominciano insomma a cercare un’altra dimora, a costruirla giorno dopo giorno, ad accordarla sulla loro nota dominante. Tre anni dopo il mio ultimo libro, Quell’andarsene nel buio dei cortili, ho scritto alcune poesie. Ma ho subito sentito che gli appartenevano ancora: cambiavano i temi, ma il tono era quello. Solo quest’inverno è sopraggiunto qualcosa di nuovo, che veniva da un altro luogo di me stesso. E così sono nati, rapidamente, una quarantina di testi, un’ opera breve, con l’ultimo capitolo a più voci ambientato a Opera, il carcere in cui insegno. Il libro si intitola “Incontri e agguati” e uscirà il prossimo anno.

Grazie.

“Sarai una sillaba senza luce,

non giungerai all’incanto, resterai

impigliato nelle stanze della tua logica”

 

“Sarai la crepa stessa

delle tue frasi, una recidiva,

una voce deportata, l’unica cosa

che non si rigenera morendo”.

 

© Milo De Angelis*

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Nota: Intervista pubblicata in origine il 26 settembre 2014 – a cura di Francesco Filia

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