Intervista a Milo De Angelis e inedito

foto di Viviana Nicodemo

foto di Viviana Nicodemo

Milo De Angelis, uno dei poeti più significativi della nostra epoca, parla della sua poesia con Francesco Filia e annuncia il suo prossimo libro di cui pubblichiamo l’inedito che lo concluderà.

 

1. “Ho cercato con forza in questi anni quel punto in cui sangue e pensiero sono un’unica cosa”. Questa affermazione contenuta nel tuo saggio Poesia e destino, mi sembra che esprima una questione centrale della tua poesia. In che senso pensiero e sangue e quindi teoria e vita sono per te un tutt’uno?

Ho sempre amato, nella parola poetica, la presenza di un pensiero capace di nutrirla e di scorrere insieme a lei. Ma deve essere un pensiero impregnato di vita, pulsazione, tremore, ferita, spaesamento, un pensiero inondato dal sangue. Non un’idea condotta passo dopo passo verso la sua meta, ma qualcosa che si spacca e si lacera, crea irruzione e imminenza. Un pensiero tragico dunque. Quello di Pavese o di Artaud, di Nietzsche o di Marina Cvetaeva, una potenza deduttiva che può incontrare sulla sua strada l’indeducibile e rimanere senza parole.

2. “Morire è perdere anche la morte.” Questo verso di “Semifinale” in Biografia sommaria è paradigmatico della “visione” della morte che emerge dai tuo testi -che va ben oltre qualsiasi retorica misterica – come qualcosa di sacro, nel senso etimologico di separato e quindi indicibile, ma che incombe segnando indelebilmente l’esistenza e la parola poetica. Che rapporto c’è tra vita, parola poetica e morte?

Ciò che non porta con sé la sua fine non ha nemmeno diritto di iniziare. Se qualcosa non contiene l’artiglio della sua mortalità, se può continuare all’infinito e passare da una puntata all’altra di se stesso, allora entra in un territorio che è prossimo alla chiacchiera o alla televisione. Ogni mia opera ha instaurato un legame con la morte. La morte è stata di volta in volta scandalo, malattia, metamorfosi, incarnazione dell’assurdo, cammino iniziatico e cammino impedito, ictus, rinascita, emorragia. Nel libro che sto scrivendo in questi anni, descrivo una sorta di trattativa con la morte, uno sforzo per venire a patti, tentare un armistizio. Ma lei, dopo avermi illuso, rompe la tregua.

3. Il tuo dettato poetico, proprio perché “dettato”, fa i conti fino in fondo con la scrittura come forma radicale di obbedienza. In che senso questa dimensione è presente nel tuo percorso e come si è sviluppata dagli esordi di Somiglianze fino ai tuoi ultimi testi?

Ricordo che in prima e seconda elementare aspettavo con grande gioia e batticuore il giorno del “dettato”. Non era ancora il momento del tema, che sarebbe giunto qualche anno dopo, e quella era l’unica occasione per entrare nella lingua italiana e abbozzare il proprio stile. Sì, anche nel dettato c’era un margine di manovra. A seconda del tono di voce, della cadenza, della velocità della pronuncia del maestro, creavo spazi bianchi, maiuscole, parole sottolineate oppure scritte in piccolo e insomma cercavo una mia singolare fedeltà alle parole udite, cercavo la mia anima in quella dettatura. A volte mi viene il dubbio che tutto sia partito da lì.

4. Se “l’andare a capo” è ciò che distingue la poesia dalla prosa, questo non può ridursi ad un mero artificio stilistico ma deve rimandare a qualcosa di più essenziale. Cos’è per te “l’andare a capo”?

Sull’andare a capo mi sono spaccato la testa, specialmente nei libri più traumatici e percorsi dai demoni della variante. In Millimetri per esempio le correzioni costituiscono un volume ben più corposo di quello pubblicato e nella maggior parte dei casi riguardano proprio l’andare a capo. Il quale è riuscito là dove non genera altre ipotesi e appare in tutta la sua grazia naturale e inevitabile. Là dove nessuno si chiede perché la frase si è interrotta. Ma quanti tentativi per giungere a questa grazia, a questo coincidere di ritmo e significato! Quante prove per imporre uno spazio bianco che può essere solo quello!

5. “Ed è Milano: silenzio che chiama le cose, / nostro diritto naturale”.”Pur non essendo la tua una poesia di “luoghi”, Milano ha un posto centrale nell’intero tuo percorso, si potrebbe dire che è un centro magnetico del tuo immaginario. Qual è il rapporto della tua poesia con questa città?

Milano appartiene alla razza delle città distrutte – e questo mi è consono. E’ una città che ha bisogno di essere rasa al suolo per ritrovare se stessa: da Federico Barbarossa alla peste del Seicento, dalle bombe del 1943 a quelle di Piazza Fontana, al bunker di tangentopoli, si rinnova questo rito. Inoltre Milano ha una passione per le periferie, le quali sono ben più presenti del centro storico nei versi, nei racconti o nelle canzoni milanesi. E anche questo mi è vicino. Non mi è vicina invece la sua anima illuminista e ragionevole, che prende avvio dal Parini e prosegue nei secoli il suo itinerario civile. Prediligo quella notturna e sperduta che va dagli Scapigliati al Tessa, da Testori a Franco Loi.

6. “Questo è/soltanto il mio turno, benché eterno.” Questi versi, tratti da “Un ateismo” in Terra del viso, pongono in modo radicale il rapporto tra contingenza e necessità. In che modo la tua poesia si confronta con tale questione?

In poesia l’unicità di un’occasione si proietta sempre su uno sfondo di durata. L’episodio più contingente deve intrecciarsi al respiro della sua permanenza. Se così non fosse, si ridurrebbe a un fatto di cronaca. E viceversa se la pura durata prendesse il sopravvento, tutto diventerebbe emblema o museo. La poesia non può fare a meno di questa drammatica compresenza di ciò che fugge e di ciò che rimane: la musica delle sfere nella sirena di un’autoambulanza, il ragazzo svenuto sulla panchina e le nostre morti segrete, un incidente sulla tangenziale e l’ uragano di ciò che abbiamo perso.

7. «Un maestro / nuotò all’alba / delle cose, tra le sei meno venti / e la buona fortuna». Chi è per te “un maestro”? E, di conseguenza, chi è un buon allievo?

Ho conosciuto e frequentato uomini colti, fini lettori di poesia capaci di mostrarmi con acume errori e debolezze. Ma questo non basta a farne dei maestri. Li chiamerei piuttosto “insegnanti”. Per essere maestri occorre dare l’anima, entrare in un contatto profondo, uscire da se stessi, condurre l’altro nella sapienza per naturale vocazione. Accade raramente. E non è detto che accada con scrittori famosi. Può avvenire all’inizio della propria formazione, con un amico che ha qualche lettura e qualche anno più di noi. Può avvenire per caso, a qualunque età, uscendo da una presentazione con uno sconosciuto che ti indica un’altra via, un autore ignoto e fratello, un libro importante per nutrire i nostri versi: così un discorso qualsiasi, nato in mezzo al brusio delle voci, continua per un’intera serata e diventa un dialogo solenne. Un buon allievo sa prendere al volo queste occasioni, sa ringraziarle e farne un segno felice del proprio destino.

8. “Come rispondere/all’immenso?” L’ “immenso” che si manifesta in questi versi della tua ultima raccolta, come l’ “Universo” nel libro Millimetri, sembra dialogare con il Caos di cui parla Esiodo nella Teogonia e con l‘Apeiron anassimandreo, ma anche con il concetto di Brahman dell’Upanişad. Qual è una risposta possibile all’immenso?

L’immenso è, letteralmente, ciò che non si lascia misurare, ciò che supera l’idea stessa di misura. Concetto affascinante, certo, ma non basta. Per acquistare risonanza dentro di noi l’immenso deve essere investito dal soffio della poesia. E dunque Esiodo, Anassimandro, le Upanishad, come tu hai giustamente indicato. Ma nemmeno questo basta. Occorre che tale immenso e tale poesia conoscano la discordia, il trauma, lo squilibrio. E così il campo si restringe: Empedocle, Lucrezio, pochi altri. L’immenso si fa sterminato, nel duplice significato di questa pregevole parola, la quale riempie di sangue ciò che è senza limite. Al vigore cosmico di un tale sterminio corrisponde quello già in atto nella nostra persona, nel campo minato della nostra mente, che vuole leggerlo, comprenderlo, accoglierlo dentro di sé, trovare una via originale per darne notizia.

9. Gli intervalli temporali tra le pubblicazioni dei tuoi libri, tranne rare eccezioni, sono stati sempre lunghi. Che significato assume il silenzio tra un libro e l’altro e il silenzio attuale di cosa è gravido?

Ho bisogno di molto tempo per concludere un libro. E un libro non si conclude al termine dell’ultima pagina. Si conclude quando chi l’ha scritto comincia a vederlo con un’altra parte di sè. Ed è proprio quella parte ulteriore e allontanata che darà avvio all’ opera seguente. Si conclude quando le nuove poesie non possiedono più le chiavi del primo libro, cominciano a sentirlo come una casa in cui non c’è posto per loro. Cominciano insomma a cercare un’altra dimora, a costruirla giorno dopo giorno, ad accordarla sulla loro nota dominante. Tre anni dopo il mio ultimo libro, Quell’andarsene nel buio dei cortili, ho scritto alcune poesie. Ma ho subito sentito che gli appartenevano ancora: cambiavano i temi, ma il tono era quello. Solo quest’inverno è sopraggiunto qualcosa di nuovo, che veniva da un altro luogo di me stesso. E così sono nati, rapidamente, una quarantina di testi, un’ opera breve, con l’ultimo capitolo a più voci ambientato a Opera, il carcere in cui insegno. Il libro si intitola “Incontri e agguati” e uscirà il prossimo anno.

 

“Sarai una sillaba senza luce,

non giungerai all’incanto, resterai

impigliato nelle stanze della tua logica”

 

“Sarai la crepa stessa

delle tue frasi, una recidiva,

una voce deportata, l’unica cosa

che non si rigenera morendo”.

 

© Milo De Angelis

14 comments

  1. per commentare a fondo bisogna che io legga l’ultimo volume di Milo De Angelis, perché è difficile entrare nel vortice delle elucubrazioni intorno alla morte, ed il confronto esige particolari riguardi. Qui mi limito a ripetere che Thanatos può essere esorcizzato soltanto da Eros, e la poesia , che ha il suo punto focale nel subconscio di ogni autore che si rispetti , non è altro che la messa in scena per allontanare i fantasmi del nulla che ci aspetta dopo la morte.

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  2. Molto suggestivo il discorso di Milo De Angelis. Ciò che afferma sembra una cosa sua da sempre, pensata da chissà quanto tempo. Per questo mi dà l’impronta di una seria verità.

    Stefania M.

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  3. Ho assai apprezzato l’intervista di De Angelis, uomo che frequenta il pensiero da sempre, mi risulta. Impressionanti poi le frasi finali sul libro, su quando si conclude veramente. Complimenti a voi del blog. Parole che rimangono.

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  4. In questa intervista tornano gli accenti forti, gravi e profondi di Poesia e destino. Sono domande mirate a cogliere il centro stesso della produzione poetica di Milo De Angelis. Trovo particolarmente interessante la domanda sull’immenso e il richiamo alla tradizione greca, trovo inoltre particolarmente coraggiosa la domanda sul rapporto di morte e poesia, rapporto evidente ma divenuto lo spauracchio della critica illuminista e scanzonata dei nostri giorni. Oltre “l’anticipazione della morte” (concetto, comunque serissimo, se lo si vuole capire fino in fondo) si può discutere di mortalità e finitezza, perché la parola poetica è di per sé memoria della fine, ossia portatrice di faglia, di fessura temporale, tra i significanti. Il merito di questa intervista di Francesco è di aver fronteggiato De Angelis sul piano della theoria (per ricordare ancora poesia e destino) ossia dello sguardo sulle forme che restano immutate e tremende. IL testo finale di Milo mi sembra quindi perfetto.

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  5. … un battere
    di ali protese, cieche, fedeli
    a un ordine oscuro.

    …..una voce deportata, l’unica cosa
    che non si rigenera morendo

    Esiste solo l’io multiforme e le mille voci che gli brulicano dentro .Milo De Angelis vigila l’ombra vicina al silenzio dischiudendo altro da sè nella comprensione dell’universo .

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  6. Affascinante, non c’è dubbio, Milo De Angelis. Ma anche MOLTO discutibile sul piano politico. Da quando l’ho conosciuto, negli anni di Niebo (allora stavo a Milano) Milo De Angelis propone sempre lo stesso discorso anti sociale, tutto fondato sugli archeitipi e su un tempo che non è il nostro attuale di immigrati e miseria. De Angelis è un metafisico, un sognatore e dunque per me che sono marxista è un avversario.

    Luigi

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  7. @ Luigi

    Ma cosa stai dicendo, Luigi N.? Mi sembri un volantino degli anni settanta! Cosa c’entra il tuo discorso con la poesia di De Angelis e con la poesia in generale?

    Nicola Borletti

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  8. Davvero bella questa intervista! Emerge la figura di un maestro, che dà l’anima e non si limita a erudire.Colpiscono le frasi sulla morte e sui tanti modi in cui essa appare in poesia. De Angelis deve averla vista da vicino, la morte, per parlarne così! E la sua poesia ne è testimonianza, anche i terribili versi finali.

    Roberto Russo

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  9. Tutt’altro che metafisica, questa intervista! Anzi, piena di concretezza biografica (proiettata nella vastità, ma concretissima) come il racconto assai riuscito del dettato e della libertà che si apre nell’eseguirlo. Una viva allegoria! Molto bella.

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