Il vecchio e il calcio: omaggio a Zeman

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Alla fine è successo. Qualcuno se lo aspettava, io fingevo di non pensarci. Ieri il Cagliari ha esonerato il suo allenatore, Zdenek Zeman. Pure se la matematica era impietosa (2 vittorie, 6 pareggi, 8 sconfitte) resta comunque in qualche modo un’enorme cazzata. Premessa: se pensate che tutto questo non c’entri con la poesia, non capite nulla, né di calcio né di poesia.

Da quando tifo Zeman esiste, ed è lì, taciturno e imperturbabile, con il suo 4-3-3 a ogni costo, gioco offensivo, squadra altissima, portiere costretto a giocare coi piedi come se fosse un libero, movimento continuo sulle fasce, pressing, diagonali, sovrapposizioni, inserimenti dal centrocampo, tridente d’attacco lievemente obliquo in modo che il mancino possa colpire (è con lui che Beppe Signori è diventato Beppe Signori).

Insomma, una meraviglia, un sogno, raramente applicabile alla realtà. Tanti gol fatti, una valanga presi (il Cagliari ultimamente segnava pure poco, ma non è colpa di Zeman se Ibarbo è una freccia coi piedi torti). Forse la cosa più triste è che nell’ultima partita ha snaturato il suo schema per un più prudente 4-4-2 (beccandosi comunque tre reti…), e proprio contro la Juventus, tifata da bambino, denunciata e odiata da professionista. La Juventus di Moggi e del doping, per capirci. Zeman che per fare correre in campo i giocatori come forsennati li allenava con sacchi di sabbia legati alle caviglie (e infatti a metà campionato, puntualmente, morivano).

L’ennesimo esonero, e forse è giusto così, i presidenti devono tutelarsi, i risultati contano, se una squadra non vince non vince, poi i tifosi brontolano, la gente mormora, la musica finisce, gli sponsor se ne vanno. E però Zeman resta per sempre un patrimonio del calcio e della letteratura. Per quel suo aspetto fisico da pescatore di Hemingway, magro e imbronciato, solcato dalle sigarette invece che dal sale. E per quella sua idea ostinata, utopica e velleitaria di gioco, e vallo a capire se si parla ancora di calcio. C’è una fine per tutto, e non è detto che sia sempre la retrocessione.

@Andrea Accardi

2 commenti su “Il vecchio e il calcio: omaggio a Zeman

  1. Molti anni fa, parlando di Kafka , feci un paragone tra lui e Zeman, che forse sembrava non entrarci affatto. Atteso che condivido in linea di massima le considerazioni di Anna Maria, ritengo utile riproporre il finale di quello scriteriato(?) parallelismo.

    “Il povero K va all’inferno – come Dante – ma con il solo biglietto d’andata , senza Virgilio, nè Beatrice che lo segue dall’alto, ci va, perché – come afferma Milena – che un po’ meglio di noi lo conosceva – non ha scampo, né rifugi , né protezioni ( poteva forse Freud essere un suo protettore, ma a lui interessava “solo” la letteratura). K è incapace di furberie , incapace di mentire…di scendere a compromessi. E’, come persona, la perfetta antitesi dell’italiano medio rappresentato nei film di Sordi ( ma anche da quello che descrisse Guicciardini molti secoli prima che ci fosse lo Stato italiano ) ed è per questo (forse) che per noi italioti è ancora più difficile comprenderlo….Con una forzatura banale , ma che forse rende l’idea , potrei dire che
    K è come Zeman , che , nonostante…. perda quasi tutte le partite continua con la sua tattica di gioco scriteriata e non c’è verso di farlo recedere, a rischio di essere cacciato, come accade sempre più spesso. Perché lo fa? , perché lui “sa” , lui “vede oltre” . E’ un donchisciotte? , è un pazzo? E’ un fesso? Forse è tutto ciò, ma è anche – se vogliamo – un poeta, l’unico vero poeta del calcio dopo Omar Sivori.
    La grandezza letteraria di K , oltreché nello stile impareggiabile, armonico, asciutto e musicale come il misterioso suono di un’arpa che viene da infinite lontananze , forse non sta nelle sue ” rivelazioni” , “allucinazioni” , nel saper vedere ” oltre” l’ambigua realtà del fenomenico o del mero risultato numerico. Sta nella poesia , nella profondità delle sue espressioni poetiche. E si sa che i poeti sono pazzi, vedono cose che nessuno vede, ascoltano voci che nessuno ode, esplorano l’inesplorabile, osano l’inosabile, sondano l’insondabile…Ma pazzi sono anche i non poeti e non sanno darci altro che lo squallore e desolazione del loro “avere”…Ai paradisi dei pazzi non poeti, preferisco mille volte l’inferno dei pazzi come Kafka, come Zeman , anche se il biglietto è di solo andata.

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  2. Grazie, Augusto, per aver riproposto il finale del tuo parallelismo.. Le riflessioni che hanno suscitato il tuo commento, riflessioni che condivido pienamente, non sono mie, ma di Andrea Accardi, che ringrazio.

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