La più bella pagina del mondo

foto di Giovanna Amato

TEMA

Racconta qual è, secondo te, la più bella pagina di letteratura del mondo.
Ricorda di essere quanto più oggettivo possibile nelle tue argomentazioni.

SVOLGIMENTO

Una delle risposte degne di una traccia del genere, professoressa, potrebbe essere un lungo sermone sulla natura collettiva del sostantivo “letteratura”, oppure sulla impossibilità di legarsi mani e piedi nel corso di un’esistenza ad unico agglomerato di concetti. Meglio ancora, visto che non temo ripercussioni, un bel foglio bianco di radicale protesta. Ma voglio stare al suo gioco, e indicare una pagina perfetta, completamente bella dall’inizio alla fine, bella anche per uno strano colpo di fortuna che vuole le proposizioni iniziare e finire all’interno della sistemazione grafica.
La pagina più bella, però, non è la più amata. Non è uno Stevenson né un Hugo, non viene dal Moby Dick né dai Libri della Jungla né da nessuno dei MaiPiùSenza che lei, professoressa, se seguisse Poetarum Silva (e dovrebbe) potrebbe conoscere. Non è una pagina cara, né una pagina fondamentale: è semplicemente una pagina bella. Il perché, professoressa, mi dica lei se è oggettivo: io stravedo per i pavoni.

Flannery O’ Connor (e sulla sua maestria credo dubbi non ce ne siano) a cinque anni insegnò a un pollo a camminare all’indietro, raggiungendo così per la prima volta la fama. Più tardi si innamorò del pavone, forma di «pollo che cresce fino a raggiungere sembianze e dimensioni notevoli», e arrivò con non pochi problemi ad averne decine e decine a razzolarle per casa. Più volte espresso, il suo amore si concretizza, professoressa, in quel saggetto del tutto inutile e gratuito che è Il re degli uccelli, che io conosco per averlo letto in apertura del volume Nel territorio del diavolo, riedito da minimum fax nella collana I Quindici nel 2010 (traduttori vari). Lo scherzo, il divertissement – mi dica lei come essere più precisa – contiene questa pagina, e io gliela trascrivo intera:

Il piumaggio del pavone impiega un paio di anni ad acquistare la foggia naturale, e per il resto della sua esistenza questo pollo si comporterà come se l’avesse disegnata da solo. Eppure, nei primi due anni di vita lo si direbbe un’accozzaglia di stracci messa assieme da una mano priva di fantasia. Durante il primo anno il petto è marroncino, il dorso maculato, il collo verde come quello della madre, la codina corta e grigia. Nel corso del secondo, il petto diventa nero, il collo color blu regale e il dorso muta lentamente in quel verde e oro che poi conserverà, ma ancora niente coda lunga. Solo al terzo anno, con la piena maturità, conquista la coda. Per il resto della sua vita – e un pavone può campare fino a trentacinque anni – non avrà niente di meglio da fare che curarsela, arricciarla, lisciarla, danzare avanti e indietro dispiegandola, sgolarsi quando gliela calpestano, e inarcarla quando attraversa una pozzanghera.
Non tutte le parti del pavone colpiscono lo sguardo, nemmeno quando è già adulto. Le piume superiori dell’ala sono striate di bianco e nero, e sembrerebbero prese in prestito da un galletto di Barred Rock; quelle all’estremità dell’ala hanno il colore dell’argilla; ha le zampe lunghe e sottili di un colore ferruginoso; gli artigli lunghi; e sembra indossare quei pantaloncini tanto di moda in estate fra i playboy. Giallognoli e attillati, questi pantaloncini scendono a mo’ di prolungamento da una specie di panciotto blu brunito. Uno non si sorprenderebbe a vederci penzolare una catena d’orologio, ma non è ancora capitato a nessuno. Studiando l’aspetto del pavone con la coda chiusa, ho notato che le parti sono sproporzionate rispetto all’insieme. La verità è che quando ha la coda chiusa, solo il portamento lo salva dal ridicolo. Con la coda bella spiegata, invece, il pavone può ispirare una vasta gamma di emozioni, ma una risata devo ancora sentirla.

Nota a margine: Probabilmente, professoressa, potrei trovare, stiracchiando, un’argomentazione oggettiva. Partirebbe dalla frase «Già un paio di volte mi è stato chiesto quale sarebbe l’utilità di un pavone, domanda che da me non otterrà risposta, perché non la merita». Che è, probabilmente, la mia precisa idea di questa pagina, della letteratura, dell’amore, e della vita intera.

© Giovanna Amato