Le cronache della Leda #28 – Le mie amiche, la mia pazienza e “Il giovane favoloso”

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Le cronache della Leda #28 – Le mie amiche, la mia pazienza e “Il giovane favoloso”

XXVIII – A SE STESSO

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

(Giacomo Leopardi – I canti)

I critici, quelli che recensiscono in maniera positiva e quelli che recensiscono in maniera negativa, per non parlare del pubblico trasformato in tifosi, dimenticano sovente che quando si parla o si scrive di un film, è di un film che si sta scrivendo o parlando. Anche se il film in questione è basato su avvenimenti storici, o, come nel caso del film che siamo andate a vedere ieri sera io e quelle tre sciagurate delle mie amiche, racconta gran parte della vita di un poeta come Giacomo Leopardi (il più bravo? Raboni sosteneva bisognasse amare Manzoni almeno quanto Leopardi, io preferisco il marchigiano), rimane un film. Uno spettacolo che prevede da parte dello spettatore lo sforzo di uscire di casa, di scegliere il cinema e l’orario a lui più comodi, di aspettarsi molto o molto poco, di vedere una storia raccontata sullo schermo, di vedere volti, espressioni, occhi che si illuminano, costumi, di ascoltare il suono delle voci e di godersi i silenzi, di guardare tutto fino alla fine, fino ai titoli di coda, e poi bestemmiare o sospirare. Prima, però, di dirvi del film, devo dirvi di quelle tre, andare al cinema con loro è ormai molto problematico. La Luisa non ci voleva venire: «Non ti sono bastati tutti gli anni in cui ci hai avuto a che fare?» La Wanda, a sorpresa: «Io vengo, ma vicino a te non mi siedo, sai troppo di Leopardi potresti influenzarmi.» Non ho capito (nemmeno il giorno dopo) su cosa avrei dovuto influenzarla, dato che io quando sono al cinema nemmeno respiro per non disturbare. L’Adriana: «Mi siedo io con te, basta che quella rompiscatole della Luisa si sieda distante da noi.» Stavo quasi per rinunciare e andare per fatti miei, ma mi sono armata di pazienza e siamo andate tutte e quattro.

La Wanda si è presa un posto laterale, tre file più avanti rispetto alla nostra. La Luisa, munita di popcorn e di disappunto, si è seduta nell’ultima fila, alle spalle mie e dell’Adriana. Mentre passavano gli spot pubblicitari ho pensato di ammazzarle e ho anche pensato che Martone avrebbe potuto riprendere noi, per girare un film sul disagio sociale e la permalosità nelle signore anziane. Per fortuna Il giovane favoloso è cominciato e le ho dimenticate.

Il cinema dunque, la narrazione che seppur fatta di biografia deve essere in grado di superarla, di farla splendere. Martone ci è riuscito: Leopardi qui splende. Splende non solo per la luce che ha negli occhi il bravissimo Elio Germano, che dice (mai recita) le poesie come vanno dette accompagnato da un moto interiore che passa attraverso lo schermo e ti inchioda alla poltrona. Leopardi splende con la sua forza e volontà di ribellione. Splende per lucidità, per sprazzi di ironia, per l’intelligenza superiore alla media. Splende perché fa apparire, ancora una volta, il pessimismo (parola vuota, come l’ottimismo) qualcosa di inevitabile, di conclusivo nell’analisi della condizione umana. Splende, quando nella scena del bar di Napoli, si rivolge con autorevolezza e cattiveria verso chi attribuisce la malinconia dei suoi testi alla sofferenza fisica. Splende perché il medico gli vieta di mangiare i gelati e lui non smette, anzi pare goderseli di più. Leopardi splende perché voleva amare e dell’amore conosceva le sofferenze. Leopardi splende quando liquida qualcuno con quella battuta su Alessandro Manzoni: un car uomo. Leopardi splende perché anche al cinema la bellezza delle sue poesie va oltre ogni cosa. Splende come il vulcano che erutta e come la ginestra, e lascia quattro vecchie in lacrime sulle poltrone fino alla fine dei titoli di coda.

Quando siamo uscite nessuna ha parlato, nessuna parola è stata pronunciata fino ai saluti e oggi non le ho ancora sentite.

Leda

6 comments

      1. E mentre ti trovi stringile forte la mano da parte mia, se posso permettermi, perché l’istinto a fine lettura è proprio questo.

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