Reloaded – riproposte natalizie #11: NULLA AL VER DETRAENDO (Martone, Leopardi e la Leda)

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

 

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Come ha osato Martone sporcare il grande Leopardi abbassandolo a protagonista di un film e come potrà mai un film rendere la grandezza e il genio di Leopardi senza banalizzarlo? Questa è stata la prima reazione, il più delle volte inconsapevole, quasi un riflesso condizionato, di molti addetti ai lavori, poeti, critici letterari eccetera. Al massimo il film potrà essere apprezzato dalle professoresse di Liceo che notoriamente di poesia e letteratura non capiscono niente, se non quelle quattro nozioni che devono ripetere meccanicamente ai loro alunni. No Leopardi no, non lo toccate, lasciatelo nei dipartimenti di filologia, nei convegni, nel nostro privatissimo e snobissimo olimpo bibliotecario dove periodicamente lo possiamo spolverare e commemorare. Perché in fondo ognuno che ha letto e amato Leopardi ritiene di essere il solo ad averlo capito veramente e quindi guai a chi glielo tocca, men che meno se questo qualcuno è un filmetto che per di più sta sbancando il boxoffice. Per non parlare dei suoi detrattori, che non vedevano l’ora di trovar conferma della loro insofferenza verso il grande poeta di Recanati, sbeffeggiando il film cercano di colpire lui, riconsegnandolo ai pregiudizi grevi che tutt’ora lo accompagnano.


E anch’io sono andato a vedere Il giovane favoloso di Martone con tutti i pregiudizi possibili e immaginabili, per la scarsissima stima che ho per il cinema contemporaneo italiano tutto e per le perplessità che hanno suscitato in me, con l’eccezione di Morte di un matematico napoletano, le precedenti opere registiche di Martone. Ma anche e soprattutto per il soggetto difficile e anticinematografico e perché intravedevo il pericolo della caricatura, della riduzione di Leopardi a figurina stantia e posticcia dell’album italiota. Il film mi è sembrato invece riuscito, onesto e con una visione ben precisa. A differenza di Noi credevamo, qui la visione c’è ed è quella di un Leopardi consapevole e fiero, non riducibile alle vuote formule del pessimismo, ma neanche violentabile facendolo diventare un fautore del progresso dell’umanità. Nelle immagini e nelle inquadrature, accompagnate da una colonna sonora riuscitissima, più che nei dialoghi, il regista sembra coglierne l’aspetto essenziale di pensatore e poeta tragico, in cui un’indomabile volontà di vita si intreccia e si scontra senza possibilità di mediazione con la consapevolezza dell’orrore del mondo, si vedano a tal proposito le bellissime scene napoletane, ma non solo. Leopardi ci viene restituito come uomo sofferente, ma  allo stesso tempo animato dal desiderio di vivere, di uscire dal borgo natio prima e dai salotti letterari poi che lo porta a cercare la realtà senza finzioni, ma con la forza immaginativa del suo pensiero poetante. A proposito trovo che il titolo, tratto da un verso della Ortese, sia bellissimo, con quell’aggettivo “favoloso” che può essere interpretato in maniera polisemica, e in particolare come aggettivo riferito al giovane come inventore di favole, dicitore del bello e del vero, disvelatore dell’enigma dell’esistenza, favoloso appunto. Se un limite c’è nel film è un limite insito in tutti i film biografici che seguono il personaggio in tutte o quasi le fasi della vita, ed è quello della possibile discontinuità  della trama e del didascalismo. Forse il concentrarsi su una sola parte della vita avrebbe dato più tensione al film, ma d’altro canto se ne sarebbe perso il senso complessivo, non essendoci un momento della vita di Leopardi più sintomatico o paradigmatico degli altri, come invece avviene per il film Morte di un matematico napoletano che coglie gli ultimi giorni di vita prima del suicidio di Renato Cacciopoli, rifacendosi al modello cinematografico di Le feu follet di Louis Malle, o come nel film di Montaldo sugli ultimi anni di vita e sul processo di Giordano Bruno. Ma questo pericolo è superato grazie all’attore protagonista che riesce a rendere il personaggio con ardore e misura senza gigioneggiare, cosa difficilissima di questi tempi nel cinema italiano, magari l’unico suggerimento che si può dare a Elio Germano è quello di concedere meno interviste in cui paragona Leopardi a Kurt Cobain o le sue poesie a un piatto di spaghetti, perché neanche il più sprovveduto degli spettatori è così stupido da crederlo. Ma il film risulta riuscito anche grazie e soprattutto alla sua tenuta stilistica, alla sua lentezza che porta in maniera sobria e ipnotica la storia fino al suo esito, e Martone sembra comprendere bene che in una vicenda del genere non c’è da far concessioni all’azione, al dramma esteriore perché con la forza della ricostruzione storica, la precisione delle immagini e delle parole il dramma vero dell’esistenza di Leopardi, come cifra del dramma dell’esistenza in generale, emerge chiaro e implacabile. E qui entriamo nel cuore a mio parere dell’operazione di Martone, che è quello di far parlare Leopardi, attraverso le sue opere e i suoi luoghi, nelle scene del film e di renderlo in carne e ossa. Lo si veda  nella sequenza in cui si combina la più famosa poesia di Leopardi con il luogo che l’ha ispirata e, se si superano i pregiudizi dovuti alla solo apparente facilità della scelta, si noterà la straziante bellezza di tutta la scena sul colle dell’Infinito, come del resto della scena finale alle pendici del Vesuvio e di quella della visione del Dialogo della natura e di un islandese.
In ultimo c’è da dire che il caso Leopardi è tale perché è spia di qualcosa di rimosso che riguarda noi e il nostro rapporto con il dolore e la vita, anche coloro che lo amano in fondo fanno fatica ad accettare le estreme conseguenze del suo pensiero e cercano di trovarvi qualcosa che ne redima il senso, cercano di addomesticarlo, inserendo nel suo pensiero un possibile rimedio al male ontologico che ci pervade. Leopardi nel suo messaggio ultimo resta ancora uno scandalo per l’Italia, sia quella delle magnifiche sorti e progressive e delle varie sinistre che pure hanno cercato di intrupparlo postumo, sia quella cattolica che al massimo lo vede come una pecorella smarrita, un genio mal riposto o quella liberale incarnata dalla condanna senza appello di Croce. Come è possibile che ci sia un pensiero così radicale e anticonsolatorio, così consapevole, duro e irriducibile alle formule comuni, così alternativo a tutte le chiese,  anche laiche che in qualche modo vogliono spacciare un rimedio all’uomo che lo distragga dal tremendo della natura? E questo sgomento che suscita l’opera di Leopardi è ancora presente, ripeto anche in coloro che l’hanno amato che cercano disperatamente una luce di speranza nei suoi versi e così invece ne fraintendono l’essenza. Il merito di Martone è, con gli strumenti concessigli dal mezzo cinematografico, di riconsegnarci un Leopardi dolente anche nel corpo, perché Leopardi era nu ranavuottolo, cupo, malinconico, ardente e disperato dove, però, la sua arte non è effetto della sua gobba, ma anzi è grande a dispetto di essa, pur rimanendo inseparabile da quella materia che l’ha partorita. Questa pellicola è una testimonianza seria e appassionata, che potrà rimanere anche dopo l’infatuazione di massa di questi giorni, e magari tra qualche anno qualche ragazzo, vedendo questo film in qualche orario impossibile o scaricandolo dalla rete, potrà provare un’attrazione verso quest’uomo che con la sua opera continua a parlarci in maniera sublime e tragica, eppure comprensibilissima, del fango del mondo e della sua disperata bellezza, nulla al ver detraendo.

© Francesco Filia

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Le cronache della Leda #28 – Le mie amiche, la mia pazienza e “Il giovane favoloso”

XXVIII – A SE STESSO

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

(Giacomo Leopardi – I canti)

I critici, quelli che recensiscono in maniera positiva e quelli che recensiscono in maniera negativa, per non parlare del pubblico trasformato in tifosi, dimenticano sovente che quando si parla o si scrive di un film, è di un film che si sta scrivendo o parlando. Anche se il film in questione è basato su avvenimenti storici, o, come nel caso del film che siamo andate a vedere ieri sera io e quelle tre sciagurate delle mie amiche, racconta gran parte della vita di un poeta come Giacomo Leopardi (il più bravo? Raboni sosteneva bisognasse amare Manzoni almeno quanto Leopardi, io preferisco il marchigiano), rimane un film. Uno spettacolo che prevede da parte dello spettatore lo sforzo di uscire di casa, di scegliere il cinema e l’orario a lui più comodi, di aspettarsi molto o molto poco, di vedere una storia raccontata sullo schermo, di vedere volti, espressioni, occhi che si illuminano, costumi, di ascoltare il suono delle voci e di godersi i silenzi, di guardare tutto fino alla fine, fino ai titoli di coda, e poi bestemmiare o sospirare. Prima, però, di dirvi del film, devo dirvi di quelle tre, andare al cinema con loro è ormai molto problematico. La Luisa non ci voleva venire: «Non ti sono bastati tutti gli anni in cui ci hai avuto a che fare?» La Wanda, a sorpresa: «Io vengo, ma vicino a te non mi siedo, sai troppo di Leopardi potresti influenzarmi.» Non ho capito (nemmeno il giorno dopo) su cosa avrei dovuto influenzarla, dato che io quando sono al cinema nemmeno respiro per non disturbare. L’Adriana: «Mi siedo io con te, basta che quella rompiscatole della Luisa si sieda distante da noi.» Stavo quasi per rinunciare e andare per fatti miei, ma mi sono armata di pazienza e siamo andate tutte e quattro.

La Wanda si è presa un posto laterale, tre file più avanti rispetto alla nostra. La Luisa, munita di popcorn e di disappunto, si è seduta nell’ultima fila, alle spalle mie e dell’Adriana. Mentre passavano gli spot pubblicitari ho pensato di ammazzarle e ho anche pensato che Martone avrebbe potuto riprendere noi, per girare un film sul disagio sociale e la permalosità nelle signore anziane. Per fortuna Il giovane favoloso è cominciato e le ho dimenticate.

Il cinema dunque, la narrazione che seppur fatta di biografia deve essere in grado di superarla, di farla splendere. Martone ci è riuscito: Leopardi qui splende. Splende non solo per la luce che ha negli occhi il bravissimo Elio Germano, che dice (mai recita) le poesie come vanno dette accompagnato da un moto interiore che passa attraverso lo schermo e ti inchioda alla poltrona. Leopardi splende con la sua forza e volontà di ribellione. Splende per lucidità, per sprazzi di ironia, per l’intelligenza superiore alla media. Splende perché fa apparire, ancora una volta, il pessimismo (parola vuota, come l’ottimismo) qualcosa di inevitabile, di conclusivo nell’analisi della condizione umana. Splende, quando nella scena del bar di Napoli, si rivolge con autorevolezza e cattiveria verso chi attribuisce la malinconia dei suoi testi alla sofferenza fisica. Splende perché il medico gli vieta di mangiare i gelati e lui non smette, anzi pare goderseli di più. Leopardi splende perché voleva amare e dell’amore conosceva le sofferenze. Leopardi splende quando liquida qualcuno con quella battuta su Alessandro Manzoni: un car uomo. Leopardi splende perché anche al cinema la bellezza delle sue poesie va oltre ogni cosa. Splende come il vulcano che erutta e come la ginestra, e lascia quattro vecchie in lacrime sulle poltrone fino alla fine dei titoli di coda.

Quando siamo uscite nessuna ha parlato, nessuna parola è stata pronunciata fino ai saluti e oggi non le ho ancora sentite.

Leda

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i due articoli sono stati pubblicati il 29/10/2014 e il 23/10/2014

2 comments

  1. A Silvia: riaspettando le migliori trame degli autori romantici;che credevano di essere neoclassici….paradigma dei tempi!Decisiva l’ opera omnia compiuta;per andare a riscoprire che quel certo snobbismo per gli sturmanddrummer,era da rivedersi nelle più spiccate e segnalate anime delle bellezze europee estrapolate dal connotazione evidentemente di passaggio e non chiaramente comprensibili dai più!vedi Goethe,Wilde,Pellico…oppure la nascita dei primi Spectator..e a ruota gazzettino…e via la Stampa a reflusso con le nuove case della signora Berchet,sostenitrice romanticaprima con tutto l’astio di chi non avrebbe sperato in critiche di quei colossi da mastodontici come De Sanctis e Croce.

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