Alessandro Salvi, Santuario del transitorio

Alessandro Salvi, Santuario del transitorio

Alessandro Salvi, Santuario del transitorio, L’arcolaio, 2014, € 10,00

 

Del mondo ogni contorno rendi acuto
robusta e mesta serpe del pensiero
che t’intrufoli subdola nel mio
io più recondito.
Gomito a gomito con il delirio
e ai ferri corti col quotidiano,
sei tu il pane che bene o male sfama.

Questa è la poesia che apre il libro di Alessandro Salvi; rare volte mi è capitato di imbattermi in un testo d’apertura che dichiari così nettamente dove voglia condurci chi scrive, quale storia intende raccontare. La poesia che apre è, in un certo senso, la mano di Salvi aperta ad accoglierci perché se possiamo intuire quale sarà la storia non conosciamo il modo in cui l’autore voglia condurci dentro, quello che seguirà sarà una bella scoperta. Come scrive Fabio Michieli nella prefazione, Salvi è un poeta che ha radici salde nella tradizione del Novecento; ma se il secolo breve può essere definito il centro, non possiamo escludere il resto della circonferenza, dove il punto più estremo guardando indietro sarà il Barocco, e l’altro, quello che sta nella parte superiore del cerchio è l’adesso, il mondo in che il poeta vuol raccontare, con i suoi modi, con i tempi del suo tempo. Alessandro Salvi è uomo di confine, il confine di nord-est, che ha un significato storico e politico importante e imponente. La lingua poetica stessa è un confine, la poesia è sempre la frontiera tra il dire e non dire, il verso nasce solo se passa il controllo più difficile quello della dogana interiore. Salvi questa cosa la sa:

Io vi parlo da questa
inospitale zona del sentire.

Il campo poetico non è scisso dal campo in cui la partita della vita si disputa e  lo scrivere:

Non è una fuga nell’irrazionale
bensì si tratta solo di guardare
l’invisibile che si spoglia…

La raccolta è composta da tre sezioni e, durante la lettura, ci imbattiamo in sonetti, madrigali, sestine. Il raggio d’azione è ampio, necessario a contenere uno sguardo sul mondo che non può essere consacrato soltanto all’io ma anche alla sua sottrazione, lo scoperto e il suo riparo, e di nuovo il confine, un piede che si spinge oltre, l’altro che fatica a staccarsi per seguirlo, che non vuole seguirlo. Salvi possiede la giusta dose di disincanto e, per fortuna, l’ironia che – a volte – rende più sopportabile l’amarezza e più comprensibile il distacco dalle cose, per poterle meglio analizzare. Così anche il Barocco (e vi rimando di nuovo alla prefazione) non è qui nella sua funzione orpellistica, sovra stilistica, ma in quella principale, ovvero quella che sottrae la realtà alla vista per mostrarla successivamente diversa. C’è la richiesta di uno sforzo, se copro tutto poi tu cosa vedi? Cosa hai visto finora? Cosa vedrai?.

In una poesia Salvi scrive che ai versi scritti col fango preferisce quelli scritti col sangue, ed è ironico un’altra volta, perché sa perfettamente che i versi si scrivono soltanto con l’inchiostro e il sangue e il fango sono necessari e complementari, ma vengono prima. Chi non cerca veramente non è in grado di restituire niente. Salvi, invece, restituisce eccome, ma non certo stabilità. La sensazione che lascia il libro è di grande precarietà, come il tempo nostro, come il transitorio del titolo, e allora qual è il santuario? Mi pare essere una costruzione che si scorge in lontananza, qualcosa che l’occhio non riesce a mettere a fuoco. Un tempio che sta sul confine, una frontiera che può essere superata soltanto da due cose, una è la Bora, il vento di quelle terre, l’altra è la poesia.

© Gianni Montieri

La prefazione e alcune poesie si possono leggere Qui

8 comments

  1. La poesia d’apertura è uno di quei bellissimi casi in cui vorrei avere lo spazio per segnare a pennarello versi sulle mensole delle librerie. Grazie.

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  2. Grazie, Gianni, anche da parte dell’editore. Originali sono le tue riflessioni sul senso del barocco e sul senso del confine. Grazie di cuore, caro amico. Di Alessandro rimarco volentieri la constatazione di una bella cifra ironica e l’uso impeccabile della lingua italiana. Compliimenti ad entrambi. Gf

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  3. Ho il libro tra le mani.
    Un complimento sincero ad Alessandro, e un altro a Gianfranco per le sue scelte editoriali.

    Francesco t.

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    1. TI SONO GRATO DELLE TUE PAROLE. ALESSANDRO E’ BRAVO AUTORE. SONO FELICE DI AVERLO PUBBLICATO. E FELICE ANCHE DELLA COLTA E ACUTA PREFAZIONE DI FABIO MICHIELI .

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