«L’Italia che vorrei»: tre ‘Risorgimenti’ che si stringono la mano. Seconda parte

Questo intervento segue e conclude quello pubblicato stamattina.

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Dal film Noi Credevamo di Mario Martone

«L’Italia che vorrei». Le Confessioni di Ippolito Nievo e Noi Credevamo di Anna Banti e Mario Martone: tre ‘Risorgimenti’ che si stringono la mano. Seconda parte

© Alessandra Trevisan

3. Contro i ‘revisionismi’: la prospettiva novecentesca di Anna Banti

Anna Banti[1] pubblica Noi Credevamo nel 1967, in un momento storico di fermento intellettuale e politico, alle porte del Sessantotto. L’intento del romanzo è quello di narrare il Risorgimento attraverso gli occhi di un suo avo, il gentiluomo calabrese Domenico Lopresti: la sua vita raminga, le amicizie e i tradimenti, la politica clandestina, la prigionia e la lotta repubblicana e poi garibaldina. La vicenda si svolge tra una Torino capitale morale d’Italia (siamo nel 1883, la capitale ufficiale è Roma), la città in cui Domenico oramai vecchio, sposato e padre, vive e lavora come commissario di dogana, e un meridione – quello pre-unitario – pesantemente sottomesso ai Borboni, che regge il peso di un sistema feudale ormai introiettato[2], e in cui gli ideali mazziniani progressisti e qualunque alternativa alla monarchia tardano ad attecchire. Si può dire di fatto che il protagonista viva tra una dimensione interna-claustrofobica (Torino e le prigioni) e una dimensione esterna (il sud selvaggio, e il territorio esplorato durante la spedizione dei Mille); Lopresti fu davvero, per dodici anni, prigioniero politico presso le carceri borboniche di Procida e Montefusco, poi garibaldino, e di fatto uno sconfitto al tramonto dell’idea di costruire l’altra Italia ‘possibile’, quella che una generazione sognava, poiché la Repubblica sarà di fatto proclamata solo dopo le due guerre mondiali, nel 1948.

Si considerino due passi significativi del romanzo:

Lentamente d’altronde il tempo medicava quella mia velenosa e un po’ vergognosa ferita. Volontariamente isolato, e quindi insensibile alle vicende e alle relazioni di un piccolo centro, di nuovo mi si apriva il vasto orizzonte delle fortune e sfortune nazionali […]. Tornava a confortarmi l’unità del Paese finalmente raggiunta: sia pur tristemente, Venezia era restituita, Roma conquistata. Questi avvenimenti mi riportavano al ricordo di quando, giovane e maturo, avevo sperato e disperato. Rinsavivo: l’idea democratica e repubblicana, il mio antico vangelo, era stata sconfitta, ma era sempre un miracolo che l’Italia esistesse.[3]

Pensavo alle barricate milanesi e napoletane, alla Repubblica Romana, a Garibaldi: ecco i fatti e i nomi che il popolo capiva d’istinto, quelli per cui i nostri uomini migliori avevano sacrificato la vita e la libertà. Non pochi anni, ma secoli potevano dividerci da quegli avvenimenti gloriosi.[4]

Con queste parole Lopresti sembra rispondere ad uno slancio di militanza preciso, profondamente radicato nel proprio essere, e che tuttavia si sta indebolendo ed è messo a dura prova dalla memoria. Il recupero ideologico di ‘ciò che può andar perduto’ è uno dei veri motori del libro, accanto a quello che spinge Lopresti a dar verità all’esperienza risorgimentale valicando la comune visione dei fatti sino ad allora ufficiale, ed è altresì funzionale a rendere la dimensione ‘chiusa’ dei luoghi (anche ‘ideale’) che coincide, metaforicamente, con l’impossibilità repubblicana. Domenico Lopresti è infatti un personaggio in fuga, che rincorre qualcosa, forse le sue stesse idee, durante l’intero corso della narrazione: è un personaggio che non trova spazi di contenimento. Pur incarnando l’anti-eroe, vive fino in fondo l’inquietudine e la frustrazione della mancanza del traguardo repubblicano, e ciò è forse dovuto alla sua autonomia di pensiero: autodidatta “colto” (tiene sempre con sé, in prigione, la Commedia di Dante) e non sempre mazziniano,[5] si converte al garibaldinismo dopo aver maturato come Nievo l’idea che i mazziniani non avrebbero potuto salvare la penisola e renderla indipendente. Nella Banti si avverte un’aspra critica di fondo, qualcosa di latente nei confronti dell’incapacità degli allora repubblicani all’azione, azione che appartiene idealmente a Lopresti.
La vicenda bantiana si muove fra realtà e fiction, con un lungo recupero in forma d’analessi, pesando tutto sul ruolo della Storia nella vita di Lopresti e di quella generazione che poi fu anche quella di Nievo, di quei giovani che abbracciarono anche se per un soffio, la democrazia e la libertà. La Banti non dimentica di restituire il ‘diario d’una carcerazione forzata’, la drammatica condizione in cui versavano i prigionieri politici dell’epoca, e soprattutto il naufragio della politica, la rabbia, l’illusione, che sta tutta chiusa nel titolo. «Eravamo tanti, eravamo insieme […] Noi, dolce parola. Noi credevamo…».[6]
L’autrice muove da un punto di vista completamente opposto rispetto a quello di Nievo, giustificato da una quasi totale rimessa in discussione – successiva alla caduta del Fascismo certamente – della storiografia risorgimentale fino ad allora conosciuta, accusata soprattutto dopo il centenario dell’Unità di ‘revisionismo’. L’intento di Anna Banti è quello di riprendere la parola e trattare di quel ‘Risorgimento tradito’[7], celato quasi fino al 1961 o ‘rivisitato’ senza slanci; l’Italia d’altronde ha attraversato di fatto una dittatura e una monarchia, conoscendo la Repubblica solo tredici anni prima: i tempi per un ritorno di verità sono maturi.
Il concetto di ‘patria’ si lega anche qui ad evocazione, memoria, esperienza e società. In primo luogo il desiderio di Domenico di «offrire ai destini della patria l’olocausto della mia vita»[8], prima della prigionia e poi il non riconoscere più l’immagine che egli aveva conservato viva: «La mia patria, insomma, è una nozione astratta il cui riflesso si proiettò su quel che trovai di concreto nella Livorno del ‘60».[9] La patria è dunque anche in questo romanzo è un ‘puzzle’, e lo è ancor più a causa di quella mancanza di contatto con il mondo.
La Banti è un’autrice che attinge a piene mani dalla Storia per farne narrazione, per calare i propri personaggi in un magma; la sua conoscenza approfondita e documentata vuole avvicinarsi il più possibile a quella dimensione di realtà che è solo in questa sede nieviana, a quell’’essere nelle cose, nei ‘fatti’ che è solo di chi vive e scrive di un tempo nel suo ‘compiersi’. Questa prospettiva altra, restituita per approssimazione, non può essere altrimenti essendo l’autrice vissuta durante il secolo scorso; è innegabile dunque essa debba dirsi ‘postuma’.

4. Convergenze e differenze tematiche e letterarie

Giunta quasi alle conclusioni posso riportare alcune delle numerose convergenze e divergenze anche letterarie fra i due romanzi, i quali abbracciano una porzione ampissima della Storia d’Italia ottocentesca, facendo proprio di questa una protagonista imprescindibile della narrazione (vero punto d’incontro tra i due romanzi è, all’incirca, il 1820, anno dei primi moti). La Storia tuttavia, narrata in entrambi i casi con un recupero memoriale, dunque in analessi, è vissuta da due prospettive diverse, ‘da Nord’ per Nievo e ‘da Sud’ per Banti, e tuttavia si potrebbe dire con spostamenti “a chiasmo” poiché i due protagonisti entrambi anti-eroi e repubblicani Carlino/Carlo Altoviti e Domenico Lopresti, viaggiano e si spostano nel Sud o nel Nord della penisola.
Altro aspetto cui non ho accennato prima è la duplice spinta sociale presente in Nievo e Banti, che intende proclamare l’incapacità dei patrioti ad aver trasmesso adeguata preparazione rivoluzionaria al popolo; entrambi i testi, infatti, ne trattano. Ulteriore aspetto che non ho adeguatamente esplicitato è il valore del Bildungsroman e della gioventù, esaltato dai due romanzieri e su cui avrò modo di tornare parlando del film: le esperienze di entrambi i protagonisti sono ‘di formazione’ e pare rispondano, come già evidenziato dalla critica, a un rifiuto ‘lirico’ tout-court, quasi a seguire quella massima pessoiana già nel Libro dell’inquietudine: «Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso», il che ha molto a che vedere con il ‘noi’ neviano e bantiano. C’è altresì anche un diverso modo di vivere le età della vita, opprimente in Banti, ironico o accettato in Nievo. In entrambi i romanzi, infine, la concezione di ‘patria’ è frammentaria come ho già detto, com’è frammentaria in Banti la scrittura, ellittica: Noi credevamo si sviluppa in brevi capitoli, che restituiscono la difficile ricostruzione dei fatti passati, che riportano di continuo la vicenda dal passato al presente. In Banti, dunque, è il tempo una cifra narrativa imprescindibile e caratteristica di una certa modalità del raccontare.
È il critico Cesare Garboli nel suo saggio Anna Banti e il tempo[10] a parlare del tempo-non tempo della Banti prosatrice. Quanto detto finora a proposito dell’approssimazione alla realtà della Storia viene ragionevolmente messo in discussione da Garboli, il quale percepisce in alcuni romanzi bantiani e certamente in Noi Credevamo, un «novecentismo involontario» dato dall’assenza di tempo. Garboli parla di un «passato asservito al presente», e non di un «romanzare il passato», sostenendo che quello della Banti è sempre un «passato cedevole», asservito alle passioni, che non va dritto ai fatti, ma va dritto alla cancrena della psicologia dei suoi personaggi, ingombrante e spesso d’ordine manicomiale, che dunque rende il tempo fermo, immobile. Questa lettura del romanzo, ragionevole e accorta, a mio avviso può ragionevolmente essere ricondotta a un’eco del presente storico e ingombrante: il valore collettivo del ‘noi’ esprime nel titolo non solo il Risorgimento ma anche un altro movimento ‘a venire’, anticipandolo, e cioè quel senso della Storia che si sta avvicinando, in Italia, nel tempo in cui la Banti scrive: la rivolta studentesca, la stagione dei grandi scioperi operai, le stragi di Stato e il Brigatismo, con straordinaria acutezza.[11] Banti, pur non esprimendo con una letteratura ‘dichiaratamente civile’ ciò che percepisce, sa guardare oltre e sa certamente immergersi nel passato sempre restando nella complessità del suo presente. Da questo saggio di Garboli, per sua stessa ammissione, Mario Martone ha tratto l’idea per realizzare il suo film.

5. Un film sul ‘Risorgimento’ mancato

Ciò che contraddistingue la letteratura
è la capacità di stare in mezzo a linguaggio diversi,
per tenere viva la comunicazione fra essi.
Italo Calvino

Noi Credevamo di Mario Martone (Italia, 01 Distribution, 2010),[12] dell’opera della Banti conserva in apparenza solo il titolo, l’esperienza di Lopresti interpretato da Luigi Lo Cascio (qui con un altro cognome però) e la prospettiva dell’Unità meridionale. Sette anni di lavoro e la collaborazione alla sceneggiatura di Giancarlo de Cataldo,[13] hanno portato alla realizzazione di una pellicola a mio modo di vedere abbastanza riuscita, che racconta episodi poco noti dell’esperienza risorgimentale.[14] La costruzione del film, ellittica, muove i tre protagonisti Domenico, Angelo e Salvatore tra il Cilento borbonico, una Torino in fermento, Londra e Parigi; nel 1828, ventenni, aderiscono alla Giovane Italia: gli ideali mazziniani, la libertà, la giovinezza che spinge all’azione, li portano poi a separarsi e intraprendere strade diverse, talvolta con un’autonomia ‘limite’. Il film dichiaratamente parziale, vuole restituire l’immagine di un Risorgimento difficile e altro, faticoso, sanguinoso, che s’inserisce appieno nella storia europea e soprattutto esprime quel ‘malessere odierno’ che sta, secondo il regista e la storiografia recente, nelle pieghe della nostra stessa Storia.
Martone lavora sulla lingua, autentica, tratta da carteggi e documenti ottocenteschi e dalla letteratura (si pensi ai Canti leopardiani), e sulla musica dell’epoca (si ascolti Verdi, se occorre citarlo); fa un film dichiaratamente politico e corale, che opera sulla rimozione repubblicana data dal revisionismo storico a cui ho accennato; non tralascia di raccontare anche episodi sbagliati della Storia, di terrorismo, ad esempio l’attentato a Parigi ai danni di Napoleone III del 1858 cui partecipò anche l’italiano Giuseppe Andrea Pieri, nel film rappresentato da Angelo (forse una delle figure più interessanti, anche per i tratti psicologici). Anche Martone si serve di personaggi reali calati nella fiction, e così compaiono tra gli altri Giuseppe Mazzini (Toni Servillo), Carlo Poerio (Renato Carpentieri) e Francesco Crispi (Luca Zingaretti). Unica protagonista femminile del film è Cristina di Belgiojoso, patriota realmente esistita morta nel 1871 dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia.
Attraverso tutti i suoi personaggi, Martone mette in scena la rivoluzione, ridà alla nostra Storia una dignità tragica; la rivoluzione è per lui «innanzitutto un moto dell’animo, prima di diventare un cambiamento. È una spinta […] qualcosa che dovrebbe essere considerato ancora oggi una possibilità presente.»[15] Egli perciò rintraccia l’idea di quel processo tradito, repubblicano prima, garibaldino poi e tuttavia collettivo che è già nel romanzo della Banti; da quell’io di Domenico al noi, il ‘noi’ del titolo, che sullo schermo si rafforza sino al finale, alla sconfitta. L’amarezza e delusione di Lopresti son vivificate e connesse al presente grazie ad una sceneggiatura che non ha paura di sembrare inadeguata nel far vedere dei luoghi dominati dal cemento armato ad esempio (verso la fine del film soprattutto) in cui i personaggi si muovono. Il regista cerca un legame tra la “guerra” per quale Italia far nascere e l’odierno presente liquido e precario, come ricordano le citazioni in esergo a questo post. In particolare Martone ricorda che capire quel passato aiuta a capire il Novecento italiano e le sue ombre, le stragi di stato, il terrorismo rosso, etc., ancora oggi destabilizzanti nella nostra Storia, in embrione per certi versi in quella risorgimentale.
A mio avviso però, si dovrebbe focalizzare un topos che lega tutte e tre le opere, ed è l’esperienza giovanile, ‘di formazione’, l’essere calati nella ricerca di se stessi e di una ‘definizione da dare al mondo’, unico vero modo di affrontare il presente qualunque esso sia. Martone coglie, nell’arco di tempo da lui considerato e cioè tra il 1828 e il 1862, una «temperatura emotiva che è comune a tutte le generazioni. La passione, la determinazione politica e anche la perdita, lo smarrimento, la rabbia e le disillusioni: tutte cose che appartengono in primo luogo alla vita.»[16] A proposito di questo s’è espresso anche il protagonista Luigi Lo Cascio (1967-) affermando in un’intervista che non è stato difficile incarnare il personaggio di Domenico Lopresti, attivo, cospiratore, segnato da un tormento intellettuale forte, un uomo che vive e fa delle scelte coscienti:

Sembra quasi che ci sia qualcosa che lega il mio personaggio al Nicola Carati che ho interpretato ne La meglio gioventù [di Marco Tullio Giordana, 2003, n.d.r.], che ci sia qualcosa che li unisce dal punto di vista della passione. In entrambi i casi sono personaggi legati ai propri ideali e la cosa che li può definire meglio forse è l’autenticità, cioè il fatto che sono persone che hanno deciso di vivere la propria esistenza all’altezza dei propri ideali, di modo che non ci fosse una cesura, una spaccatura tra quello che pensavano, quello che sentivano, e quello che andavano ad interpretare sul palcoscenico della Storia.[17]

Il paragone tra i due personaggi, connette ancora una volta sapientemente il passato al presente, e lo fa esaltando la vitalità di una figura genuina come quella di Lopresti. Scriveva Nievo nelle Confessioni: «La gioventù è il paradiso della vita»[18] e lo stesso Mazzini riteneva che fossero i giovani a dover ‘prendersi il mondo’, mentre il Domenico Lopresti di Anna Banti è ossessionato dal recupero di quel sentire, lontano, quasi dimenticato. Il film di Martone chiude il cerchio tenendo viva la comunicazione fra forme d’espressione diverse quali sono letteratura e cinema, recuperando soprattutto quella vitalità che lega con un filo rosso Nievo e la Banti al nostro presente, forse richiamando, in ultima sede, anche un’altra citazione di Italo Calvino tratta da Il visconte dimezzato – che accompagna anche me da qualche anno -: «Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane».

Bibliografia su Ippolito Nievo e Anna Banti

Allegri, Mario, Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, in «Letteratura italiana» diretta da A. Asor Rosa, «Le opere, III : Dall’Ottocento al Novecento», Torino, Einaudi, 1995, p. 531-571.

Banti, Anna, Noi credevamo, Milano, Mondadori, 1967.

Casini, Simone, Nievo e Mazzini. Le rivoluzioni del 1849 tra biografia e finzione. in Ippolito Nievo tra letteratura e storia: atti della giornata di studi di Sergio Romagnoli, Firenze, 14 novembre 2002, Roma, Bulzoni, 2004, pp. 117-135.

Cavalli, Patrizia, La patria, Milano, Edizioni Nottetempo, 2011.

Fofi, Goffredo, Tre Colori. Goffredo Fofi racconta “Le confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo, Radio3, 11.01.2011, <http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/popupaudio.html?t=TRE%20COLORI%2011.01.2011&p=TRE%20COLORI%2011.01.2011&d=&u=http%3A%2F%2Fwww.radio.rai.it%2Fpodcast%2FA0095147.mp3>.

Garboli, Cesare, Anna Banti e il tempo, in Pianura Proibita, Adelphi, Milano, 2002.

Hom Cary, Stephanie,‘Patria’-otic Incarnations and Italian Character: Discourses of Nationalism in Ippolito Nievo’s Confessioni d’un italiano, in «Italica», Volume 84, Numbers 2-3, 2007, pp. 214-232.

Mengaldo, Pier Vincenzo, Appunti di lettura sulle Confessioni di Nievo in «Rivista di letteratura italiana», 1984, II, 3, 465-518.

Nozzoli, Anna, Anna Banti e il Risorgimento senza eroi in L’opera di Anna banti. Atti del convegno di studi: Firenze, 8-9 maggio 1992, a c. di Enza Biagini, Firenze, Olschki, 1997,

Bibliografia e filmografia su Mario Martone

Andrea Bajani intervista Mario Martone, a c. di «Redazione BookBlog» <http://www.youtube.com/user/RedazioneBookBlog?blend=1&ob=5#p/a/u/2/Awwps904bBA>, 07.06.2011.

Bobbio Film Festival incontra Mario Martone, <http://www.youtube.com/user/BobbioFilmFestival#p/u/32/prykdOd1yxo>, 06.09.2011.

Fabio Fazio intervista Mario Martone in occasione dell’uscita del film NOI CREDEVAMO, a c. di radiflo, 7.11.2010, <http://www.youtube.com/watch?v=ScTxeJkmJtw>.

Martone, Mario, Noi Credevamo, Italia, Palomar, 01 Distribution, 2010.

Id., Una guerra che non è finita: Noi credevamo di Anna Banti dal libro al film, in «Paragone» n. 81-82-83, 2009, pp. 44-51. 

Mario Martone a Tg3 Linea-Notte 9 nov. 2010, Il regista del film “Noi credevamo” intervistato da Maurizio Mannoni, <http://www.youtube.com/watch?v=rQxVS5ubGE4>.

NOI CREDEVAMO PREMIO DAVID DI DONATELLO 2011 – Intervista a Mario Martone, a c. di GenoaMunicipality, 24.09.2010, <http://www.youtube.com/watch?v=9VMde3cV60I>.


[1] Pseudonimo di Lucia Lopresti (1895-1985), scrittrice e traduttrice e dal 1924 moglie del critico d’arte Roberto Longhi, con il quale fondò la rivista «Paragone». Saggista d’arte ma soprattutto prosatrice, tra i romanzi celebri si ricordano Artemisia (Sansoni, Firenze, 1947) e per Mondadori Le donne muoiono (1951) e i racconti di Campi elisi (1963).

[2] Si veda, ad esempio, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Milano, Feltrinelli, 1958.

[3] Noi credevamo, cit., pp. 22-23.

[4] Ivi, p. 122.

[5] Si vedano p. 56 dove dichiara d’essersi iscritto alla Giovane Italia e dunque p. 102, dove rinnega tale ‘credo’.

[6] Ivi, p. 344 (corsivo mio).

[7] Così lo definisce Anna Nozzoli in Anna Banti e il Risorgimento senza eroi in L’opera di Anna banti. Atti del convegno di studi: Firenze, 8-9 maggio 1992, a c. di Enza Biagini, Firenze, Olschki, 1997, pp. 179-190. Per un completo riepilogo delle fonti storiche bantiane si consulti questo saggio.

[8] A. Banti, Noi credevamo, cit., p. 57.

[9] Ivi, p. 27.

[10] In Pianura Proibita, Milano, Adelphi, 2002, pp. 79-95. Considererò e citerò con le caporali espressioni contenute tra p. 89 e 95.

[11] Sono anche gli anni degli scritti di Pasolini quelli, da cui la Banti è lontana, da borghese ma con idee certo progressiste. Mi vengono in mente a tal proprosito le posizioni di Cristina Campo ne Lettere a Mita (Milano, Adelphi, 1999) in cui la Campo in più occasioni si scontra, apostrofandola con la Banti e il suo salotto. Mi viene in mente anche il peso della critica femminista dato ad alcune sue opere, in particolare all’esemplare Artemisia, cit.

[12] Mario Martone (Napoli, 1959-) è registra e sceneggiatore di cinema e teatro. Oltre all’esordio con Morte di un matematico napoletano (1992), tra le sue pellicole celebri si ricordano L’amore molesto (1995) e L’odore del Sangue (2004) entrambe tratte da due romanzi, rispettivamente di Elena Ferrante e Goffredo Parise.

[13] Giancarlo De Cataldo (1956-) è magistrato e scrittore, noto per aver narrato nel suo Romanzo criminale (Torino, Einaudi, 2004), la vicenda della Banda della Magliana.

[14] Si veda M. Martone, Una guerra che non è finita: Noi credevamo di Anna Banti dal libro al film, in «Paragone» n. 81-82-83, 2009, pp. 44-51.

[16] Mario Martone tg3 linea notte, 9 nov. 2010 in <http://www.youtube.com/watch?v=rQxVS5ubGE4>.

[17] Luigi Lo Cascio: in “Noi credevamo” un personaggio dai grandi ideali, a c. di EsperienzaItalia2011, <http://www.youtube.com/watch?v=UqmDYpQXAk0>,  14.09.2010.

[18] I. Nievo, Le confessioni, cit., p. 104.

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56534

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