Anna Toscano, “all’ora dei pasti” (LietoColle, 2007)

tavolo di marmo chiaro
deboli zampe di legno
briciole sparse sul piano
un piatto color aragosta
posate spaiate
Iberia, altre Varig o Sabena
tovagliolo grande di carta blu
gocciolio in lontananza
nel lavandino rigato di tè

il frigo è deserto
lo stomaco è vuoto
il forno non funzionerebbe
le mie mani sulle ginocchia

è all’ora dei pasti
che sento il tuo non esserci
la tua assenza mi nutre
sono sazia come non mai

la dieta ringrazia
io felice con lei
ché non mi calza
la tragedia

Anna Toscano, All'ora dei pastiSe la poesia affronta il quotidiano mettendo in scena gli oggetti che lo compongono non necessariamente renderà banale ciò che stilisticamente può apparire alla prima lettura semplice. E così le trentacinque poesie che compongono la seconda raccolta di Anna Toscano, all’ora dei pasti (LietoColle, 2007), si muovono per tasselli nell’arduo intento di ricostruire un’identità di donna attraverso la scrittura, intima quanto a volte impietosa nella descrizione di una sopravvivenza agli eventi traumatici della vita come possono essere quelli della malattia che colpisce un proprio caro (piastrelle bianche, p. 15).
Leggendo e rileggendo i componimenti si potrà ben dire che per quanto possano essere visibili i riferimenti ai ‘maestri’ lontani e vicini (Penna e Bertolucci in primis avviluppati in un unico movimento atto a coglierne i particolari; entrambi incastonati in una metrica che riecheggia una profonda conoscenza della lezione di Patrizia Cavalli) è pure chiara la cifra personale di questa poesia che si sviluppa su un piano che privilegia il moto interiore descritto attraverso i piccoli oggetti, che assumono non di rado pose da natura morta. Tutto ciò del resto ha una sua ragione nella seconda (o prima?) passione di Anna Toscano, ossia la fotografia. Sicché le sue poesie diventano dei piccoli quadri, spesso ritratti di un particolare, disposti su una tela più grande per ricomporre un disegno più ampio che è la sua percezione del tempo reale nel quale lei per prima è chiamata a riconoscersi («sono sola ma non si vede / solo io lo capisco, / da sotto le mie tele / il mio nome scandisco // fa eco un orrore di ragnatele», sono sola ma non si vede, p. 22).
Ed è un procedimento “a levare” quanto è di troppo, superfluo, troppo descrittivo e quindi didascalico, quello che caratterizza la scrittura di all’ora dei pasti; procedimento atto a elevare ( “in levare” perciò) la poesia verso il suo obiettivo che è, a mio avviso, il cogliere sé in ciò che la rappresenta o in ciò su cui si riflette (e la messe di oggetti che costellano le sue poesie non sono forse i correlativi oggettivi dell’io?).
Ma allo stesso tempo è una poesia che si vorrebbe curativa: un accorato scongiurare che gli errori si possano ripetere nel tempo anche dopo averne imparata la lezione o più semplicemente riconoscerne i segni.
all’ora dei pasti è una raccolta che predilige per la maggior parte testi brevi, a volta quasi aforistici («sì certo che di amore / si guarisce / se prima / non si perisce»,  sì certo, p. 30), per giungere quasi in chiusura a disporre i testi più estesi e in un certo senso programmatici (come ho guardato a lungo, p. 41). Ed è sempre verso la fine che si incontra una poesia come pelle parole (p. 37) nella quale si gioca allusivamente con il modo di dire “belle parole” è il suo senso di compassione spicciola che racchiude, come a sottolineare un doppio negativo ossia che sono sempre le stesse belle parole che ti si attaccano sulla pelle quando non le cerchi, quelle che ti arrivano da altri non richieste; le altre “belle parole” sono quelle che uno dice a sé stesso, quelle di cui ci si veste nei silenzi per aprire un varco per evolvere in «un infinito da rimestare». Perciò pelle parole assume in seconda istanza il valore di una dichiarazione di poetica, restando ferma in prima istanza quella di una dichiarazione di volontà di comunicare ‘e silentio’, anticipata da non ditemi sempre, poesia che precede pelle parole, e confermata da abbattetemi che ricorda lo scaffale al quale Ripellino si sentiva predestinato, con più ironia ma non meno drammatica: «abbattetemi, seppellitemi / dove possa sentire il frusciare / delle pagine dei libri / che ho amato e non ancora letto // ardetemi, mettetemi / tra gli scaffali di una libreria / bruciatemi con i miei stivali / e borse e scarpe e occhiali // che sia un’eternità / accessoriata e un po’ patacca» (p. 42).

© Fabio Michieli

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* Questa recensione fu pubblicata la prima volta nel mese di marzo 2008 nel sito alleo.it, all’interno della rubrica SUN (dove, però, ora non è più consultabile). Segna a tutti gli effetti il primo mio intervento sulla poesia di Anna Toscano; a questo sono seguiti altri due contributi pubblicati qui in Poetarum Silva e disponibili ora anche in formato pdf.

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