Luigi Socci – Il rovescio del dolore (appunti su un libro che non c’era)

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Luigi Socci – Il rovescio del dolore (appunti su un libro che non c’era)

Italic pequod, 2013 – euro 10,00

 

Il Libro che non c’era: Quello che voglio fare è dirvi la storia di un libro che non c’era e che ora c’è.  E siccome questo libro ci ha messo parecchio ad esserci non ve la posso raccontare come se fosse una recensione normale, anche se arrivati in fondo, come vedrete, di una recensione si tratterà. Il tempo è relativo. Prendiamo il caso di questo libro e analizziamolo sotto due punti di vista. Secondo il punto di vista del lettore appassionato di poesia, che si informa, che va ai reading, questo libro ci ha messo troppo a uscire. Perché il lettore appassionato di poesia conosce e segue il Socci poeta da molto e si domandava: certo che sarebbe pure arrivato il momento che il buon vecchio Socci raccogliesse tutte le sue belle poesie che ho letto in questi anni sulle riviste, in internet, nell‘ottavo quaderno italiano di poesia contemporanea (marcos y marcos), nella plaquette Freddo da palco (edizioni d’If); oppure che ho ascoltato ai reading, ai festival. Lettore impaziente. Anche per i critici ci ha impiegato troppo a uscire (adesso è uscito, orsù critici). Proviamo a immaginare, invece, il tempo del poeta Luigi Socci. Non sarà stato troppo né troppo poco, sarà stato tempo necessario. Al lettore, di questo tempo necessario al poeta, dovrà interessare il risultato finale (non le motivazioni, né le decantazioni, né i pensieri, né le ritrosie, né le riflessioni, per queste, gli dovrà bastare una piccola nota in fondo al libro) che è, ma tu guarda un po’, il libro. Il rovescio del dolore, il libro che c’è.

L’immaginazione e la poesia: Nel bel mezzo di una chiacchierata con il sottoscritto (la trovate sul sito “interviste credibili #6”), Socci disse: «Più che di originalità (che poi non è un valore di per sé) preferirei parlare, per me, di uso della facoltà immaginativa. Facoltà che mi sembra abbastanza atrofizzata tra tanti miei sodali, dediti ad un nevrotico e autofustigatorio autocontrollo.», chi leggerà questo libro si accorgerà che il poeta quella facoltà immaginativa la possiede e la usa. L’immaginazione nel caso di Socci non è tanto il classico guardare le cose da un’altra prospettiva, ma piuttosto guardarle diversamente dalla stessa. Ora, siccome questa, come sappiamo, non è una recensione normale facciamo un esempio di quanto sopra scritto come se fosse una parte di una storia. Facciamo che il poeta Socci entri in una stanza, che nella stanza ci sia il tappeto e che sotto il tappeto (come è noto) ci sia la polvere. Un poeta mediocre scriverebbe del tappeto, un poeta bravo sarebbe in grado di mostrarti la polvere (e tutte le metafore annesse all’elemento polvere), Socci ti fa vedere il retro del tappeto. Mostrare il retro del tappeto non annulla l’evidenza del tappeto ma te lo restituisce per intero, fronte/retro. Ecco, potremmo dire che Luigi Socci per ogni storia che racconta, ogni sentimento, ogni oggetto che sposta, ci mostri il fronte e il retro. “ma il treno parte da tutte le parti. // Non so dove agitare / il fazzoletto non so / se piangere non so / cosa rimpiangere // e il fazzoletto / che smuovo in giro a caso / non sventola per niente / bene se è stato usato / nel naso.” (pag. 30). Munito di binocolo si dichiara il poeta, in un testo, che è ammissione di colpevolezza poetica. Che sia binocolo o lente d’ingrandimento, l’occhio allarga o restringe il campo, registra e poi mostra, fino a trovare il ridicolo. Il lato ridicolo scovato nel quotidiano, l’ironia usata per raccontarlo,  più che l’aiuto a sopportarne gli aspetti più tragici o dolorosi, rappresentano la maniera di tenere “le cose del mondo alla giusta distanza” come nota Massimo Raffaeli nella nota inclusa nel libro, con il “sé che le immette o le espelle dal suo campo di osservazione.”

Il resto della storia: La storia di queste poesie è lunga più o meno quindici anni, ed è fatta di moltissime letture pubbliche, il talento orale di Socci non è inferiore a quello per la parola scritta. In definitiva questa non recensione sta raccontando di un unico talento, quello per il verso, che il poeta taglia al punto giusto, che ritma, accenta e accentua, a suo uso e a nostro consumo, verso che funziona sia quando è detto che quando è scritto. La non recensione a Il rovescio del dolore ci tiene a ribadire che il dolore ribaltato non è allegria ma sua diversa percezione, che il poeta non recensito è perfettamente a suo agio nella tradizione ma che è pure innovatore, egli stesso definisce il suo rapporto con la tradizione come una “parodia amorosa”. La rispetta e la esorcizza, ne scrive già un’altra. Questa non recensione è venuta un po’ come credevo e un po’ meno, ad esempio ho scordato di dirvi che questo è un libro impaginato molto bene, ha una splendida cover, che poi se il lettore guarda l’oggetto in copertina – La caffettiera per masochisti di Jacques Carleman – fa due più due (o almeno due più uno) prima di tutte queste parole. È un libro che fa sorridere, fa ridere, fa pensare e  non smette di commuovere. Prendete nota.

@Gianni Montieri

3 comments

  1. Intervengo, perché ho letto questo libro proprio a casa di Gianni un mesetto fa, dalla sua densissima libreria. E l’ho apprezzato molto, soprattutto mi ha fatto riflettere su un problema generale che riguarda il destino della poesia attuale: il ruolo dell’ironia. Chi vuole il ritorno del canto, o di una certa ambizione filosofica del linguaggio lirico, vede spesso nell’ironia un limite, un freno, il segno di un arrendersi e ritrarsi. Eppure, e la questione resta aperta, se dosata nel modo giusto l’ironia non si oppone affatto alla serietà della poesia, forse diventa l’arma aggiunta per dire qualcosa che in altri modi non si potrebbe dire (che è ciò a cui ogni discorso in versi deve tendere, se davvero necessario). In Socci secondo me l’ironia porta conoscenza, e non rinuncia.
    Una piccola pecca? Freddo da palco è un titolo più bello di quello che ha dato al libro completo, ma sono dettagli.

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