Roberto Bolaño: la parte della letteratura

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Roberto Bolaño: la parte della letteratura

Nella sua ultima intervista (da l’ultima conversazione edizioni Sur 2012), a una delle domande di Mónica Maristain, Roberto Bolaño, rispose: «L’unico romanzo di cui non mi vergogno è Anversa, forse perché continua a essere incomprensibile […] Il resto della mia ‘opera’, be’, non è male, ci sono romanzi divertenti, il tempo dirà se sono anche qualcosa di più. […] Ma a dire il vero non do molta importanza ai miei libri. Sono molto più interessato ai libri degli altri.» Queste poche parole racchiudono, a mio avviso, molto del pensiero del grande scrittore cileno. La sua maniera di porsi di fronte alla sua opera è la stessa con cui si pone davanti al resto della letteratura; in un certo senso, queste parole, spiegano la sua maniera di stare al mondo. Riconosciamo la sua ironia, il distacco, lo sguardo acuto, la modestia, le sue convinzioni «Leggere è sempre più importante che scrivere», e la consapevolezza. Roberto Bolaño possedeva una determinazione fuori dal comune, era uno scrittore ostinato. Pretendeva da se stesso il massimo e sapeva di poterlo ottenere. Queste peculiarità fuse al suo talento straordinario gli hanno permesso di scrivere pagine memorabili di letteratura: racconti, poesie, romanzi e (almeno) due capolavori: I detective selvaggi e 2666. Solo una cieca dedizione può permettere di scrivere due libri monumentali e bellissimi. Storie che, con ogni probabilità, lo scrittore cileno, aveva sempre avuto in mente di scrivere, forse, inconsciamente, addirittura prima di saperlo. Soprattutto nei racconti di Bolaño, è facile ritrovare situazioni, o personaggi, chiave dei romanzi successivi, come se per testare le sue idee gli occorresse scriverle o, più semplicemente, come se metterle su carta fosse l’unica maniera di cominciare a comprenderle. I due capolavori, amati da lettori sparsi in ogni parte del globo, sono considerati tra i grandi romanzi latino americani (I detective selvaggi è stato paragonato – per importanza – a Il gioco del mondo di Cortazar e a Cent’anni di solitudine di Marquez) ma Bolaño non è soltanto uno scrittore latino americano, è anche europeo, non certo – o comunque non soltanto – per aver vissuto in Spagna tutta la seconda parte della sua troppo breve vita, lo è per la sua visione globale delle cose, per la sua voracità di lettore. Lo è perché poeta. I poeti forse più degli scrittori non hanno nazionalità. Egli stesso si definisce un “senza patria”: «[…] La mia unica patria sono i miei due figli. […] e forse, ma solo in seconda battuta, certi istanti, certe strade, certi volte o scene o libri che porto dentro di me e che un giorno dimenticherò, che poi è la cosa migliore da fare con la patria» (da L’ultima conversazione edizioni Sur 2012). Roberto Bolaño, con i suoi occhialini, il suo sorriso gentile, il suo zainetto, i mille mestieri fatti prima di cominciare a guadagnarsi da vivere vincendo premi letterari, con la sua creatività, non può essere inserito in nessuno schema predefinito eccetto quello dei grandissimi, che sono tali perché diversi da ogni altro. Ma com’è la scrittura di Bolaño? Qual è lo stile di questo genio che sognava di diventare detective della polizia? Forse per rispondere in maniera adeguata si può provare a viaggiare attraverso le cinque parti in cui è diviso 2666. La parte dei critici: la prima parte, è quella che è maggiormente collegata a I detective selvaggi (Sellerio editore 2009), infatti, i quattro protagonisti (la Norton, Pellettier, Espinoza e Morini) ossessionati dal misterioso scrittore Benno Von Arcimboldi, ricordano per certi versi, Lima e Belano che cercano irrazionalmente la loro scrittrice preferita Cesárea Tinajero, ne I detective selvaggi, appunto. I quattro critici (che eccetto Morini, sono preda di  un triangolo amoroso) si muovono, facendo fatica a distinguere tra realtà e letteratura (forse una cosa sola?), sulle tracce di Arcimboldi. Qui la scrittura di Bolaño è molto vicina alla scrittura classica europea. La cura di certi dialoghi tra i quattro amici, certi gesti, ansie, un delicato non detto, oltre al profondo (ma mai presuntuoso) dispiego di cultura personale, fa sentire il sapore dei grandi romanzi europei (soprattutto francesi e tedeschi). Ma è qui che da una semplice frase, ancora una volta, ricaviamo il genio dello scrittore cileno: «I venti minuti iniziali ebbero un tono tragico in cui la parola destino fu usata dieci volte e la parola amicizia ventiquattro. Il nome di Liz Norton venne pronunciato cinquanta volte, nove delle quali invano. La parola Parigi risuonò in sette occasioni. Madrid, in otto. La parola amore fu pronunciata due volte, una ciascuno. La parola orrore venne pronunciata in sei occasioni e la parola felicità in una (la usò Espinoza). La parola decisione risuonò in dodici occasioni. La parola solipsismo in sette. La parola eufemismo in dieci. La parola categoria, al singolare e al plurale, in nove. La parola strutturalismo in una (Pelletier). Il termine letteratura nordamericana in tre. Le parole cena e cenare e colazione e sandwich in diciannove. Le parole occhi e mani e capelli in quattordici» (da 2666 edizioni Adelphi 2007/2009). Ovvero come innamorarsi di una storia dal suo inizio. La parte di Amalfitano: qui Bolaño introduce nel racconto uno dei personaggi più belli e controversi della storia della letteratura, il professor Amalfitano. La sua vita è, forse, un omaggio alla letteratura e alla storia latino americana (quella dei colpi di stato, dei conflitti più dolorosi, degli esili). Il traduttore di Arcimboldi resterà indimenticabile non solo ai lettori ma allo scrittore stesso che ce lo farà ritrovare (negli anni precedenti alle storie di 2666 nel romanzo postumo: I dispiaceri del vero poliziotto). Amalfitano, colto e romantico, perduto, controverso e meraviglioso. La parte di Fate: è il mirabolante racconto delle derive, miserie e disgrazie, della vita intorno alla frontiera Messico – Nordamericana. Entra nel romanzo Oscar Fate, giornalista, altra figura chiave del romanzo, che è inviato a Santa Teresa, in qualità di cronista sportivo, per seguire un incontro di Boxe e, invece, (ironia della sorte e dello scrittore) si troverà invischiato nella sanguinosa serie dei delitti che avvengono nella città messicana. Qui la cronaca vera (da cui prende spunto Bolaño) diventa invenzione letteraria pura, fusa, mischiata, strappata in mille pezzi e ricomposta come solo un grande scrittore sa fare. La parte dei delitti: questa è, con ogni probabilità, la parte più difficile da masticare e digerire del libro. Il poliziotto (o chirurgo) Roberto, ossessivamente elenca le ragazze uccise dal (o dai) serial killer di Santa Teresa, descrive in maniera agghiacciante i particolari, mette il lettore davanti ai cadaveri. Non è morbosità ma necessità perché non potrebbe fare diversamente, perché raccontandoci i cadaveri ci mostra le storie di povertà, di miseria, di condizioni di lavoro terribili, di abbandono, in cui queste ragazze vivono. E muoiono. A differenza di altri scrittori latino americani, Bolaño non avrebbe mai speso venti pagine sulla descrizione di un albero, ma cinque a descrivere un cadavere sì, se in quel corpo c’è anche la storia di una vita. La parte di Arcimboldi: qui troviamo la serie dei capitoli che ricongiunge le altre parti del libro tra esse, chiude il cerchio con l’inizio della storia e, in un certo senso, con l’intera opera di Bolaño, con la sua vita stessa. In tutte e cinque parti del romanzo (così come in tutta la produzione) non mancheranno mai: l’ironia tagliente, l’invenzione letteraria, il piacere e il talento di saper fondere quest’ultima con la cronaca, la storia bellissima e terribile dell’America Latina, la capacità di far innamorare il lettore dei personaggi, di detestarne altri, di descrivere minuziosamente le scene e di lasciarne immaginare altre della stessa importanza, di farti viaggiare da Torino a Parigi, da Parigi a Madrid, da Madrid a Santa Teresa, nell’arco di un solo paragrafo. Forse è questa la letteratura di Bolaño, un grande viaggio tra la vita e la morte, un’infinita Commedia umana, dove la morte reale non è scissa da quella inventata, dove la morte del presente è collegata alla morte del passato, dove la vita e la morte si fondono e confondono come l’andata e il ritorno. In un’intervista (su youtube), il premio Nobel Mario Vargas Llosa, parlando di Bolaño dice (tra le altre cose) che la grande popolarità, l’immensa influenza della sua scrittura, probabilmente, siano dovute (oltre che alla bravura) al fatto che lo scrittore cileno sia stato mitizzato. Credo, piuttosto, che il grande talento e la bellezza dei libri di Bolaño insieme alla purezza del suo pensiero l’abbiano reso un mito, non il contrario. Lo scrittore cileno ci ha lasciato pagine di inestimabile valore letterario nel periodo storico in cui, in maggior misura, si è avvertita l’assenza dei “grandi romanzi” ed è per questo e per mille altri motivi dovremmo ringraziarlo. Chiudo con la risposta che diede Bolaño alla Maristain, circa il peso che aveva avuto nella sua vita il fatto di essere nato dislessico. «No. Mi ha creato problemi quando giocavo a calcio, sono mancino. Problemi quando mi masturbavo, sono mancino. Problemi quando scrivevo, sono destro. Come vedi, nessun problema importante» (da L’ultima conversazione edizioni Sur 2012).

Gianni Montieri

Articolo letto e commentato da gianni montieri 

Nota: articolo già pubblicato sul numero 13 della rivista QuiLibri

11 comments

  1. L’articolo è godibile come un buon racconto. Mai letto Bolano, ma, anche grazie a te, provvederò. Un Montieri prima della piscina è doping …

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  2. Molto bello l’articolo. Bolano crescerà ancora perché scrive dal futuro.
    E più ci avvicineremo a questo futuro, più sarà naturale riconoscerne la grandezza.
    Andrea

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  3. L’ha ribloggato su gianni montierie ha commentato:

    quest’articolo è del 2012, oggi sarebbe stato il sessantunesimo compleanno di Roberto Bolaño, per chi non l’avesse letto allora

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