Heinrich Böll. La poesia come bastione di libertà

Böll

Heinrich Böll. La poesia come bastione di libertà

Intorno a La mia musa, a cura di Italo Alighiero Chiusano, Einaudi 1974

La breve raccolta di Heinrich Böll dal titolo asciutto Gedichte – uno «smilzo volumetto» dal contenuto tenace ed espressivo – venne pubblicata nel ’72, ma in Italia due anni dopo per Einaudi col titolo La mia musa, e la curatela di Italo Alighiero Chiusano (“germanista senza cattedra”), «quando il Nobel era già nell’aria». La particolarità della raccolta, che non ha conosciuto ristampe in Italia, dimostra un fatto peculiare, ovverosia dei narratori consegnati all’eterno ricordo per i loro romanzi si ignora la loro felice e anonima incursione nel territorio della poesia. Per quanto la scrittura in versi possa sembrare un’attitudine alla quale i romanzieri siano poco inclini, in verità la storia letteraria restituisce non pochi esempi, fra cui Hemingway, Elsa Morante, Paul Auster.

La raccolta pubblicata all’epoca in cui Böll era in odore di consacrazione letteraria non deve tuttavia trarre in inganno: la poesia era attività da lui praticata sin da giovane. Forse non approfondita con senso ideologico, ma praticata come mezzo di libera comunicazione. Lo testimonia un articolo di Lev Kopelev – tradotto in versione tedesca da Nora Pfeffer e apparso sul settimanale Die Zeit il 16 luglio 1971 – autore e dissidente russo nonché amico del narratore tedesco. L’articolo rivela un Böll giovane poeta il quale pubblicò versi persino sotto pseudonimo:

«Einst wurde Böll gefragt, ob er Gedichte schreibe. Er antwortete: „Ich habe Gedichte geschrieben … Ich habe einige publiziert, sogar in vergangenen Jahren, unter Pseudonym: … Ich habe früher als junger Mensch sehr viele Gedichte geschrieben und werde auch weiter welche schreiben … Viele habe ich auch vernichtet […]»

(Una volta fu chiesto a Böll se scrivesse poesie. Rispose: “Ho scritto poesie, ne ho pubblicato alcune, anche in anni remoti, sotto pseudonimo: […]. Ho scritto moltissime poesie da giovane e continuerò a scriverne. Molte ne ho pure distrutte)

Per aggiungere un ulteriore dato, di Böll fu pubblicata postuma (1986) una seconda collezione di versi dal titolo Wir kommen weit her, con un epilogo dello stesso Kopelev.

La vocazione poetica collaterale dell’autore – noto per il suo capolavoro E non disse nemmeno una parola e celebrato come uno dei maggiori esponenti della “Letteratura delle macerie” (Trümmerliteratur) che, attraversata l’esperienza drammatica della guerra, intende ridare vitalità alla cultura tedesca partendo dalle rovine materiali e spirituali prodotte dai conflitti – riflette una contingenza, poiché si cala nella realtà del suo tempo e ne denuncia con fermezza e rabbia i mali e i traumi che l’hanno attraversato. Si configura quindi poetica che conserva la verità della storia, non il tratto ufficiale tipico della storiografia. A tal proposito Robert C. Conard nel suo saggio ‘Understanding Böll’ fornirà la dimensione idonea per avvicinarsi all’autore:

«“My biography politicized me, forcibly, sometimes almost against my will”. When Böll wrote these words, he was thinking in part that he was born  in the empire of Wilhelm II, grew up in the Weimar Republic, spent his teens under fascism, his early adulthood in World War II, lived after the war under Allied occupation, and experienced before the age of thirty-two the founding of the Federal Republic. The key to understanding Böll lies in his history.»

(University of South Carolina, 1992)

(“La mia biografia mi politicizzò, con la forza, a volte quasi contro la mia volontà”. Quando Böll scrisse queste parole, rifletteva in parte che era nato sotto l’Impero di Guglielmo II, crebbe nella Repubblica di Weimar, trascorse la sua adolescenza sotto il fascismo, la sua prima maturità nella Seconda Guerra Mondiale, sopravvisse alla guerra sotto l’occupazione dell’Alleanza, e prima dei suoi 32 anni subì la fondazione della Repubblica Federale. La chiave per comprendere Böll risiede nel conoscere la sua storia).

La mia musa rispecchia questa biografia modulata su un registro quotidiano affine al prosaico e rimanda alle tematiche presenti nei suoi romanzi. I temi si rincorrono quindi dai romanzi alle poesie, così come i sonetti di Shakespeare rimandano alle sue opere teatrali. Troviamo una volontà radicale, capace di tradurre la sua indipendenza verso schemi letterari precostituiti, rivendicando così una libertà del dire. È insomma una poesia di denuncia, non si dirige verso «escapistiche contemplazioni di un Bello assoluto che per lui non esiste» (Chiusano, p. VII), ma punta alla verità attraverso un’ironia che dipana una riflessione sofferta e un sarcasmo carico di invettiva. Sdegnato da un potere politico che dissemina morte, incrementa la povertà e stringe legame con la Chiesa, Böll si dichiara contro e accusa proprio questi poteri che quotidianamente depredano il prossimo. La musa di Böll è attenta, guarda al cuore delle cose, «da’ l’allarme» se qualcuno tenta di calpestare i diritti fondamentali dell’uomo. Poesia quindi non come metodico esercizio di un “accapo”, ma come autentico momento in cui la parola dell’essere umano trova compimento.

La realtà della poesia risiede pertanto in quel margine di incalcolabilità che sfugge a un sistema, e ambisce ad una fusione di espressione e verità, elementi inseparabili nella poesia stessa. Per Böll la creazione letteraria è quel «margine di incalcolabilità» in cui ritroviamo – per riprendere il suo discorso tenuto durante il Premio Nobel – le ragioni della poesia.

Davide Zizza

****

Meine Muse

Meine Muse steht an der Ecke
billig gibt sie jedermann
was ich nicht will
wenn sie fröhlich ist
schenkt sie mir was ich möchte
selten hab ich sie fröhlich gesehen.

Meine Muse ist eine Nonne
im dunklen Haus
hinter doppeltem Gitter
legt sie bei ihrem Geliebten
ein Wort für mich ein.

Meine Muse arbeitet in der Fabrik
wenn sie Feierabend hat
will sie mit mir tanzen gehen
Feierabend
ist für mich keine Zeit

Meine Muse ist alt
sie klopft mir auf die Finger
kreischt mit ledernem Mund
umsonst Narr
Narr umsonst

Meine Muse ist eine Hausfrau
nicht Leinen
Worte hat sie im Schrank
Selten öffnet sie die Türen
und gibt mir eins aus.

Meine Muse hat Aussatz
wie ich
wir küssen einander den Schnee
von den Lippen
erklären einander für rein

Meine Muse ist eine Deutsche
sie gibt keinen Schutz
nur wenn ich in Drachenblut bade
legt sie die Hand mir aufs Herz
so bleib ich verwundbar.

La mia musa

La mia musa sta sull’angolo della via
dà a ciascuno quasi per niente
ciò che io non voglio
quando è allegra
mi regala ciò che vorrei
rare volte l’ho vista allegra.

La mia musa è una suora
nella casa oscura
dietro doppie inferriate
mette presso il suo Diletto
una buona parola per me.

La mia musa lavora in fabbrica
quando ha finito di lavorare
vuol andare a ballare con me
ma io
non finisco mai di lavorare.

La mia musa è una vecchia
mi picchia sulle dita
strilla con bocca coriacea
è inutile matto
matto è inutile

La mia musa è una donna di casa
non biancheria
nell’armadio ha parole
Raramente ne apre le ante
e me ne porge una.

La mia musa ha la lebbra
come me
ci baciamo via la neve
dalle labbra
ci dichiariamo mondi

La mia musa è tedesca
non mi dà alcuna protezione
solo se mi bagno nel sangue del drago
mi posa la mano sul cuore
così resto invulnerabile

****

Gib Alarm!

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::Für Ulrich Sonnemann

Gib Alarm
Sammle Deine Freunde
nicht
wenn die Hyänen heulen
nicht
wenn der Schakal Dich umkreist
oder
die Haushunde kläffen
nicht
wenn der Ochs unterm Joch
einen Fehltritt tut
oder der Muli am Göspel stolpert
Gib Alarm
Sammle Deine Freunde
wenn die Karnickel die Zähne blacken
und ihre Blutdusrt Sturzflug üben
uns zustoßen
Gib Alarm.

Da’ l’allarme!

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::a Ulrich Sonnemann

Da’ l’allarme
raduna i tuoi amici
non
quando urlano le iene
non
quando ti gira intorno lo sciacallo
o quando
abbaiano i cani da guardia
non
quando il bue aggiogato
fa un passo falso
o il mulo inciampa all’argano
da’ l’allarme
raduna i tuoi amici
quando i conigli mostrano i denti
rivelando la loro ferocia
quando i passeri scendono all’attacco
in picchiata
Da’ l’allarme.

(traduzioni tratte dalla curatela di Italo Alighiero Chiusano) 

È possibile leggere a questo collegamento un interessante contributo su Heinrich Böll nella rubrica “Gli anni meravigliosi” a cura di Anna Maria Curci

9 comments

  1. Leggere l’omaggio – importante e sostanzioso – di Davide Zizza alla poesia di Heinrich Böll, scorrerne i versi proposti nell’originale e in traduzione, ha immediatamente richiamato alla mente le parole dello scrittore tedesco nel suo Versuch über die Vernunft der Poesie (qui nella mia traduzione). Sulla ragione della poesia Böll formulava quaranta anni fa concetti che mi appaiono ancora oggi degni di essere presi in considerazione:
    “Chiaro è che essa – questa ragione – è sempre riuscita a diffondere anche il dubbio sulla sua stessa pretesa totalizzante insieme all’esperienza e al ricordo di ciò che ho chiamato la ragione della poesia, che non ritengo sia un’istanza privilegiata, un’istanza borghese. Essa può essere comunicata e proprio perché, nel suo aspetto letterale e nel suo incarnarsi, può avere talvolta un effetto sconcertante, può impedire o annullare il senso di estraneità o l’alienazione. Essere sconcertati ha certo anche il significato di essere stupiti o anche soltanto colpiti.” (Heinrich Böll, da: Versuch über die Vernunft der Poesie, The Nobel Foundation 1972).
    Un saluto riconoscente a Davide Zizza, anche per aver richiamato il contributo di Italo Alighiero Chiusano alla conoscenza della letteratura di lingua tedesca.

    "Mi piace"

  2. Sto rileggendo Jabès, lo faccio periodicamente, perché le sue interrogazioni,sono anche i miei dubbi, avanzando il tempo e non avanzando molti anni. Il labirinto della parola e il lavoro della poesia di realizzare l’inatteso, l’ “erranza” rischiosa nel pensiero che, in una zona precisa della conoscenza è poesia, poichè “il pensiero è lampo” che apre con forza il vuoto e “il minimo chiarore è sospetto di universo”sono l’inizio di un lavoro continuo su quanto è scrivere, scrivendo, e così facendo affrontare un volto sconosciuto, perché la parola sovverte ogni cosa del suo senso originario, proprio come mi pare faccia Böll con la sua musa.
    Grazie.f.f.

    "Mi piace"

  3. Anch’io vivo il mio ritorno periodico a Jabès; veramente credo sia uno dei quei rari poeti che abbia saputo dare un respiro infinito alla poesia, infinito perché ripete, rielaborando, i motivi di una scrittura sofferta e riflessiva. E’ vero, la parola è sovversiva, rimette in gioco le sue possibilità interpretative. Böll, come Jabès, intende sovvertire il “precostituito”, dare un senso a quel margine (che è la poesia) dove ritrovare la libertà.
    Grazie, Fernirosso

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.