Gli anni meravigliosi #6: Günter Kunert

Kunert_Unterwegs_altLa rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».

 

Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

La sesta tappa si sofferma su un autore che negli anni Settanta divenne noto al pubblico italiano anche attraverso la traduzione del suo volume di poesie Unterwegs nach Utopia del 1977. Il volume fu tradotto da Giorgio Cusatelli con il titolo In Viaggio verso Utopia. Da quel volume è tratta la poesia Irgendetwas, qui nella traduzione di Giorgio Cusatelli:

Irgendetwas

Qualcosa comunque finisce
qualcosa c’è comunque che non sta
più qui, qualcosa si sbriciola
come sapone vecchio come chiese lasciate
qualcosa crepa in continuità qualcosa
guizza ma non può spegnersi
qualcosa lascia un segno che svanisce
sullo schermo qualcosa si sviluppa
senza un piano e gocciola
dai tubi e corre giù dai muri
qualcosa scricchiola dietro la tappezzeria

Qualcosa si dissangua qualcosa si abbandona:
un po’ repressa e un po’ sfruttata
al tempo stesso qualcosa si gira
un po’ assonnata, e sembra un po’ malata
qualcosa si affloscia qualcosa è come
una bandiera senza vento oppure
una pelle cavata qualcosa geme
qualcosa si sputa in faccia
qualcosa punta su di sé la canna
e preme qualcosa tira il fiato e poi muore
qualcosa non ha più motivo d’ottimismo

Qualcosa è travasata
in bottiglie con nuova alchimia
oh scienza degna che si adori
qualcosa surroga qualcosa
viene dalla fabbrica
non si riconosce più
è raccomandata da tutti
porta i vecchi nomi ma
non c’è più niente dietro

Non è niente
è semplicemente cessata
inosservata e per sempre
in un’ora qualunque adesso
oppure sin dall’inizio.

Günter Kunert

(traduzione di Giorgio Cusatelli)

Irgendetwas

Irgendetwas hört auf
Irgendetwas ist da was nicht mehr
hier ist Etwas zerbröckelt in der Art
alter Seife und verlassener Kirchen
Etwas krepiert kontinuierlich Etwas
flackert und kann nicht erlöschen
Etwas hinterlässt eine schwindende Spur
auf dem Bildschirm Etwas verläuft
planlos und trieft
vom Gestänge und läuft die Mauern herab
Etwas knistert hinter der Tapete

Etwas blutet aus Etwas bricht zusammen:
etwas unterdrückt und etwas ausgebeutet
Gleichzeitig wälzt sich etwas
schläfrig herum Und etwas sieht krank aus
Etwas schlafft ab Etwas wirkt
wie eine windlose Fahne oder ist
eine abgezogene Haut Etwas stöhnt auf
Etwas spuckt sich selbst ins Gesicht
Etwas richtet den Lauf gegen sich und
drückt ab Etwas holt Luft und stirbt
daran Etwas hat keinen Grund zum Optimismus mehr

Etwas ist abgezogen
auf Flaschen mittels der neuen Alchimie
Oh anbetungswurdige Wissenschaft
Etwas ersetzt uns etwas
Es kommt aus der Fabrik
Es ist nicht wiederzuerkennen
Es wird von allen empfohlen
Es trägt die alten Namen aber es ist
nichts mehr dahinter

Es ist nichts
Es hat einfach aufgehört
unbeobachtet und für immer
irgendwann jetzt oder
von Anfang an.

Günter Kunert

(da: Günter  Kunert, Unterwegs nach Utopia, Hanser 1977; il testo della poesia Irgendetwas è anche nell’antologia curata da Christoph Buchwald e Klaus Wagenbach, Deutsche Literatur der 70er Jahre, Wagenbach 1984, pp. 134-135)

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Günter Kunert nasce a Berlino il 6 marzo 1929. Del 1950 è la sua prima raccolta poetica, Wegschilder und Mauerinschriften (Insegne stradali e iscrizioni sui muri), che presenta testi epigrammatici in stile brechtiano. La fortuna di Kunert in Occidente inizia nel 1963 con la pubblicazione nella Germania Ovest della sua raccolta Erinnerung an einen Planeten (Ricordo di un pianeta). La critica crescente all’apparato politico-statale della DDR rende progressivamente più difficile a Kunert pubblicare a Est. Anche per Kunert, come per molti altri autori della DDR, il 1976 e la firma della petizione contro l’espulsione di Wolf  Biermann dalla Repubblica Democratica Tedesca segnano una svolta definitiva. Kunert lascerà la DDR nel 1979. La raccolta Unterwegs nach Utopia, pubblicata nel 1977 dalla casa editrice Hanser, è particolarmente significativa per stile e contenuti della scrittura, laconica e visionaria insieme, di Kunert.

5 comments

    1. Un carattere comune, questo, a gran parte della produzione poetica in lingua tedesca degli Anni Settanta: l’apparente semplicità del dire schiude, o meglio, anima un universo pensante. Grazie, Davide

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  1. Luce vera che illumina i retroscena crudi delle “magnifiche sorti e progressive” decantate dall’apparato, luce che rischiara sia l’intera raccolta “Unterwegs nach Utopia”, sia una interessante discussione che nel 1979 Kunert condusse, ribattendo le tesi di Wilhelm Girnus e confrontandosi con questi, su “Sinn und Form”. A partire da considerazioni sul poeta greco Jannis Ritsos, Kunert fa luce, smontandone l’illusione di linearità e di necessità, sull’idea di progresso. Non si limita a spiegare l’infondatezza della tesi secondo la quale “la scienza e la tecnica in mano a forze progressiste non hanno affatto mostrato le conseguenze negative del capitalismo”, ma chiede espressamente al suo interlocutore nel dibattito se, a fronte dello stato spaventoso del mondo abbia davvero avuto senso “il dispendio del cosiddetto progresso”. Le vostre letture e i vostri commenti, dei quali vi ringrazio, sono un pungolo a proseguire l’indagine su una letteratura che, con “autenticità soggettiva” (Christa Wolf) entra nelle pieghe della storia. .

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