Anna Toscano: un percorso poetico in controluce.

Si va cauti quando ci si imbatte nei versi di Anna Toscano. La cautela  è necessaria perché si avvertono subito sia la potenza sia la delicatezza di un dettato che non lascia spazio all’artificio retorico, preferendogli la schiettezza, la sincerità, consci dell’alto prezzo da pagare.
In poesia, come nella vita, non si concedono sconti quando si vuole affrontare la quotidianità a fronte alta. E tanto è più nera l’ombra al suolo, quanto più è esposto alla luce il corpo che la genera.
Anna Toscano ha finora pubblicato per i tipi di LietoColle due raccolte: Controsole (2006) e all’ora dei pasti (2007); mentre altre cinque poesie, che probabilmente delineano un futuro libro, sono state pubblicate nell’interessante progetto antologico Orchestra. Poeti all’opera (numero tre), diretto da Guido Oldani (LietoColle, 2010). Recentissima è la pubblicazione di due poesie in una plaquette fuori commercio edita da LietoColle intitolata Only distance.
Altri testi e altre collaborazioni sono disseminate in altre sedi, come pure le sue curatele che spaziano tanto nella narrativa quanto nella poesia, senza dimenticare un grande amore di Anna Toscano: la fotogafia.

tasselli diseguali
nell’ordine delle figure
cassetti che non si chiudono
nel comò della fortuna.

Basterebbe analizzare con attenzione questa breve poesia tratta da all’ora dei pasti (p. 16) per tracciare le linee della poetica che regge la poesia di Anna Toscano. Come dicevo all’inizio, si tratta del raggiungimento di un equilibrio tra dolore vissuto anche nel disincanto (chiunque sappia osservare con attenzione la vita, propria o altrui che sia, sa bene che le illusioni spesso necessarie cozzano presto contro il muro della realtà) e il bisogno comunque di descrivere ogni sua manifestazione per ancorarsi alla vita.
Riferimenti, o tributi, a nomi consolidati della tradizione poetica italiana e no possono essere visibili; eppure non partecipano mai a costruire un edificio retorico. Sono semmai la cornice di un discorso che sviluppa una cifra personale atta a privilegiare il moto interiore descritto attraverso piccoli oggetti, o impercettibili movimenti (soprattutto nella seconda raccolta, all’ora dei pasti: «sono sola ma non si vede/ solo io lo capisco,/ da sotto le mie tele/ il mio nome scandisco// fa eco un orrore di ragnatele», sono sola ma non si vede, p. 22).
Sicché sorprende di più che la lezione di Penna sia non tanto quella più nota della poesia, quanto quella a volte lasciata a margine del prosatore, come possiamo puntualmente verificare nella terza e ultima prosa di Controsole (nonostante Sandro Penna sia esplicitamente nominato nella seconda). Anna Toscano sa giocare con la tradizione e sa celarla. Ha sedimentato in sé le molte letture e disegnato con esse una personale costellazione di riferimento che non ci è dato riconoscere per intero. Possiamo al massimo avanzare qualche ipotesi: la primissima e meno banale Patrizia Valduga; il già citato Penna accostato ad Attilio Bertolucci (il catalogo di oggetti elencati da Anna spesso mi ha portato a far discendere da lui e non da altri la policromia e i tagli di luce). Però la stella polare di questa costellazione è Patrizia Cavalli.
Il modo di comporre di Anna Toscano, come ebbi già occasione di scrivere tempo fa, ha la sua forza in un procedimento “a levare” di segno opposto a quello ungarettiano: Anna Toscano leva quanto è superfluo (ma non è campiana), quant’è troppo descrittivo e quindi didascalico, per elevare (in levare, perciò) la poesia verso il suo obiettivo, che è a mio avviso il cogliere sé in ciò che la rappresenta o in ciò su cui finisce per riflettersi in una lunga serie di correlativi oggettivi (e qui so di ribadire quanto affermato in un’altra sede tempo fa). Si badi però che lei non è campiana, mai. Nessun sacrificio in nome di un’ideale purezza della parola contro la tristezza di certa poesia trita. Anna evita tutto ciò prima ancora che come poeta, come lettrice.

© Fabio Michieli

* * *

da Controsole

Lasciami

Lasciami le dita nella sabbia
voglio la pelle contro la faccia
dammi il continuo scherzo
di avere tra le mani il vento

.

Avendo

Avendo girovagato
inutilmente attorno
all’elica della girandola
cercando il giro di boa
che mi girasse la vita
solo il mio incauto cuore
in questa giostra
si sentiva vivo

.

Sono prosciugata

Sono prosciugata
fuori e dentro me
angoscia
che stringe lo stomaco
e fatica lo spirito
e di giorno
tra la gente
fingere normalità

.

da all’ora dei pasti

sono sola ma non si vede

sono sola ma non si vede
solo io mi capisco,
da sotto le mie tele
il mio nome scandisco

fa eco un orrore di ragnatele

.

tavolo di marmo chiaro

tavolo di marmo chiaro
deboli zampe di legno
briciole sparse sul piano
un patto color aragosta
posate spaiate
Iberia, altre Varig o Sabena
tovagliolo grande di carta blu
gocciolio in lontananza
nel lavandino rigato di tè

il frigo è deserto
lo stomaco è vuoto
il fono non funzionerebbe
le mie mani sulle ginocchia

è all’ora dei pasti
che sento il tuo non esserci
la tua assenza mi nutre
sono sazia come non mai

la dieta ringrazia
io felice con lei
ché non mi calza
la tragedia

.

non so fare poesia civile

non so fare poesia civile
non so scrivere poesie lunghe
non conosco nemmeno la strada
per tornare in albergo
non conosco il cambio della moneta
non riesco a uscire dai luoghi comuni
ma la questione è:
vai o resti con me

.

da Orchestra. Poeti all’opera (numero tre)

La punteggiatura

Ho cercato nella punteggiatura
la virgola di sfogo,
per avanzare un pensiero
senza chiudere il precedente.

Ho guardato imbarazzata
i due punti e le loro posizioni:
mai decisivi e mai inutili
nel togliere e nel dare.

Ho sostato a lungo
dopo il punto e virgola;
sentendomi in continuità
con passato e futuro.

Mi sono crogiolata molto
tra parentesi (mie o di altri)
senza scansione del tempo
che non fosse interna.

Non avevo capito che è il punto
– come dicono anche i manuali di scrittura –
che rende possibile il respiro.

.

Ultime cose

L’ultima immagine che avrò di te
sarà il tuo corpo consunto dal tempo
la tua mano ossuta nella mia
la penombra e l’odore di chiuso della tua stanza.

Le ultime parole che avrò da te
saranno vai che è tardi e perdi il treno
il tuo volto affondato nel cuscino
il respro affannato di chi non trova il sonno.

Le ultime parole che dirò a te
saranno no nonna dormo qui stanotte
ma tu no non salire su quel treno
senza avermi raccontato ancora di quella volta che.

.

da Only distance

La storia dei miei passi

La storia dei miei passi
si snoda tra pietre strade selciati
sabbie stanza e pareti.

La storia dei miei passi
si disfa tra nebbie calli e canali
sole e sonni epocali.

La storia dei miei passi
ti porta a Montparnasse in rue de la Gaité
dove cercavo un esattore

per avere indietro tutte quelle ore
scordate su scaffali e tavoli e armadietti,
camminate in cambio di vecchi rossetti.

20 comments

  1. Molto centrato il tuo articolo, Fabio. Conosci perfettamente la poetica di Anna e si vede. Tra l’altro nella scelta dei testi che hai fatto ce ne sono alcuni che amo particolarmente come: Tavolo di marmo chiaro, La punteggiatura, Ultime cose, Sono sola ma non si vede.

    Bel post, grazie

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  2. come diceva la Sontag a proposito di fotografia: “l’inquadratura è esclusione”. Così nella poesia di Anna, che inquadra la realtà e sa scegliere le parole per dare i nomi alle cose. La ringrazio molto per questa sua infaticabile ricerca.

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  3. Sono strade che prediligo, quelle scelte dalla poesia di Anna Toscano. L’arte della sottrazione, piuttosto rara, mi sembra, altrove, sa trasformarsi in chiarezza e densità. Grata
    alla guida esperta di questo percorso di lettura, Fabio Michieli, invio il mio saluto.

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  4. Mi piace la scrittura di Anna, la sua capacità di fare a pezzi, con la parola, situazioni e stati d’animo. La sua poesia è una lente d’ingrandimento che mostra impietosa i particolari, quelli che vorremmo – forse – tenere nascosti in qualche angolo di noi stessi. Brava!
    Grazie a Fabio per il post e per la lettura.
    Stefania

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  5. grazie a Fabio, grazie dei commenti.
    Sono molto d’accordo con quello che dice Maddalena, infatti condivido quasi tutto di ciò che la Sontag ha scritto sull’inquadratura. Tanto che penso che l’inquadratura si una parola pertinente anche alla poesia e alla vita di chi fa poesia in un certo modo.
    Sì Stefania, è una lente di ingrandimento ma a volte basta un 50millimentri, un occhio normale, e il tempo lungo per guardare e pensare.
    Un saluto caro, Anna

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  6. la poesia di Anna, come tutta la poesia autentica, tocca per ognuno corde che riverberano ripetutamente dentro.
    a questo piccolo contributo dovrei forse aggiungere una postilla inserendo “Incrocio”, poesia presente nel nuovo “Segreto delle fragole”.
    è un ulteriore passo in avanti.
    grazie a tutti per avere letto questo piccolo contributo.

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  7. Ho conosciuto Anna tempo fa, ma da diversi anni non avevo la possibilità di leggere qualcosa di nuovo. Le poesie che vedo qui sono un notevole, notevolissimo passo avanti (per una poetessa che già prima apprezzavo).
    Grazie.
    Francesco

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  8. Apprezzo sempre questa poesia verticale e ricca di sequenze colte nei sottofondi, piaciute tutte, in particolare “La punteggiatura, Non so fare poesia civile, Lasciami” quest’ultima nell’apparente sua semplicità compie una moltitudine di gesti.
    Tiziana

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  9. Fabio, non potevi fare diasmina migliore, anche in considerazione del fatto che parlare di un poeta che si conosce veramente e nella vita, e che ci coinvolge affettivamente, è quanto di più difficile ci si possa riproporre di fare. Tu lo fai bene, mantendendo il rispettoso distacco che esalta i testi e il percorso di questa poetica viva, vera, scarna a volte, ma sempre pregnante.
    Sono senza connessione da lunedì e pare che per ancora qualche giorno avrò problemi di linea. Ho segnato nei tre libri di Anna diversi testi per me significativi, che volevo aggiungere alla tua nota di lettura, qui nei commenti.
    Farlo adesso con un chiavetta a tempo e connessione ballerina, sarebbe un delirio, quindi mi rprometto di tornare a lasciare i versi di Anna che hanno abitato le mie stanze.

    un abbraccio
    nc

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  10. Natàlia, hai ragione: scrivere di un poeta che si conosce non è semplice. si ha sempre paura di dire ciò che è ovvio per gli altri e tralasciare ciò che andrebbe detto ma che ai propri occhi pare ovvio.
    attendo (e credo pure Anna) di leggere le poesie che hanno abitato le tue stanze.

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  11. Avevo scelto tra quelle da te riportate “Ultime cose” e “La punteggiatura” dall’Antologia LietoColle Orchestra – poeti all’opera (un gran bel lavoro sul quale faccio solo un appunto per quanto riguarda la chiusura dell’introduzione di Oldani – non me ne voglia! – che recita anche in quarta di copertina: <“Se penso alle antologie circolanti, qui siamo in una striscia di Gaza, come un altrove, in una situazione di pace che non è mai garantita un attimo di più”; ecco quella Striscia di Gaza” nella quale collocare i poeti antologizzati, accostata alla situazione poetica attuale in Italia, più che una provocazione – come naturalmente comprendo dagli intenti dell’autore – mi appare paradossalmente fuori luogo, fors’anche per una mia incapacità personale nel distogliere l’empatia per quella terra travagliata e senza un attimo di pace, sì da traslarla a mero termine di paragone di ben altra situazione pur sempre “commerciale”, del resto i poeti sono “all’obra” in tutte le sue accezioni, meno che in vera “guerra”.), dagli altri due libri, All’ora dei pasti, Lietocolle 2007 e Controsole, sempre Lietocolle 2005, ho invece marcato dei versi che qui fortunatamente non trovo – dove il fortunatamente indica la possibilità di offrire della poetica di Anna una più ampia lettura.

    <Inizio da Controsole, la prima raccolta. Quello che mi colpisce in questi testi e che non reputo casuale, ma meditato come una preghiera che si ripiega sulla carta, è l’uso di un imperativo – “lasciami”, “non cercarmi”, “non dirmi”, “guardami pure”, … – nel rivolgersi ad un tu – vero, reale o ipotetico che sia, ma pur sempre lirico – silenziosamente presente nel tessuto di un dialogo incessante che ne confonde i tratti ad ogni voltare di pagina, sì da ottenerne la completa sparizione nell’imperativo che perde la sua funzione di richiesta e comando, assumendo altresì sintassi del logorio interiore descritto con la precisione logica del “dopo”, di quel dato tempo in cui l’amarezza subentra alla delusione e la logica alla passione. Un dato tempo tipicamente femminile, un riconoscibile stato di decantazione in cui l’osservazione si fa immagine netta di un aspetto, una luce o un’ombra che caratterizzano un fatto secondo la messa a fuoco dell’obbiettivo che ne carpisce l’istante; non a caso “controsole”, dacché non a caso la Toscano opera con tecnica fotografica, ovvero con quella particolare arte che permette di fissare fotogramma dopo fotogramma diversi aspetti di uno stesso oggetto, luogo, situazione o movimento, rubandone la staticità, il pregio o il difetto, chirurgicamente separandolo dal suo continuum, esercitando così su di esso un potere logico e di rifrazione che definisca una nuova visione per se stessa e per chiunque ne osservi l’immagine attraverso l’angolatura della sua messa a fuoco.

    Quando il sole

    Quando il sole
    Era luce
    Chiamavo le cose
    Con il loro nome.
    Ora che la pioggia
    non ha acqua
    le cose
    non hanno più nome
    sono solo cose.

    *

    Non cercarmi

    Non cercarmi
    con gli occhi
    quando mi fingo
    disattenta
    potrei trasalire
    scoprendo di averli
    per un attimo
    dimenticati

    *

    Figlia modello

    Figlia modello
    per le madri
    non modello di figlia
    per mia madre
    purtroppo

    *

    Non dirmi

    Non dirmi
    dove mi schianto
    aria leggera contro il cielo
    dimmi
    cosa mi esplode
    pietra infuocata nel cuore

    *

    Non ti arrovellare

    Non ti arrovellare.
    Il tempo è
    scaduto da tempo.

    *

    Controsole si chiude con tre belle prose, tra le tre mi è molto piaciuta “Ancora sempre qui”, ne riporto qualche passo:


    […]
    Dove va la mia bava di lumaca, la mia ferrata, verso lidi assolati e uomini ancora mai baciati, notti d’agosto tra costellazioni di fanciulli, furtivi lungo il lido: io senza astronomia ti trovo senza errori, stella mia che vita sarebbe senza Sandro Penna, una vita senza ardore per la mia venere con l’antenna: capto uomini belli a distanza per farli poi spogliare nella mia stanza, che noia esser nata co’ sta venere in scorpione e sto andazzo da marpione. […]

    ***

    “All’ora dei pasti” giunge due anni dopo e non mi sorprende la quasi totale assenza di quel finto imperativo, qui il bozzolo di parole si fa più denso, più ritorto e, direi chiaramente, più maturo. Il taglio è sempre riconoscibile, sempre tagliente con un retrogusto amaramente ironico, ma le parole si ammorbidiscono, sono più dirette e disposte a dirsi con la schiettezza che contraddistingue la Toscano, e che in questo suo secondo libro ne rivelano anche la tenerezza spesso nascosta, spesso volutamente celata. Il tu, la forma di dialogo diretto caratterizza anche questa silloge, sebbene alla fine dell’intera lettura appaia chiaro quanto questo tu, non sia altro che la stessa autrice che si interroga e risponde, talvolta polemizzando su ogni aspetto, sensazione, risvolto emotivo ci venga quotidianamente servito “all’ora dei pasti”, un po’ come una “iattura”, un po’ come una imprescindibile medicina, propinata quasi non ci fosse altra possibilità di scelta. Ed è proprio qui entra in campo, gioca e vince, una Toscano che nel suo dire è all’ora dei pasti/ che sento il tuo non esserci / la tua assenza mi nutre / sono sazia come non mai, scalza una lunga schiera di pietismi malinconici e ripiegati, che affogano il pantano di tanta poesia femminile, concludendo: la dieta ringrazia / io felice con lei / ché non mi calza / la tragedia. – ho applaudito nella mia stanza.

    Mi hai fatta in mille pezzi

    Mi hai fatta in mille pezzi
    uno di certo
    lo tieni nel portafoglio
    tra scontrini e fatture
    il mio cuore invece
    lo hai lasciato
    in una scatola da scarpe
    dentro un armadio a muro
    di una casa disabitata

    *

    Mi commuovono i tuoi no

    Mi commuovono i tuoi no
    le tue spettrali scuse
    la tua patologia del giorno
    per non vivere altrove
    se non nelle
    tue minime fibrillazioni corporee
    che ami come culle di bambini

    *

    Non ditemi sempre

    Non ditemi sempre
    l’ovvietà del male

    Lo vedo lo vedo
    il nero catrame dei nostri giorni

    Cerco un pertugio dove trovare
    l’ovvietà della decenza
    come uno specchio oblungo
    infallibile nel mio porsi.

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  12. Natàlia il tuo commento è un pezzo autonomo che meriterebbe una sua sede autonoma.
    ti soffermi sulla lingua di Anna Toscano facendo notare come essa si sposti progressivamente verso una maggiore capacità di indagine del vissuto con ironia e necessaria crudeltà per non affogare nel pietismo.

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  13. rieccomi e spero di esser più puntuale nelle mie risposte.
    Cara Nàtalia grazie della tua lettura, preziosa e acuta.
    Sono d’accordo con te nel sottolineare la presenza di imperativi nella mia prima raccolta, imperativi che vanno stemperandosi nella seconda raccolta e trasformandosi in modo inequivocabile nell’antologia Orchestra. Ma, come giustamente osservi, non sono tali nella loro funzione categorica bens^ nella loro funzione di richiesta. credo derivino dal maestro da me tanto letto e amato Attliio Bertolucci, e il suono “non comprare viole in prossimità della casa” o “lasciami sanguinare”, ecc. Sono imperativi a cui poeticamente possiamo dare la funzione di preghiera, non dirmi non cercarmi, sono forse una pregiera.
    Anche per ciò scrivi sulla seconda raccolta concordo, forse posso dire che nelle mie letture ulteriori ho apprezzato molto l’ironia e lo sdrammatizzare, ad esempio da Tarozzi e Carpi e Cavalli.
    E’ la stessa cosa che dice Fabio: la sottrazione, inq eusto caso la sottrazione di pesantezza che è l’uso dell’ironia.
    Credo che in “Orchestra” e poi nel quaderno “only distance” – ed è un tratto che noto solo ora grazie alle vostre preziose osservazioni – l’imperativo-preghiera si sia trasformato in una cantilena dettata dalle ripetizioni a volte onomatopeiche o solo di inizio verso, una sorta di litania per la mente mia.

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