Solo 1500 N. 15 – Stai scrivendo o stai facendo un libro?

SOLO 1500 N. 15 –  Stai scrivendo o stai facendo un libro?

L’altra sera a un reading di poesia, Qualcuno mi pone questa domanda: “Allora stai scrivendo un nuovo libro?” La mia risposta è: “Veramente, no.” Il Qualcuno in questione, stupito, mi fa una seconda domanda: “Allora non stai scrivendo niente?” Risposta: “Certo che sto scrivendo.” A questo punto il nostro Qualcuno completamente disorientato sorride imbarazzato e tace. Un classico. Qui cominciano le mie domande, quelle che mi pongo spesso. Quanto poco c’entri, ad esempio, con la Poesia il collegamento diretto tra lo scrivere in versi e il progetto di farne un libro. Ora, è chiaro che vedere i propri versi su carta stampata, con una bella copertina, sia molto piacevole. Così come è vero che sia molto bello leggere recensioni positive sul proprio libro o presentarlo in giro. Ma non si scrive poesia per questo, almeno non si dovrebbe. Credo che nessun poeta possa sedersi una mattina al tavolo esclamando: “Ok facciamo un nuovo libro!” Perché si scrive, dunque? Si scrive per passione, per una forte esigenza interiore, per impeto, per vocazione. Si scrive per porsi delle domande, per comprendere, per non perdersi i dettagli. Si scrive per divertimento. Per seguire l’istinto o un ragionamento, per non perdere il filo o per trovarlo. I libri sono belli e sacri. Non sono uno scherzo né una passeggiata. Il pensiero di un libro dovrebbe venire molto dopo la fase della scrittura. Pubblicare una silloge è mettere il punto, delimitare un percorso e poi andare oltre. Pubblicare un libro in versi mi pare somigli di più a un voltare pagina che a scriverla.

Gianni Montieri                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   qui i link ai tre numeri precedenti:    N. 14  N. 13  N. 12

21 comments

  1. Io scrivo per un’esigenza interiore, per poter esprimere il mio (mal)essere. Io scrivo perchè non parlo e finalmente tutto ciò che da tempo mi portavo dentro è venuto fuori. Io scrivo per me e se poi le mie parole piacciono sono contenta. Bravo Gianni, convido in pieno.

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  2. la scrittura per me è salvezza…
    senza di essa io soffocherei.
    scrivo per liberare una parte di me.
    scrivere è un bisogno dell’anima, non di una copertina o di una buona recensione.

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  3. l’unico modo salutare di esprimersi è assecondare un’intima necessità… l’ego seduce e poi delude

    ps complimenti per il blog, anche per l’impaginazione

    pps un saluto a Jacopo Ninni, che conosco!

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  4. La prima cosa che mi è balzata alla mente leggendo l’articolo è stata:”Non sarà che il materiale buono, quello scritto con coscienza ed impegno, quello che scaturisce dall’anima e non dai piedi, scarseggi proprio perché manca l’unica motivazione reale? Ossia scrivere per se stessi!…che non significa essere egoisticamente legati ai propri parti d’inchiostro come fossero oro colato, ma semplicemente seguire quell’istinto definibile in arte come “istinto artistico” che porta a perseguire un progetto interiore che valorizzi la ricerca infinita della vita e oltre. Lo scrittore e l’artista in generale credo abbia poco tempo da perdere, vuole solo scrivere, dipingere, sognare, creare in santa pace se possibile.
    Rimanendo concentrati all’interno di una bolla (che non significa estraneità bensì ricerca,studio…) evitando l’inflazione della materia commerciale, a mio parere aiuta l’artista a rimanere puro, e del resto all’artista poco importa del commercio, tanto sa che solitamente l’arte non da il pane se non in casi eccezionali e rari.
    Credo nella castità dell’artista, la tracotanza e l’inseguimento spasmodico al successo letterario lo trovo, in molti casi, rischioso e poco autentico. Credo che nessun vero artista abbia mai pensato di scrivere per diventare famoso o per produrre testi da vendere, l’artista è concentrato nel suo “essere se stesso” giacché questa è una forma naturale (o così dovrebbe essere) e non decisa a tavolino…scrivere è un dono, una condanna, una necessità che va oltre il ragionamento razionale.
    Forse sono una sognatrice fuori epoca, ma penso ad una Merini quando dice:” Non so perché la gente mi legga, né cosa trovi nelle mie poesie […] “ Ecco l’esempio di “artista autentico” e mi pare che lei lo vestisse come ognuno la sua pelle, nel bene e nel male.

    Grazie per lo spazio, intervengo di rado ma vi leggo volentieri
    un saluto Tiziana T.

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  5. pensieri ed affermazioni che condivido e assumo a miei. Non si scrive un libro almeno un poeta non scrive un libro ma alla fine di un certo percorso decide di RACCOGLIERE IN UN LIBRO quel percorso.
    ciao paolo

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  6. molto bella la tua riflessione, Gianni, che mi trova ad un bivio. E’ vero si scrive per una necessità interiore di cercare o ritrovare, o anche plasmare e dar forma ad un pensiero, un filo conduttore, un insieme di pensieri, o di ragioni. Però c’è anche, e ci può ben essere, una progettualità nella scrittura e qui giungo al mio bivio. Come te scrivo molto o molto poco a seconda dei periodi e pensieri e spinta da un moto interiore, da un’esigenza di “dire” nel balordo modo che poi etichettiamo poesia in base a differenti canoni e misure: presenza del verso, ricerca nel suono e nel ritmo, forma, metrica a volte, non sto qui ad elencare le varie caratteristiche che contraddistinguono questo genere di scrittura.
    E’ però anche vero che si possa stabilire, o sentire la necessità di porsi una progettualità che faccia del persorso spontaneo un cammino definito, indirizzato, tematico. In quel caso il libro è lontano, forse solo l’abbozzo di un’idea che a sprazzi prende forma, ma ha un indirizzo preciso e in qualche modo preesiste alla scrittura ed ai tasselli che lo formeranno.
    Io credo, ultimamente sempre più, che una progettualità possa essere necessaria ad arginare il troppo, lo straripare, focalizzando obiettivi e, perché no?, anche emozioni.

    mi ha molto colpita il commento di Luciano, vedi le assonanze che scherzi!?! mi ha riportato ad una poesia di Strand che qui vi lascio.

    Moon – M. Strand

    Open the book of evening to the page
    where the moon, always the moon appears

    between two clouds, moving so slowly that hours
    will seem to have passed before you reach the next page

    where the moon, now brighter, lowers a path
    to lead you away from what you have known

    into those places where what you had wished for happens,
    its lone syllable like a sentence poised

    at the edge of sense, waiting for you to say its name
    once more as you lift your eyes from the page

    close the book, still feeling what it was like
    to dwell in that light, that sudden paradise of sound.

    *

    Apri il libro della sera alla pagina
    in cui la luna, sempre la luna, ancora appare

    lì tra due nuvole, muovendosi piano, così piano che sembrerà
    siano trascorse ore prima che possa voltare alla pagina seguente

    lì dove la luna, più luminosa ora, fa approdare un sentiero
    che ti conduca via da ciò che hai appreso

    dentro i luoghi in cui tutto quello che avevi sperato si avvera,
    la sua sillaba solitaria come un bisbiglio penzoloni

    al margine del senso, ad aspettare che sia tu a pronunziarne il nome
    ancora una volta staccando lo sguardo dalla pagina

    chiudendo il libro, ancora sentendolo così com’era
    quel sospendersi nella sua luce, quell’inatteso paradiso del suono.

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  7. Grazie a tutt, ancora.

    A Nat: credo, come te, che la progettualità sia importante. Il porgetto è un’idea o una concatenazione di idee, una lunga costruzione, un percorso. Il libro, e forse sarai d’accordo, se verrà, sarà a progetto o comunque a idea compiuta. Io in questo momento ho in testa, almeno due progetti, legati alla scrittura in versi, ma non mi viene proprio da pensare a un libro. Il libro mi pare sia una rappresentazione degna di un compimento. Non il compimento del progetto stesso.

    grazie

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    1. stiamo dicendo quasi la stessa cosa, nel senso proprio del “progetto”, ovvero dell’idea del lavoro finito, che poi diventi materialmente un libro su carta è un’altra questione, di poco conto alla fine; quello che conta è la “direzione del lavoro”, la creazione/ideazione dello stesso, quell’idea del tutto nel suo complesso che è in origine e da perseguire. yess bra’

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  8. “Cioè, avevo deciso che volevo considerarmi uno scrittore, il che significava che a prescindere dal fatto che riuscissi a farlo pubblicare, l’avrei scritto.”

    David Foster Wallace

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