poetarumsilva

proSabato: Amelia Rosselli, da Diario ottuso (1968)

 

12/1/68

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Fogli superbi di disubbidienza: come lavare dal manto di grigio splendore quel suo odore così famigliare di benzina, di vino, di sperpero di seme?

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Finì per cogliere l’occasione propizia per spaventare nel suo regno quest’uomo grigio e baffuto, d’una impropria volontà d’esser più di quel che sembrasse. Ho finito anche per raccontare − tramite un intervallo e l’altro (un intervallo d’amore, un silenzio d’amore, una brochure di infanticidio) − quali fossero i suoi dispetti, difetti, quale la sua, e la mia, disintegrazione.

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Non vidi alcun usurpatore al trono chiedermi perdono.

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Le brutture situazionali delle nostre emicranie ci permettono di credere che tu non sarai quel che appari.

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Amelia Rosselli, Diario ottuso, ed. Empiria 1996.

Ostri ritmi #24: Peter Semolič

Peter Semolič e Miha Obit

Luksemburški park

Florentinske zgradbe temnijo. Luči se prižigajo. Piščali
čuvajev preglasijo pogovor o mrtvem Panu in deviški nimfi.
Zaman se klasicistični vrt upira naraščanju entropije. Sena
prinaša mouchettes in melanholijo. V leseno klop mlad par
vreže srce. Kot zmerom te večer vrne Arkadiji in napisu na
Dafnisovem grobu.

Noisy-le-Sec/Ljubljana, maj 1996/februar 1997

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Un parco lussemburghese

I palazzi fiorentini scuriscono. Le luci si accendono. I fischietti
dei guardiani sovrastano il dialogo sul defunto Pan e la vergine ninfa.
Invano il giardino classico si oppone all’aumento dell’entropia. La cassia
porta mouchettes e melancolia. Su una panca di legno, una giovane coppia
incide un cuore. Come sempre, la sera ti riporta all’Arcadia e alla scritta
sul sepolcro di Dafne.

Noisy-le-Sec/Ljubljana, Maggio 1996/Febbraio 1997

 

 

Armor

Brest. Dežuje brez prestanka. Oči tega starega gospoda tu mi
govorijo o vojni. Kot da bi v dvojni ekspoziciji z dežjem tekel
Prévertov tekst. Kasneje, v knjigarni na rue de Siam: voda
obliva izložbeno okno. Berem o uničenju mesta z ognjem.
Nič ni ostalo. In ni več njega, ki te je poklical, Barbara.

na vlaku Brest-St-Brieuc, 7. maj 1996

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Armatura

Brest. Piove senza sosta. Qui gli occhi di questo vecchio mi
parlano della guerra. Come se con la pioggia scorresse in sovraimpressione
un testo di Prévert. Più tardi, in una libreria su rue de Siam: l’acqua
scorre sulla vetrina. Leggo dell’annientamento della città col fuoco,
Nulla ė rimasto. E non c’è più chi ti chiamava, Barbara.

sul treno Brest-St-Brieuc, 7 Maggio 1996

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Francesco Salvini: inediti da Il risveglio (poesie su Stonewall)

 

I

A volte basta il volo di una scarpa,
ciò che di solito rimane a terra
decide di acquisire un po’ di cielo.

Dopotutto è un azione minimale
se poi consideri la gravità
che in men che non si dica ti riporta

giù. L’esistenza è fatta di momenti
come questi che se non ripetuti
almeno a voce paiono dissolversi.

Però non sempre basta la parola;
a dirtelo qui è proprio una poesia
(e di parole in teoria dovrebbe

intendersene) che senza memoria
la spinta della carta resta storia.

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II

Sento ancora l’odore di latrina,
impregna gli abiti, stupra la pelle;
cammino per le strade e mi sotterra
ciascun passo, dà tremiti improvvisi
per l’aria rarefatta che c’è fuori.
Ascolta: non è facile restare
scoperti se da sempre sei vissuto
nella fogna. La luce ti ferisce,
il lampione, falena, ti trafigge.
Però ricordi gli amori fuggiaschi,
la tenerezza da fuoco alle tue ali
sotto gli sguardi scolpiti di chi
giudica troppo. E per solo un secondo
appare quella lucciola nembosa
che il carapace teneva nascosta.

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proSabato: Grazia Deledda, Il mago

Vivevano in fondo al villaggio, uno dei più forti e pittoreschi villaggi delle montagne del Logudoro, anzi la loro casetta nera e piccina era proprio l’ultima, e guardava giù per le chine, coperte di ginestre e di lentischi a grandi macchie. Filando ritta sulla porta, Saveria vedeva il mare in lontananza, nell’estremo orizzonte, confuso col cielo di platino in estate, nebbioso in inverno: cucendo presso la finestra scorgeva una immensità di vallate stendentisi ai piedi delle sue montagne, e sentiva il caldo profumo delle messi d’oro ondeggianti al sole, e il sussulto del torrente che scorreva fra le rocce e i roveti montani. In quella casa piccina e nera, col tetto coperto di musco giallo e rossastro, ombreggiata da un vecchio pergolato, fra tanta festa di cieli azzurri e di immensi orizzonti silenziosi, da due anni, Saveria scorreva la vita più felice che si possa immaginare, accanto al suo giovane sposo dai grandi occhi ardenti e le labbra rosse come i frutti delle eriche fra cui conduceva i suoi armenti, la sola sua ricchezza. Si chiamava Antonio. Anch’esso dacché aveva sposato la piccola signora dei suoi sogni da pastore, viveva felicissimo; però una leggera nuvola era apparsa dopo due anni di completa felicità sul cielo sereno della sua esistenza. Saveria non lo aveva reso né ancora accennava a renderlo padre! Era una cosa ben triste! Egli l’aveva tanto sognato un bel marmocchio bruno come lui che appena in gambe l’avrebbe seguito su e giù, fra i boschi e le valli, aiutandolo nelle dure fatiche di pastore; un marmocchio che poi, fatto forte giovanotto, la gioia e la speranza dei suoi vecchi, ammogliandosi avrebbe a sua volta tramandato il loro nome e la discendenza dei loro armenti in un altro, e così via pei secoli dei secoli! Tutti gli avi di Antonio erano stati pastori: e questa gloria egli sognava di continuarla ma come fare se non veniva l’erede? Tutto fu messo in opera; promesse, novene, pellegrinaggi. Antonio andò, scalzo e a testa nuda, a piedi, sino al celebre santuario della Madonna dei Miracoli, a Bitti, fece fare una processione, una messa solenne, e promise di dare tante libbre di cera lavorata alla Madonna quante ne avrebbe pesate il futuro figliuolino, ma tutto fu inutile. Saveria restava sottile, sottile, elegante nel suo costume dal corsetto giallo e la camicia ricamata, e la casa non veniva ancora rallegrata dagli strilli del sognato bambino né dalla nenia della mamma accompagnata dal cigolio della culla.
Era una ben triste, triste cosa! Se ne aveva già deposta l’ultima speranza allorché un giorno un’amica di Saveria venne a trovarla e le disse con profondo mistero, dopo i primi complimenti alla francese: – Non sapete dunque, comare Sabé? Peppe Longu mi ha detto che voi non fate figli perché…
– Perché?… – chiese attenta Saveria con gli occhi spalancati.
– Perché? – seguitò l’altra abbassando la voce. – Ci scampi Iddio, ma voi lo sapete, Peppe è un mago di prima qualità, così almeno dicono tutti… e lui stesso mi ha detto che è per opera di una sua magia che voi non avete figli.
– Liberanosdomine! – esclamò Saveria ridendo e facendosi il segno della croce. Come tutte le donnicciuole del villaggio essa era superstiziosa e credeva alle magie, anzi una volta aveva visto coi suoi propri occhi un fantasma bianco vagare pei monti, ma che poi Peppe Longu, per quanto fosse mago, arrivasse a quel punto, ah, questo era troppo! Ma l’altra proseguì, offesa dell’incredulità di Saveria, e tanto disse che finì per convincerla.
Dopo un’ora di chiacchiere accanto al focolare, sulle cui braci Saveria aveva posto a bollire il caffè, ell’era così convinta della magia di Peppe che chiese pensosa alla comare:
– E… ditemi, non la potrebbe disfare questa opera infernale?
– Questo poi no, mi ha detto, questo no! Pare che abbia dell’astio contro vostro marito!…
All’imbrunire Antonio comparve in fondo alla strada rocciosa sul suo cavallino nero e la bisaccia gonfia di formaggio fresco e di ricotta. Mentre scaricava la sua entrata sotto il pergolato, Saveria lo informò di tutto: egli non rise punto, ma aggrottando le folte sopracciglia si contentò di scuotere la testa. E quando tutto fu rimesso in ordine, cavallo, bisaccia ed entrata, Antonio si sedette a piedi in croce accanto al focolare e si fece ripetere la strana novità.
– Ma che diavolo avete con Peppe? Perché si vendica così orribilmente? – domandò alla fine Saveria con grande serietà.
– Nulla!… – rispose Antonio. – A meno che non sia perché mi rido sempre delle sue magie!
– È male! Non hai visto come ha disperso le cavallette che rovinavano la vigna di Don Giovanni? E quelle di Jolgi Luppeddu?…
– È vero… è vero… ma! Vedremo! Domani gli parlerò.
– Ah, se sciogliesse la magia!… – esclamò Saveria.
Quella notte i due sposi sognarono nuovamente un bel bambino bruno; ma l’indomani, per quante preghiere Antonio gli facesse, il mago del villaggio ricusò assolutamente di disfare l’incantesimo. Era un tipo alquanto misterioso quel mago: viveva come tutti gli altri uomini del mondo, però non lavorava mai.
È vero che oltre le magie pubbliche di cui menava vanto, come l’uccidere le cavallette e il sanare le pecore malate con semplici parole misteriose, per cui non accettava compenso alcuno egli riceveva molte visite notturne; però nessuno ci badava e generalmente si credeva che i genî che egli aveva al suo comando gli dessero il denaro e le provviste che abbondavano nella sua catapecchia. Ma forse Antonio la pensava diversamente perché, viste mal riuscite tutte le sue preghiere e anche le sue minaccie, si recò una notte da Peppe e gli promise un bel luigi d’oro purché sciogliesse finalmente la fatale magia. (altro…)

Michele Joshua Maggini: inediti

Qualcuno ci chiude già nella sua palpebra, c’è vento e verrò, giurami, verrò dall’asfalto fino a te, poi in te rapito verso il buio dove sembrano sbiadire i viali, le mura, ma gli interurbani, loro sanno, loro potranno, se da te la Tim non prende, faranno tremare il cuore quando ti guarderanno come fossi in loro come io lo ero in te. E gengive. Poi amore e ancora amore dove in te l’universo ci abbracciava. Vedi, subirai ogni millimetro della verità e della gioia qui dove la vita è per sempre, in questo spazio tra una parola e l’altra, ma solo sulla pagina, nel bianco dell’impossibile. Ma altri mondi dipendono da questi pensieri. Ed io penso a vederti mentre ti guardo brillare in una macchina in un parcheggio. Mi dici “adesso” ed è come mi svegli, c’è il viso. Poi il buio dei fianchi, si muove. Puoi dire l’estate, ora, adesso che dall’incontro nasce un cosmo tra i mondi possibili e solo stare nell’altro è qualcosa vicino al respiro come il nome, l’amore.

 

Giorni murati vivi. La parola perché la bocca lontana dai seni e l’inverno ti spacca le labbra, ti spoglia fino al freddo dei denti e nuda è vederti fin dove resisti al vento fortissimo. Respira. Non si sa quanto ancora resterà il nome sul campanello arancione, nell’appartamento non abita nemmeno più la moglie, allora chi. Respira. Poi ti ritrovai in mezzo ad una strada in pieno blackout. Gennaio e ho visto Lorenzo e speravo che la neve coprisse tutto, ma la neve qui non c’è stata e il rossetto non è più sulle labbra ma sulla camicia fortunata, quella senza un bottone. Le leonesse iniziavano a partire in branco, salutavano con gli occhi, inchinando la testa.

 

Lascia il reggiseno sul cambio. Anni fa e la tua luce giunge ancora nella cucina, negli inverni senza caldaie e pareti e resti in radiazioni propagarsi di come un nuoto. Dal rosa serale sullo skyline dice domani, prevede le forze, i cieli migliori, i ciliegi quando saranno. È per gli insonni la mela cotta e negli occhi dei pazzi non sarà più la vertigine del guanto in lattice, ma la carezza, capisci, la carezza come quando bastava dire presenti con una mano e bastava quella gioia. Quante parole che so dire guardandole e non so perché le dico quando le guardo ma non riesco a dire del tuo volto quando mi guardi e. Sono parole di altri, i ladri vivranno, gli altri, invece, gli altri.

 

 

Il poco ossigeno di luglio, raro, in briciole sul tagliere a caso i pianeti si congiungono ed entrano nelle case a rubare l’oro, entrano nella vita a rubare qualcosa lasciando un biglietto con scritto manca qualcosa e non saprai mai che. Non lo saprai mai però. Entri tu con il mio braccio, questo è tuo, dici e tra poco arriveranno loro come un acquazzone ad agosto che ci porterà a mare felici. Non lo saprai mai però. Sentirai le molecole, quando sarai nel sospiro che sfonda i secondi nelle sale d’attesa seduti con gli altri dove e vi riconoscerete tutti per le occhiaie profonde. È stato il secondo più lungo quando hanno guardato, quando hanno chiamato dicendo questa non è la tua vita, vattene.

 

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proSabato: Gianni Rodari, Brif, bruf, braf

 

Due bambini, nella pace del cortile, giocavano a inventare una lingua speciale per poter parlare tra loro senza far capire nulla agli altri.
– Brif, braf, – disse il primo.
– Braf, brof, – rispose il secondo. E scoppiarono a ridere.
Su un balcone del primo piano c’era un vecchio buon signore a leggere il giornale, e affacciata alla finestra dirimpetto c’era una vecchia signora né buona né cattiva.
– Come sono sciocchi quei bambini, – disse la signora.
Ma il buon signore non era d’accordo:
– Io non trovo.
– Non mi dirà che ha capito quello che hanno detto.
– E invece ho capito tutto. Il primo ha detto: che bella giornata. Il secondo ha risposto: domani sarà ancora più bello.
La signora arricciò il naso ma stette zitta, perché i bambini avevano ricominciato a parlare nella loro lingua.
– Maraschi, barabaschi, pippirimoschi, – disse il primo.
– Bruf, – rispose il secondo. E giù di nuovo a ridere tutti e due.
– Non mi dirà che ha capito anche adesso, – esclamò indignata la vecchia signora.
– E invece ho capito tutto, – rispose sorridendo il vecchio signore. – Il primo ha detto: come siamo contenti di essere al mondo. E il secondo ha risposto: il mondo è bellissimo.
– Ma è poi bello davvero? – insisté la vecchia signora.
– Brif, bruf, braf, – rispose il vecchio signore.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Gianni Rodari, Gli uomini di burro

Giovannino Perdigiorno, gran viaggiatore e famoso esploratore, capitò una volta nel paese degli uomini di burro. A stare al sole si squagliavano, dovevano vivere sempre al fresco, e abitavano in una città dove al posto delle case c’erano tanti frigoriferi. Giovannino passava per le strade e li vedeva affacciati ai finestrini dei loro frigoriferi, con una borsa di ghiaccio in testa. Sullo sportello di ogni frigorifero c’era un telefono per parlare con l’inquilino.
– Pronto. – Pronto. – Chi parla?
– Sono il re degli uomini di burro. Tutta panna di prima qualità. Latte di mucca svizzera. Ha guardato bene il mio frigorifero?
– Perbacco, è d’oro massiccio. Ma non esce mai di lì? – D’inverno, se fa abbastanza freddo, in un’automobile di ghiaccio.
– E se per caso il sole sbuca d’improvviso dalle nuvole mentre la Vostra Maestà fa la sua passeggiatina? – Non può, non è permesso. Lo farei mettere in prigione dai miei soldati.
– Bum, – disse Giovannino. E se ne andò in un altro paese.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

Inediti di Mario Cianfoni

tra i calanchi di Tursi e Aliano (MT)

#1

Torce la lira un Orfeo in agonia
ed è torto il sangue
se stilla in danze macabre
il ritorno in risalita del tempo
perduto come pietra fuor di traccia.

Restano tre passi,
Euridice cade, s’apprende,
ancora come foglia morta cade,
s’arrende.

Venature di giada scorrono su un’ara di sale
che fa più nero il sangue,
e nessun canto
soccorre a piagare il silenzio,
a dare corpo di sostanza a un’ombra
nello svanire a una svolta d’angolo.

Carnaio senza rito,
sibili sventrati,
le luci opache della città.

 

#2

Nero cielo di mani,
una ridda di demònî
sorveglia dalle soglie
rupi e ciuffi di ginestra
che fanno più famelici i burroni.
Neanche sul muro che a notte ci parlava
è più impressa la tua ombra zigrinata,
umidità esausta
tra i tagli di secco delle pietre.

Ritorno al paese
e folate di vento fanno ancora scoppiare
i fuochi di San Giuseppe,
lingue d’assenza e parole perdute
come nostalgie infitte
nel cuore di una sera abbandonata
su trame sfilate della memoria.

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I poeti della domenica #364: Maria Occhipinti, Ogni fiore quand’è il tempo

 

Ogni fiore quand’è il tempo
apre il suo boccio
e dà il suo profumo
a chi lo vuole.
Si aprì il mio cuore,
palpitò e tremò
nella sua purezza.
Ma tu volgesti
lo sguardo altrove.

 

All’interno dell’articolo di Giuseppe Marchiori, All’insegna del rettangolo d’oro, in «Terraferma. Lettere e arti», Anno II, n. 2, Venezia, marzo-agosto 1946

I poeti della domenica #363: Vincenzo Cardarelli, Non basta morire

 

Hanno i defunti un tempo
ulteriore nei cimiteri.
Vi compiono adorni
di fiori e d’illusioni,
per diventare presto
della città silente
comuni abitatori.
Ma una pietà indistinta li consola
anche allora che, privi d’ogni cura,
esposti ad ogni ingiuria,
trapassati da troppo lungo evo,
di lor neglette sepolture ornate
con gusto d’altri tempi,
s’avviano ad esulare
nella fossa comune.
«Qui giace», è scritto,
ma il lor giacere non dura.
Troppo han brillato e furono onorati
questi poveri morti
dimenticati,
che han da morire ancora,
che hanno ancor da soffrire
in questo fango che non ha mai fine.

 

In «Terraferma. Lettere e arti», Anno II, n. 2, Venezia, marzo-agosto 1946

proSabato: Alberto Moravia, L’incosciente

 

Quando si agisce è segno che ci si aveva pensato prima: l’azione è come il verde di certe piante che spunta appena sopra la terra, ma provate a tirare e vedrete che radici profonde. Quanto ci avrò pensato a scrivere quella lettera? Sei mesi, poiché erano giusto sei mesi che quel signore si era costruita la villa al ventesimo chilometro sulla Cassia. E l’idea mi venne, appunto, vedendo la villa nuova in cima ad un poggio, nel mezzo della campagna deserta. In quel tempo mi ero montato la testa coi film e con i romanzi a fumetti e inoltre sentivo il bisogno di farmi ammirare da Santina, una ragazza della mia età, figlia del custode del passaggio a livello, una sciocca, ma bella o almeno così allora mi sembrava. Una sera che passeggiavamo insieme, le dissi. mostrandole la villa: – Io me la sentirei uno di questi giorni di scrivere al padrone di quella villa una lettera minatoria -. – Che vuoi dire minatoria? -.
– Minacciosa… o dài tanto o se no ti facciamo fuori… minatoria, insomma -. – Ma non è proibito? – domandò lei sorpresa. – Sì è proibito… ma che importa?… Una lettera con l’indicazione del luogo dove ha da portare il denaro… eh, che ne dici? -. Speravo di impressionarla; ma invece, lei, come se le avessi proposto la cosa più naturale del mondo, disse dopo un momento di riflessione: – Io, per me ci sto… e quanto gli chiederesti? -. Insomma, la prendeva con la massima naturalezza; tanto che io, per non esser da meno, risposi tranquillamente: – Non so… cento, duecentomila lire -. E lei battendo le mani: – Uh che bello… e mi faresti un regalo? -. – Si capisce – E allora perché non lo fai?… Che aspetti? -. Dissi allora: Lasciami il tempo di pensarci -. Così, su uno scherzo, eccomi impegnato a scrivere quella lettera.
Il signore della villa passava spesso nella sua macchina per la Storta, davanti al negozio di frutta e di verdura della mamma. Era un omaccione alto, grande, grosso, con un nasone che pareva di quelli di cartone dipinto che si portano a carnevale, i baffi neri a spazzola, gli occhiacci loschi. Sempre involtato in un paltò di pelo di cammello: un vero orso. Fabbricava profumi nel sottosuolo della villa, infatti, ad avvicinarsi alle finestre del seminterrato, si sentiva uscirne non odori di cucina bensì quelli delle essenze che adopera nel suo laboratorio. Concepii per quell’uomo un’antipatia profonda e questo era una spinta di più a scrivere la lettera. Ma non l’avrei mai scritta, per quanto l’odiassi e per quanto Santina adesso mi stuzzicasse per via delle centomila lire, se uno di quei giorni, a pochi chilometri dalla villa, tre uomini mascherati non avessero fatto una grassazione. I giornali davano tutti i particolari: il guidatore, un commerciante romano, freddato al volante mentre cercava di scappare, la macchina in un fosso, gli altri viaggiatori spogliati di quanto avevano. Dissi a Santina, la sera stessa: – Questo è il momento di a scrivere quella lettera -. – Perché? – domandò lei sorpresa. – Perché – risposi, – fingeremo che la lettera l’abbia scritta uno di quei tre che hanno fatto l’aggressione… con quei precedenti, quel signore avrà paura e scucirà i quattrini -. E quindi vedendo che Santina mi guardava ammirata, continuai: – Vedi, non c’è coraggio e non c’è paura… ci sono soltanto coscienza incoscienza… la coscienza è paura., l’incoscienza è coraggio… quel signore adesso è un incosciente…lui a non sa di abitare in una villa solitaria, in mezzo alla campagna, a disposizione, per così dire, di chiunque lo voglia aggredire… o meglio lo sa con la testa ma non lo sa con le budelle… è, insomma, incosciente ossia coraggioso… io, con la mia lettera lo renderò cosciente, ossia pauroso… tutto ad un tratto si accorgerà di essere in pericolo… e allora avrà paura e pagherà -. Erano tutte cose a cui pensavo da mesi, anzi da anni; e così mi uscivano di bocca come se le avessi lette nelle pagine di un libro. Santina, ammirata, esclamò, infatti: – Ma dì un po’, tu come le pensi tutte queste cose?… lo sai che sei intelligente -. E io, gonfio di vanità: – Questo è niente, si vede che non mo conosci. (altro…)

«Così cominciò la nostra amicizia»: intervista a Maria Ester Nichele su Milena Milani

Milena Milani (1917-2013) è stata un’autrice e un’artista prolifica nel Novecento italiano, che si è mossa con tenacia nel campo della scrittura e delle arti visive. Un’intervista a Maria Ester Nichele, fotoreporter e fondatrice della testata online «ABC Veneto» (il suo sito qui) che fu grande amica di Milani, restituisce ai lettori un ritratto vivo, “a fuoco”, di una voce d’interesse letterario e artistico da rileggere ed indagare.

(at) 

Milena Milani a Cortina d’Ampezzo – foto di © Maria Ester Nichele

Gentile Signora Nichele, lei è stata per tanti anni amica di Milena Milani. Quando la conobbe e quando iniziò a leggerla, e a partire da quali libri?

Conobbi Milena Milani a Roma alla fine degli anni Ottanta, quando lavoravo come fotoreporter. Milena era sempre presente alle più importanti manifestazioni della città, curiosa, attenta a tutto quello che al nuovo si presentava in quelli anni ricchi di iniziative culturali ma anche così contraddittori. Così cominciò la nostra amicizia, io lavorando come fotografa, lei era già affermata giornalista, scrittrice, poetessa ma non dimentichiamo anche pittrice e nota gallerista. Con il lavoro, da Roma mi spostavo a Venezia e a Cortina d’Ampezzo, e anche lei c’era. A Cortina d’estate c’era tutto il bel mondo che contava in vacanza. Cominciai a leggerla molto presto e il primo libro fu La Ragazza di nome Giulio, edito da Longanesi, i temi trattati adesso non scandalizzano più nessuno ma allora fu giudicato osceno, tanto che l’autrice subì un doloroso processo, una condanna a sei mesi e 100.000 lire di multa, la mobilitazione di intellettuali italiani fecero sì che fosse poi assolta.

Durante una conversazione privata lei mi ha riferito che l’autrice ha trascorso moltissimo tempo in Veneto, una terra che ha lasciato il segno nella sua opera. Quali città e quali luoghi sono i più rappresentati nella sua scrittura? Ricordiamo Venezia, Cortina d’Ampezzo e altri…

Milena è nata Savona in Liguria, ma ha amato molto Venezia e Cortina d’Ampezzo. Il suo romanzo La ragazza di nome Giulio è ambientato a Venezia; a Venezia ha sempre avuto casa, molto giovane andava a Cortina a sciare con la madre. La scelta di vivere per molti mesi a Cortina era data dal fatto che, essendo lei delicata di salute, le giovava l’aria benefica di quel posto. Anche a Milano aveva casa, e a Milano scrisse La rossa di via Tadino del 1979 (Rusconi Editore). Non dimentichiamo Roma dove ha studiato e ha sempre avuto la residenza finché è vissuta.
Milena era una gira mondo, ha passato molti periodi a Parigi, New York, Mosca dove ha scritto un libro di poesie dal titolo Mi sono innamorata di Mosca, Stoccolma dove presagì, inviando una cartolina a Salvatore Quasimodo, che avrebbe vinto il Nobel. E così fu.

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