poesia

I poeti della domenica #338: Claire Beyer, Una poesia

Claire Beyer, foto di  © Iris Bach

 

Una poesia

Una poesia vive di
verità, non di nubi fitte
o raggi di sole
una poesia è l’impronta del piede
nella sabbia, è più che
respiro e
dignità
Una poesia sta appesa in
cortili interni e in segrete di castelli
e sempre è
una ferita del tempo

Claire Beyer
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Ein Gedicht

Ein Gedicht lebt von
Wahrheit, nicht von Wolkendichte
oder Sonnenstrahlen
ein Gedicht ist der Fußabdruck
im Sand, ist mehr als
Atemzug und
Würde
Ein Gedicht hängt in
Hinterhöfen und Schloßkammern
und immer ist es
eine Wunde der Zeit

 

Claire Beyer
(da: C.B., Texte, Lyrik und Kurzprosa, Dillmann Verlag 1989)

I poeti della domenica #337: Alfonso Gatto, Fiera

Fiera

L’uomo nudo e d’azzurro più magro
elegante si disse e un cilindro
portava nero come il coppale
delle scarpe, e un bambino di male
biondo patito aveva e gli cantava.
Cantava ai morti, al vento, e nella fiera
allegri gli tinnivano i soldi
e gramaglie, catene, lumi a sera,
di là la sparsa città d’un canto.

Della sua pena disse il vento, un agro
riverbero di trombe il litorale.

 

da: Alfonso Gatto, Tutte le poesie, Mondadori, 2017

Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie

Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie, Raffaelli Editore 2015

Dopo che “la rivelazione ha serrato i battenti” (Dickinson), quando torna a essere fitto il velo che pure si era squarciato un tempo, cessa allora il canto? Tutt’altro, è la risposta che Laura Corraducci consegna a chi legge e ascolta i testi contenuti in Il Canto di Cecilia e altre poesie. L’urgenza del dire è coniugata all’anelito della rivelazione e queste nozze sono scandite da ritmi che subiscono anche repentine variazioni, sono attraversate da tempi semplici e da tempi composti, alimentano il predicato, nei metri alternati e mescolati, di divari, di strappi, di partenze e di ricongiungimenti. Già il titolo della prima sezione, Il filo attorno al dito, allude al recupero della memoria e al vincolo autoimposto, un pegno-impegno alla ri-composizione, qui intesa nel duplice significato di riaccostare frammenti – perfino brandelli, esito di strappi antichi e recenti, «il canto breve della tua frantumazione» – e di nuova costruzione, di «coniugazione nuova». Operazione, questa, che palesa la necessità di accogliere, facendolo emergere con la parola poetica, un notevole carico di sofferenza. La tessitura poetica enuncia e denuda, denuncia, dunque, strappi, punti di sutura, cicatrici, lente ri-marginazioni, traumi visibili sotto le cuciture, ferite sottocutanee e rammendi: «tre centimetri di pelle ti ho cucito/ alla vita come fossi una cintura/ i punti fissati diritti sulle anche/ tre croci sul tuo Golgota di carne/ […]/ farfalla sciolta in polvere sul muro/ alla morte oggi ruberò le cicatrici» (p. 17). Operazione che contempla, d’altro canto, anche il secondo movimento della ri-composizione, vale a dire, come affermato poc’anzi, la nuova costruzione. Il paradosso è tuttavia sempre in agguato, per così dire dietro l’angolo, ché il barlume di prospettiva nasce anch’esso da una de-composizione, sia pure dalla de-composizione delle tenebre: «ma la paura non ti sarà più madre/ srotolerai la lingua dentro il tempo/ di una coniugazione nuova dove/ il buio si decompone piano e lento/ nel lontano vagito di una speranza» (p. 25). Nomi, terre, orizzonti – cieli e nubi – sono lieviti e termini dell’opera di ricomposizione. Non mi sembra pertanto casuale che i titoli e contenuti delle due sezioni successive, I nomi rimasti e Versi per fari e guardiani, vi facciano riferimento. (altro…)

«Come amo questi suoni». Appunti di una riflessione sull’architettura dell’esilio in Iosif Brodskij

Brodskij

«Ma la sonatina delle macchine per scrivere
non è che l’ombra di quella musica potente»
Osip Mandel’štam

 

Per lo slavista – ma potremmo dire anche per il lettore non specialista – Iosif Brodskij (1940-1996) è stato uno dei più grandi poeti russi contemporanei e tale è stato dal momento in cui scrisse poesie che cominciarono a diffondersi negli ambienti patri, sebbene sotto spoglie apocrife, anonime. Conviene qui tracciare una differenza: per lo specialista accedere all’opera del poeta sin dalle origini (fermo restando la reperibilità dei testi, punto di partenza per un’adeguata ricerca filologico-letteraria), la sua ricerca e la sua competenza gli permettono, tenendo conto delle effettive difficoltà che questo comporta, di giungere alla voce scritta del poeta. Il non-esperto, l’estimatore che non abbia ancora gustato la diretta ricchezza della lingua russa, lo conosce in traduzione. Di certo la limitazione sta lì, nella parziale carezza a dei versi che sussurrano al nostro orecchio in una lingua a noi misteriosa, ma la traduzione riguadagna il suo valore determinante di trasferire, laddove la lingua di arrivo lo permetta, un anàlogon dell’originale. In Italia, come sappiamo, Brodskij comincia a esser noto al lettore con le edizioni Adelphi a partire dal 1986, nonostante alcune sue poesie fossero già apparse sulla rivista La primavera di Mosca (Jaca Book, 1979).[1] Le Poesie curate da G. Buttafava, la prima raccolta edita in Italia, recano una data precisa (1972-1985) che ci permette di spostare cronologicamente il terminus a quo per rilevare del poeta, se non le origini, almeno un periodo più preciso della sua vita.

 

L’esilio

Incontriamo Iosif Brodskij in un momento di passaggio, dalla primavera del 1972 in poi, l’anno del suo esilio dalla patria russa per giungere negli Stati Uniti che nel 1977 gli daranno la cittadinanza americana, il nome naturalizzato in Joseph Brodsky. Cominciamo a conoscerlo in modo più approfondito durante il transito che dalla Liteinij Prospekt 24, da dove poteva osservare il fiume Neva – il fiume cantato da Tjutčev («Guardavo dalle rive della Neva | rilucere la cupola dorata | là del gigante Sant’Isacco | nel buio della fredda nebbia», «sulla pensosa Neva solo | si versa lo splendore della luna») – lo condusse al 44 di Morton Street a New York. Se è vero che omnia mea mecum porto ricorda un detto antico, «tutto ciò che di buono ho, lo porto con me», all’epoca Brodskij portò con sé la dignità e la lingua.[2] Leggiamo un poeta già maturo, un poeta collocato in un determinato momento storico, nel vivo di una vicenda non solo soggettiva ma universale: lo leggiamo quindi in medias res. Per riprendere dalla prefazione di Buttafava, nel 1972 il poeta «lascia dietro di sé puzza di bruciato», come troviamo nei versi di Ninnananna di Cape Cod:

Come l’onnipossente Scià tradire può
le mogli innumeri dell’harem solo con un altro harem,
io ho cambiato impero. E questo passo fu
dettato dal fatto che – dio ne scampi –
veniva puzza di bruciato da quattro, anzi cinque parti,
dal punto di vista del corvo.

(Ninnananna di Cape Cod, II, p. 85)

Furono quegli incendi che costrinsero il poeta a prendere l’abito dell’esule. Grazie anche a documenti pubblicati solo qualche anno fa il lettore, insieme a questa poesia musicale e precisa, riesce meglio a comprendere cosa passò il poeta Brodskij, facendo un salto indietro nel tempo per scoprire degli antefatti che descrivono il regime dittatoriale di paesi come la Russia. Fra questi, nel 1964, un processo contro Brodskij lo accusò di «parassitismo sociale».[3] Troviamo tutti gli ingredienti per un capo d’imputazione pronto e confezionato: Brodskij dal 1956 cambiò lavoro per tredici volte, non dimostrò senso patriottico e soprattutto era un poeta. Al potere non piace la poesia perché è musicale e la musica conduce alla libertà, allora il potere non può concedere al poeta il lusso della scrittura perché il poeta spinge l’uomo alla libertà, una libertà che si prefigura come accusa a un regime. Di scrittori esuli la storia ne ha generati e ancora, ahinoi, ne genera, ognuno con un’idea di esilio sfaccettata, eppure credo tutte riconducibili a un’unica condizione: l’esilio non è solo fisico ma anche interiore. La ricerca di un senso, di un significato al suo esilio, è per uno scrittore o poeta «quasi invariabilmente la causa del suo esilio».[4] Brodskij ci ricorda che «[…] se c’è qualcosa di buono nell’esilio è che insegna l’umiltà. Si può perfino arrivare a dire che quella dell’esilio è la più alta lezione di umiltà, la lezione definitiva. Ed è tanto più preziosa per uno scrittore quanto gli apre la più ampia prospettiva possibile. […] Ammaina la tua vanità, dice l’esilio, non sei che un granello di sabbia nel deserto. Non ti confrontare con gli altri uomini di penna, ma con l’infinità umana: la quale è amara e triste più o meno quanto quella non umana. È questo che deve suggerirti le parole, non già la tua invidia, non già la tua ambizione.»[5] (altro…)

Ginevra Lilli: In lontananza. Undici poesie pantesche, inediti

In lontananza.
Undici poesie pantesche.
Per Federico Gelmi.

.

Uno

Si può prendere il largo
portati da correnti
ad altri impercettibili,
che ci agitano, che ci guidano lì
fino a scoprire che quei luoghi raggiunti,
quelle mete ci appartenevano fin dall’inizio.

 

Due

Bisogna resistere in sordina,
senza che il mondo veda.
Siamo coloro che il vento
non strappa dal suolo
e nel riconoscerci
c’è fra noi un bagliore segreto,
fra chi resiste, fra chi insiste.

 

Tre

Arrotondate, chiare,
si percepiscono in un soffio,
le lontane nascite delle nostre tante infanzie.
Siamo al riparo di queste pance bianche
formatesi per farci dormire,
e rinascere ancora,
confidando in questo attimo
di verità del nostro esistere.

 

Quattro

Vedere fin dove altri non scorgono
che opachi orizzonti.
Fin dove altri non colgono le nostri visioni e partire.

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Su “Datità” di Giovanna Frene

È uscita al momento giusto la riedizione di Datità di Giovanna Frene, perché ci accompagna nell’attesa della pubblicazione di Eredità ed estinzione prevista per quest’anno. Grazie alle cure di un editore attento come Danilo Mandolini, patron di Arcipelago Itaca, che aveva pubblicato nel 2015 Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda, si viene a colmare uno di quegli imperdonabili vuoti che caratterizzano il mondo della poesia; infatti Datità uscì la prima volta nel 2001 per i tipi di Manni, per non essere poi più ristampato. Accompagnata dalla Postfazione di Andrea Zanzotto, la raccolta aveva già allora messo in chiaro la direzione della ricerca poetica di Giovanna Frene, ossia quel non più progressivo bensì decisivo allontanamento del proprio dettato da ogni residuo di lirismo, nonché la scelta di non percorrere le vie di un versoliberismo comunque aderente a forme riconoscibili o riconducibili alla tradizione, anche più recente. No!, la direzione presa da Frene era (ed è) quella di una frattura coi generi per la commistione dei registri. Come avevo già avuto occasione di dire scrivendo di Tecnica di sopravvivenza, il cuore di questa ricerca è una visione della storia che si innesta nella poesia, storia da intendersi non come narrazione delle gesta degli eroi, bensì come riflessione sulla voce di chi la storia ha ridotto alla condizione del silenzio.
Datità come Gegebenheit: non ciò che viene dato, ma ciò che si palesa, si mostra, si rivela. Ciò che è il risultato di una riflessione che inscindibilmente lega poesia e filosofia, perché è l’essere pensante a dire e non l’io a cercare di esprimere i propri tormenti. Per questo Datità è un libro necessario: perché scuote il pianeta poesia dal suo nucleo e scorga un nuovo mondo magmatico che pone domande dirette e non cerca di addolcire nulla a nessuno, né al poeta né al lettore.
Una dichiarazione di poetica che a diciotto anni di distanza mantiene tutta la sua forza primigenia e la rilancia accresciuta di ciò che è seguito.
Datità si offre ora nuovamente al lettore nella forma in cui vide la luce nel 2001, compresa la già ricordata Postfazione di Andrea Zanzotto, maestro riconosciuto di Frene. Postfazione che assume ora pure una valenza di profezia post eventum, alla luce di quella lungimiranza zanzottiana che già allora riconobbe i segni di una poesia che univa al rigore della lingua il rigore di una riflessione etica, filosofica.
I simboli stessi della poesia contemporanea, troppo spesso abusati, vengono ridiscussi. Il corpo, per esempio, è ricondotto a un’idea di unità laddove i più lo sezionano; sicché Canova – «splendore fisico unificante» è definito da Zanzotto nella Postfazione – diventa l’emblema di una sorta di indivisibilità nel segno dell’arte («non separi l’uomo ciò che l’arte ha unito nell’oscuro/ del principio smembrando piuttosto il mondo che la natura»), dove arte andrà intesa nel suo significato più ampio, comprensivo, e non esclusivo. Universalità che non dev’essere banalizzata, svenduta, messa in liquidazione; bensì preservata, difesa con le armi della scrittura retta dal pensiero e dalla capacità di argomentare le cose e il loro rovescio, gli sguardi e i segnali (evidente la lezione zanzottiana), di fornire spiegazioni alle proprie scelte intellettuali («proferire perfetti/ simulacri attinti al tutto della totalità […] riflessi dietro lo specchio/ percepire d’un tratto □ un uno», Autoritratto).

© Fabio Michieli

 

Autoritratto

Questa immobile fissità          sono io?
È ancora la mia bocca questa furente serie di carni?
Sedimenti di petali fra le fessure – se fino a ieri
era tutto perfezionato al meglio        mentì
questa evanescente fluidità chiamata
tritacarne? Negare di preferire qualsiasi
preferenza            fingere di fingere la
finzione del non sentire          proferire
perfetti simulacri attinti al tutto della totalità:
soltanto così          riflessi dietro lo specchio
percepire d’un tratto                  un uno.

 

[tritacarne: dal film Stalker di A. Tarkovskij]

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I poeti della domenica #336: Emily Dickinson, We learned the Whole of Love/Tutto imparammo dell’amore

 

(568)

We learned the Whole of Love –
The Alphabet – the Words –
A Chapter – then the mighty Book –
Then – Revelation closed –

But in each Other’s eyes
An Ignorance beheld –
Diviner than the Childhood’s
And each to each, a Child –

Attempted to expound
What neither – understood –
Alas, that Wisdom is so large –
And Truth – so manifold!

(c. 1862)

 

(568)

Tutto imparammo dell’Amore –
Alfabeto, parole,
Un capitolo, il libro possente –
Poi la rivelazione terminò

Ma negli occhi dell’altro
Ciascuno contemplava un’ignoranza
Divina, ancor più che nell’infanzia:
L’uno all’altro, fanciulli,

Tentammo di spiegare
Quanto era per entrambi incomprensibile.
Ah, com’è vasta la saggezza
E molteplice il vero!

(c. 1862)
Emily Dickinson
(traduzione di Margherita Guidacci)
da: Emily Dickinson, Poesie. Introduzione, traduzione e note di Margherita Guidacci. Testo inglese a fronte, Fabbri editori 1997, pp. 190-191 (già pubblicato da Rizzoli nel 1979).

 

I poeti della domenica #335: Rainer Maria Rilke/Giaime Pintor, Ein Gott vermags…/Un dio lo può…

 

Ein Gott vermags. Wie aber, sag mir, soll
ein Mann ihm folgen durch die schmale Leier?
Sein Sinn ist Zwiespalt. An der Kreuzung zweier
Herzwege steht kein Tempel für Apoll.

Gesang, wie du ihn lehrst, ist nicht Begehr,
nicht Werbung um ein endlich noch Erreichtes;
Gesang ist Dasein. Für den Gott ein Leichtes.
Wann aber sind wir? Und wann wendet er

an unser Sein die Erde und die Sterne?
Dies ists nicht, Jüngling, dass du liebst, wenn auch
die Stimme dann den Mund dir aufstösst, – lerne

vergessen, dass du aufsangst. Das verrinnt.
In Wahrheit singen ist ein andrer Hauch.
Ein Hauch um nichts. Ein Wehn im Gott. Ein Wind.

Rainer Maria Rilke
da I sonetti a Orfeo

 

Un dio lo può. Ma un uomo, dimmi, come
potrà seguirlo sulla lira impari?
Discorde è il senso. Apollo non ha altari
all’incrociarsi di due vie del cuore.

Il canto che tu insegni non è brama,
non è speranza che conduci a segno.
Cantare è per te esistere. Un impegno
facile al dio. Ma noi, noi quando siamo?

Quando astri e terra il nostro essere tocca?
O giovane, non basta, se la bocca
anche ti trema di parole, ardire

nell’impeto d’amore. Ecco, si è spento.
In verità cantare è altro respiro.
È un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento.

Giaime Pintor

 

da: Rainer Maria Rilke, Poesie scelte e tradotte da Giaime Pintor. Postfazione di Paolo Barbieri, Milano, La Vita Felice, 2012

Enea Roversi, Dalla raccolta inedita “Coleoptera”

Enea Roversi, dalla raccolta inedita Coleoptera

 

Dalla sezione presenze / presente: 

latte ghiacciato

sul marciapiede una macchia, con bianche striature
di liquido rovesciato o di bagnato indecifrabile
si diramano stelle in ambo i sensi sull’asfalto
sembra latte ghiacciato, forse brina dicembrina rappresa
cerco di evitarla, non mi chiedo il perché di questa
mia azione   ma poi è calpestata ormai   la brina
di latte ghiacciato che supera il pensiero
che oltrepassa la volontà di delimitare il
raggio d’azione        un raggio di sole che infine
scioglierà la macchia con scontata dolce efferatezza

 

cronaca e letteratura

non è letteratura non serve è cronaca
il manifesto strappato gronda sangue
si staccano dalle pareti le frasi
non ci manca la rabbia, ci fa difetto
la ragione   è un periodo di transizione
di grovigli inesplicabili e rozzi   non c’è
trasumanazione né organizzazione
un’epoca di subcultura e gastrite
dove le navi annaspano alla fonda
descriviamo la cronaca allora con
dovizia di particolari   lasciamo la
letteratura al conformismo degli
esteti   sia fatta per sempre la
volontà dello stomaco

 

pioggia di rane

e della virtù poi che ne faremo
dei ricordi avvolti nel cellophane
di tutti i fulmini caduti dal
cielo durante i temporali estivi
che ne faremo della sabbia
nelle clessidre          dell’intonaco
che cade a pezzi e dei chiodi
arrugginiti che rimangono su
attaccati a un’idea da nulla
che ne facciamo ora poi
di questa nostra insipienza
degli ululati notturni        della neve
così poco rassicurante   e del sole
nascosto   che cosa ne possiamo fare
dei segnali di pericolo   degli allarmi
delle dottrine rinnegate    possiamo
attendere impassibili o sgomenti
la pioggia di rane   o l’ultima eclissi
che verrà

 

Dalla sezione addizioni e sottrazioni:

ladri di biciclette

come fossimo rimasti immobili, di spalle
dentro un’immagine in bianco e nero
folla di gente muta che non muta
cambiato soltanto l’abbigliamento senza più
quei vestiti sformati e polverosi da neorealismo
ladri di biciclette del terzo millennio
con la forza e la disperazione   un
lacerante soffocato grido   un
misero slabbrato sogno   la
lacrima cristallizzata sul conto finale
la dignità del lavoro (come no)
tutto ha un prezzo   anche l’essere
umano     è questo il conto da pagare (altro…)

Su “Quaderno gotico” di Mario Luzi. Appunti di lettura

Pervaso e percorso da uno stilnovismo che non è solo di forma, e che non sa solo di letteratura, Quaderno gotico di Mario Luzi, apparso la prima volta nel 1946 nel primo numero di «Inventario» e poi nel 1947 per le edizioni Vallecchi in forma definitiva, non è soltanto uno dei piú importanti libri di poesia dell’immediato dopoguerra, ma è anche il piú bel canzoniere d’amore dopo i Mottetti di Montale, non a caso presenti tra le trame del tessuto poetico che Luzi intreccia in queste quattordici poesie.
A un’eterogeneità stilistica fa da contrappunto una ben salda uniformità linguistica, con continui movimenti ascendenti e discendenti che bene rendono la goticità del titolo, disegnando una cattedrale di sentimenti e emozioni che non solo avvolgono l’io ma non escludono il tu che da entità incerta («ombra d’un’ombra» era detto in Avvento notturno) si fa certa («ombra viva»), non solo nell’evocazione e rievocazione, ma nella sua fisicità in absentia («Il volto dell’assente era una spera/ specchiata dalla prima opaca stella/ e neppure eri in lei, era caduta/ fuori dell’esistenza», XIV, vv. 11-14).
Ciò sarebbe sufficiente a giustificare anche la precisa ripresa d’uno stilnovismo tutto cavalcantiano, non dimentico però della lezione dantesca, con le sue impennate e la forte tensione a un’esperienza d’amore che fortifichi l’essere intento a trovare una razionalità anche nell’irrazionale sentimento. Se non fosse che questa tensione, attraversando appunto l’esperienza di Cavalcanti, sfocia inevitabilmente nel desiderio dell’altro e dell’alto, approdando alla grande lezione dantesca; come se Luzi si fosse prefissato di attraversare l’intera parabola stilnovista per narrare la nascita del «Mario irraggiungibile» attesa già dal primo componimento della serie.
Ma i molti echi letterari che s’intrecciano in questo breve canzoniere non devono sviare l’attenzione dal vero centro nevralgico del disegno luziano: l’amore come esperienza totalizzante. Non è una prova di bravura poetica quella che offre Luzi, ma un vero itinerarium in mentis nel quale si cerca di dare le prime risposte, non assolute, a domande assolute, già avanzate nelle raccolte precedenti.
L’aver ridiscusso la propria fede nella letteratura; l’aver esaurito l’esperienza ermetica; l’aver vissuto l’esperienza della guerra; tutto ciò ha messo in forse la figura che l’uomo ha di sé. Ora questo uomo cerca di darsi una nuova vita partendo da un’esperienza totale e assoluta come l’amore, che spinge l’io a tendersi verso un’altra esperienza assoluta: la verità.
Ma se la stagione stilnovista in Montale farà sí che il poeta approdi ai registri petrarcheschi nella Bufera e altro, dove rimane un’apertura alla speranza (cfr. Il sogno del prigioniero), in Luzi si conclude con un risultato certo: l’epifania, dopo «una lunga attesa» di «una figura/ vivida che si spenge in una stanza» (IX, vv. 15-16).
Come ha dimostrato Alfredo Luzi nel suo saggio sulla poesia luziana, «l’importanza basilare del Quaderno nel cammino poetico luziano è proprio nel tentativo di sintesi etica tra natura e mondo della storia, tra realtà immobile ed eventi in movimento».
Quaderno gotico, riprendendo quanto già scrisse Quiriconi, rappresenta l’inizio visibile di un «processo di riappropriazione di una dimensione umana della vita» che riconduce lo stilnovismo nella figura donna-salvatrice a posizioni antipetrarchesche e quindi per diretta conseguenza antimontaliane. Non si ripete in Luzi una tradizione codificata, ma il ‘tu’, non istituzionale, la misura di una precisa dimensione umana raggiunta e desiderata sotto la spinta esercitata dal dolore che comporta questo ritorno a un’esistenza concreta fisica, e non piú solo metafisica, pur rimanendo stabile, anzi accrescendosi, la tensione a ciò che è altro e altrove.
Quello che si va componendo attraverso questi versi è un disegno ottenuto con largo impiego di chiaroscuri: un doppio movimento che dalle tenebre conduce alla luce e che da questa riporta alle tenebre. Anzi, Luzi scopre l’ombra della luce di questa figura femminile che ne ispira il canto: novella Euridice d’un novello Orfeo consapevole di una perdita ma non per questo smarrito e votato all’oblio:

E quando sulla scorta d’un istante
di luce e di delizia ti sciogliesti
nel vento raro fertile di fiori,
ah un soffio sulla fronte era passato,
era tardi, dovevo insinuarmi
nel fitto delle tenebre…
(XIII, vv. 19-24)

Se la morte del padre di Clizia, entrato nell’ombra, aveva spinto Montale a consolare l’amata con uno dei mottetti piú intenti e sofferti, e incluso soltanto a partire dalla seconda edizioni de Le occasioni (1940), qui è l’io-Luzi a «insinuarsi/ nel fitto delle tenebre» sentendosi ormai tutto teso al compimento di un dovere piú grande, che lo costringe a un suo personale descensus ad Inferos dal quale risorgerà per ricercare la parola-luce. (altro…)

Lucia Brandoli, Una minima stupenda (Interno Poesia, 2019)

Lucia Brandoli
Una minima stupenda
Interno Poesia, 2019

dalla Prefazione di Sara Gamberini

Nelle poesie di Lucia Brandoli inquietudine e rassicurazione, un’alternanza continua, senza tensione, di questi due punti dell’universo, del corpo, della materia, di un cuore minimo, minuscolo, del sacro.
Un’onda di pensieri che si ingrandisce e accumula domande, il senso della vita, perché si dice amore, siamo davvero così soli? e poi, perdutamente, da un posto piccolo come un grissino, da una nuvola, la neve, ci raggiunge il conforto. «Per tornare indietro; / respirare l’aria di dicembre / con la bocca». […]
In Una minima stupenda qualcuno prova a non credere più all’amore, a dimostrarsi resistente, consapevole di un’illusione, veloce, capace di fare a meno di tutto, ma prevale uno slancio altissimo, come un’entità, viene a dirci che non saremo mai più soli. Il sacro tentenna nelle nostre vite, sovrastato dalle paure che affiorano di notte, quando ogni sogno significa: ecco, è un desiderio. Ma è questo il suo movimento, un baluginio e poi un bagliore, l’amore che sembra non sostare mai abbastanza vicino a noi. E poi invece arriva una bambina, una rivelazione, una sorpresa «tra le gambe», «ti vedo, / e stavolta è vero», e la luce finalmente rischiara, in una luminosità che sarà eterna, palpabile, una lucina in dono, come sempre accade da tanti di quegli anni, per imparare a tornare da dove la bambina è venuta. […]
Sotto la superficie delle parole, dei pensieri, si può scorgere il movimento preciso, etereo, della paura e dell’abbandono agitarsi e sonnecchiare nel cuore di una poetessa che impara e insieme indica la calma, in un gesto nell’aria, senza certezza, senza indulgenza. «La luna quasi piena / che mi governa le gambe, / i geki – ti amo – / e l’acqua, dentro e fuori».

 

A Clizia, quella sbagliata

a Federica

I selfie coi caloriferi bianchi
nuovi, orizzontali, verticali,
poco in bolla, dietro –
le seste negli occhi –
averceli i compassi,
che misurano il mondo: le gambe
delle donne –
rewind / play / rewind
play / rewind,
avanti e indietro –
dandogli
il suo equilibrio e la sua armonia.
Al mondo
c’è solo una cosa che tutti vogliono:
ed è l’amore. (altro…)

Valerio Grutt, “Dammi tue notizie e un bacio a tutti”. Nota di Claudio Damiani

Valerio Grutt è un guerriero a servizio del bene che combatte non contro un impero, ma per affrontare le sue paure, e capire che la morte è parte naturale della vita. E la poesia è la sua spada laser (sì proprio come quella dei cavalieri Jedi del film Guerre stellari).
Ci vuole “un cuore aperto” ci dice nella poesia posta in limine al libro, un cuore che possa accogliere tutto, anche la morte. Anzi la morte per prima. E la morte infatti arriva subito, e lo scaraventa per terra. Non è la sua, ma quella di sua madre.
Madre e figlio combattono insieme, abbracciati, entrano insieme nella grotta del dolore, come gli opliti greci con le braccia incatenate. Comincia una lunga battaglia, fatta di alti e bassi, che prende tutta la prima sezione, dal titolo significativo Dove non arriva la scienza. La scienza è la Tecnica con la t maiuscola, quella che ha sostituito ogni potere e ogni dio, ma non ha sostituito la morte, checché ne dicano futurologi e futuristi. La morte bisogna ancora affrontarla a mani nude, e a cuore aperto, singolarmente, uno per uno, in singolar tenzone, ci dice Valerio. Ancora dobbiamo essere uomini, e invocare le forze, anzi la Forza (sì, sempre Guerre stellari), sentirla e credere in lei, e usarla soprattutto.
Ed ecco che la battaglia infuria, non c’è più giorno né notte. Vivere è entrare in questa mischia furibonda. L’illusione di scansarla, i miraggi e le promesse della Tecnica, si sfaldano come giganti d’argilla, evaporano come fantasmi. Valerio e i due fratelli sono i soldati, la truppa, la madre è il capitano (non ha una maschera antigas, ma una mascherina di ossigeno). Si assaporano i momenti di tregua, ci si fa forza a vicenda. Ecco la forza esiste, esiste perché viene sentita, ci scopre e ci abita, ci possiede. La invochiamo e entriamo in contatto con lei. (altro…)