poesia

I poeti della domenica #397: Ferruccio Brugnaro, Non si può spegnere

 

NON SI PUÒ SPEGNERE

Il mio grido è una ferita angosciosa
.                   una grande ferita.
Il mio grido è un acido
.                   forte, deciso
entro una quiete millenaria
.                             di frustrazioni
una quiete piena di delitti.
Non chiedetemi, non chiedetemi
.                   di soffocarlo.
È dolore antichissimo
.         di profonde differenziazioni
.                   divisioni
.                   morti.
Non chiedetemelo, non chiedetemelo più.
Il mio grido è amore viscerale
.                   uguaglianza
di tutti gli uomini e i popoli.
Non si può, non si può spegnere.

.

da Ferruccio Brugnaro, Le follie non sono più follie, Seam 2014 e Pellicano 2017.

Maurizio Soldini. Lo spolverio delle meccaniche terrestri – Nota di Enzo Rega

 

DaL_Soldini_Alvino

Il titolo del libro di Maurizio Soldini, Lo spolverio delle macchine terrestri (nota di Giuseppe Manitta, Il Convivio Editore, Castiglione di Sicilia 2019, pp. 184, euro 15,00), ci dà il senso dell’interrogarsi sulla condizione umana all’interno della dimensione terrena (su questa «malmostosa terra», p. 94), in una dinamica caratterizzata dalla finitudine nello scorrere inesorabile del tempo. Una condizione che viene esplorata sia sul piano della quotidianità e delle piccole cose che la riempiono sia su quello teorico della conoscenza e della ricerca che va oltre il dato immediato. Da un punto di vista generale, o esistenziale, e da un punto di vista particolare-concreto, o esistentivo, per dirla con l’Heidegger pur citato in esergo.
Testimonianza di questa ricerca ci è data, oltre ovviamente dalle tante pagine in cui si dispiega, riannodando i fili delle stesse questioni più volte riprese, anche dalla comparsa,quasi a fine libro, dell’espressione «meccaniche celesti», come a raccordare terminologicamente macro e microsistema. Un raccordo che avviene anche grazie alla compresenza nel libro di un lessico alto e a volte specialistico e di un linguaggio basso e colloquiale. Lo mette in rilievo anche Gualberto Alvino (treccani.it/magazine/lingua_italiana, 22 aprile 2019) che ci fornisce rispettivamente questi due elenchi: serpigine, albedo, ipocondrio, metanoia, midriasi, miosi, astenia, disbasia, logica binaria, falbo, basculante, tettonica, vindice, resilienza, stocastici, canniccio, mutacico, gemizi, invitto, cogenza, fabulare, aspergine, antalgia, ischiatiche, giugulo, nistagmo, peronospora, sacertà, allotrio per il primo aspetto; bar, chiacchierare, tettoia, scalino prescia e perfino culo per il secondo. E lo studioso mette in evidenza come a testi surreali e oscuri, vedi La differance, si alternino testi limpidi e scorrevoli, e chiede poi al lettore di decidere quale forma rappresenti meglio il fare poetico del nostro autore.
Di «vivacità stilistica», e quindi possiamo dire di “varietà”, parla anche Giuseppe Manitta nella sua nota introduttiva nella quale ravvisa nella poesia di Soldini anche una «molteplicità tematica […] che avanza per scorci e per visioni», senza però rischio di frammentazione perché l’istanza gnoseologica dà all’opera una sostanziale «unità di ricerca». Anche per Manitta, il dettaglio serve a illuminare il tutto, come chiarisce l’esempio dei cerchi concentrici provocati da un sasso gettato nell’acqua e che fa la propria comparsa in uno dei testi della raccolta.
Mi preme mettere in rilievo però l’aspetto – diciamo così – odeporico del libro, laddove il paese straniero e scognito attraversato è la vita stessa, vista come un viaggio in una tensione continua di oltrepassamento di confini, e di soglie, in un andare (per riprendere Heidegger) su Holzwege, sentieri erranti che si perdono nella selva dell’esistere. (altro…)

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo. Disegni di Francesco Balsamo, Arcipelago itaca 2019

Dal cane corallo (Arcipelago itaca 2019) di Giampaolo De Pietro provengono scatti improvvisi, scarti, attese guardinghe e soprattutto tanto, tanto camminare.
L’autore dei versi dichiara che il Cane Corallo è il cane-meticcio cane-da-caccia Tobia, e già il nome apre la via a una serie di associazioni che vanno dal testo biblico alla serie televisiva in bianco e nero di quando al pomeriggio c’era “La TV dei ragazzi”.
Ma Tobia ha una sua personalità fatta di paure e di attenzioni, di mimetizzazioni – «Il cane corallo/ corteggia ogni cespuglio/ fino a sembrare un gatto (che fa le fusa/ e contro il primo che passa si struscia)» – e di attese in sconosciute scansioni del tempo: «il cane a muso stretto per/ la quiete irriflessa dalla bocca/ aperta di sempre, la lingua pendente/ sua attesa di appendersi all’aria del prossimo/ autunno, chissà che nome hanno le stagioni/ delle sensazioni per lui, il cane».
Nel suo camminare, che alterna i movimenti del battere e del levare, che è cadenzato dal fiato e dal fiuto (oltre il semplice e non sorprendente gioco di parole, vale la pena di indagare su questa “altalena del respiro”), si sollevano, si sprigionano domande. O siamo noi umani a immaginare, a ipotizzare quesiti e interrogazioni, a esprimerli sproloquiando, lingue verbose a fronte delle lingue lunghe, ma mute di idiozie, del cane?
Anche questo interrogativo anima le pagine di Dal cane corallo, ed è un interrogativo legato sia all’incontro tra due dimensioni esistenziali, canina e umana, sia agli strumenti espressivi e comunicativi in senso ampio:

La lunga lingua del cane,
per non sapere dire scemenze,
la lingua lunga dell’uomo,
per l’eccesso – opposto – contrario (altro…)

Maria Benedetta Cerro, La congiura degli opposti (nota di Giuseppe Varone)

 

La congiura degli opposti ossia la traducibilità del silenzio

La volubilità dell’anima basta a reprimere, ad alterare la forza del poeta, che nella sua natura riconosce il segreto della mai effimera brevità di ogni illuminazione lirica, evanescente ma non transiente, giacché permanente nella sua inappagabile perpetuità, come fosse controfigura dell’oblio e memoria che brucia nel gelido fuoco della solitudine.
Nell’opera di Maria Benedetta Cerro – La congiura degli opposti (LietoColle, 2012) – si individua il timbro netto e la forma sciolta, la linea nitida e leggera, come pure la temperanza espressiva che finemente contorna il profilo dell’Es, raggiunto nel senso squisito del suono e del modellato ottenuto in esistenza di pena, sorella della creazione. Ogni stanza possiede un tempo entro il quale appare agevole l’ardua permanenza dell’artificio, che vela e non accompagna le disarmanti virtù, vigorosamente irroranti l’indefinita proiezione dell’esistente.
La Nostra è poetessa che indulge senza tregua alla meditazione sul mondo e le sue sfumature, sull’uomo e le sue molteplici apparenze, nonché sui principi che plasmano il vivente, contemplati dal di fuori e poi serbati nell’enigma della parola: la brevitas e la risonanza trainante di un canto silenzioso, evocativo leggende senza perimetro, narrano la mitopoiesi del suo universale soggettivismo, sussistente nell’istinto della propria diversità.
La tenuità dei sentimenti riecheggia nella pronuncia poetica di ogni segno accorto, ritrovato nell’abisso, dove altri non inclinano; ascesa e amorevole elevazione in un’indicibile lontananza che avvince e ammanta. La realtà scompare e rivive il suo senso, senza regole precorse, vergine come lingua di donna, primordiale e autentica come grandi occhi d’infante. (altro…)

Ivan Hristov, Il discorso continuo (di Luca Benassi)

Ivan Hristov. Il discorso continuo.

Traduzione di Laura Corraducci

Il libro più noto di Ivan Hristov è Poesia americane del 2013, dal quale sono tratti i testi qui pubblicati (tranne Acacia e Zaffiro, che sono tratti da Dizionario dell’amore). Poesie americane è un titolo che rimanda a un’appartenenza geografica, spostando l’attenzione dalla penisola balcanica, alla quale il bulgaro Hristov appartiene, al grande continente oltreoceano, che il poeta ha frequentato lungamente per motivi personali.
Del resto, questa scrittura ricorda certe movenze della poesia statunitense, attraverso la tendenza a raccontare con piccoli quadretti che si offrono in pennellate e brevi scoppi di colori. In questo senso la poesia di Hristov va avanti per fotogrammi, istantanee di vita, offrendo una geografia scarna, fatta di interni di appartamento, un soggiorno, la luce di un tramonto, un lago: «E restammo seduti/ Nel mezzo/ Del tramonto/ Sul lago/ In silenzio.» Si tratta di poesia brevi, verticali, dove il linguaggio è asciutto e diretto, e dove emergono la trasparenza del dettato, il tono disarmante e privo di astuzie linguistiche e di retorica. È una poesia quasi senza aggettivi, assoluta, che per certi aspetti ricorda lo statunitense Carver: il tono è discorsivo, quasi un piccolo racconto dialogato negli spazi immensi e assoluti dell’America. Si tratta di ‘discorso continuo’ che cerca di costruire un flusso – spesso un flusso di ricordi – e richiama un’altra grande esperienza poetica d’oltre oceano, la beat generation, i cui poeti sono citati dal nostro autore: «E stavamo seduti/ Da qualche parte/ Nel nostro piccolo/ Paese/ Nel nostro piccolo vicinato/ Nel nostro piccolo appartamento/ Restavamo seduti in silenzio/ Bevendo/ E poi/ Parlammo/ Parlammo/ Di Allen Ginsberg/ E Charles Bukowski/ E di Jack Kerouac/ E William Borroughs/ E parlammo/ degli anni ‘60/ dei nostri amori/ delle nostre Americhe».
Gli Stati Uniti di Hristov si mostrano come uno spazio mentale, nel quale si addensano le nostre paure, sogni, le speranze compiute e quelle infrante; è un’America nella quale ritrovarsi e poter cogliere gli stereotipi che ci appartengono, affondando le radici nell’immaginario, come nel testo dedicato all’attentato alle torri gemelle, rivissuto cinque anni dopo, attraverso un ricordo che si fa presente.
In questa poesia, tuttavia, non mancano i tentativi del poeta di cercare la sua terra, i riferimenti di bellezza che sappiano orientare e stupire come nel testo Un rosa bulgara. Qui il poeta cerca ‘qualcosa’ di bulgaro Fra Andy Warhol/ E Yoko Ono, fra i simboli accesi dell’America, fra i ready made delle gallerie d’arte che non sembrano offrire bellezza, e la grandezza dei musei di scienze. La bellezza è una rosa, simbolo della Bulgaria ed espressione di sinuosa femminilità e semplice gioia, che sboccia fra le vie tutte acciaio e cemento d’America.
Hristov tenta di avvicinare i lembi dei continenti, fa sussultare la terra, fa incontrare mondi. Nella poesia Bernie il poeta racconta un dialogo sulle differenze fra cattolicesimo e protestantesimo. Anche qui emerge il tentativo di creare una connessione fra i due continenti (anche se la Bulgaria è un paese a maggioranza ortodossa), ricordando l’epoca socialista nella quale l’assenza di Dio era imposta dalla politica.
Nelle poesie di Hristov c’è quasi sempre un dialogo o il racconto di un dialogo. C’è un Tu che si fa noi, si racconta di noi che parlammo, bevemmo, oppure rimanemmo seduti davanti al silenzio di un lago. Questa poesia è un’esperienza collettiva, un piccolo diario d’incontri da appuntare nel cuore e nella memoria per «sollevare il dolore,/ riconciliare le contraddizioni,/ donare la vita eterna a coloro/ che la posseggono.»
Poesie americane è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 2013, in versione bilingue bulgaro inglese. La traduzione dall’inglese dei testi qui pubblicati è di Laura Corraducci.

© Luca Benassi

 

4.5 on the Richter Scale

Per Vladimir Levchev

E stavamo seduti
da qualche parte
nel nostro piccolo
paese
nel nostro piccolo vicinato
nel nostro piccolo appartamento.
Restavamo seduti in silenzio
bevendo
e poi
parlammo
parlammo
di Allen Ginsberg
e Charles Bukowski
e di Jack Kerouac
e William Borroughs
e parlammo
degli anni ‘60
dei nostri amori
delle nostre Americhe
ed improvvisamente
la terra sotto di noi
sussultò
perché avevamo
riavvicinato troppo
i continenti
Vlado
e per questo Dio
ci punì.

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Antonella Rizzo, A quelli che non sanno che esiste il vortice

 

Antonella Rizzo, A quelli che non sanno che esiste il vortice. Prefazione di Roberto Malini, Lavinia Dickinson Edizioni 2019

Incurante, se non addirittura – così a me pare – beffarda di artificiose distinzioni di generi e specie nelle composizioni poetiche, Antonella Rizzo attraversa, esperisce, esprime, fa ‘detonare’, diverse tra le funzioni del linguaggio, quelle, per intenderci, che Roman Jakobson ha individuato come afferenti all’atto comunicativo, nei testi che costituiscono la sua raccolta più recente, A quelli che non sanno che esiste il vortice.
Adopero intenzionalmente l’aggettivo “comunicativo”, giacché fin dal titolo l’autrice non solo nomina i destinatari della sua opera, “coloro che non sanno che…” (funzione persuasiva), ma illumina sul contesto (funzione informativa) e genera curiosità: che cosa è il vortice, ci si chiede, e, ancora, chi è mai l’emittente del messaggio per essere depositario della nozione, dell’esperienza del “vortice” (funzione emotiva)?
Gli strumenti dispiegati nel far brillare la funzione poetica sono ampi, di varia natura, manovrati con abilità e consapevolezza, penne impugnate come armi in una guerra, che da altri viene condotta come «gestazione malata». I versi liberi di varia lunghezza mostrano una sapienza solida circa impianto sonoro e figure retoriche. Tra queste, va evidenziato l’ossimoro funzionale a una poesia che espone e smaschera contraddizioni feroci nell’esistente: «disarmo assassino di gente allo sbando», recita un verso tra i molti che si imprimono nella coscienza di chi legge.
Non c’è artificiosa separazione di ambiti del dire poetico, l’io si trova a essere sia preda – di dubbi, di lacerazioni, di dolore come dimensione permanente – sia regista della rappresentazione (nel teatro stabile e itinerante di vita e poesia), non priva di memoria pirandelliana, di «figure esili in cerca di un dramma solido». (altro…)

Irene Sabetta, Tre testi inediti

Hanoi. Foto di Sandro Gigliozzi

 

Gente di Hanoi

La città nel fiume
emerge a sprazzi dall’acqua verde.
Non chiede pietà e non dorme la gente di Hanoi.
Si muove agile
su ruote di fuoco
lungo la cresta del dragone
e agli incroci delle strade
ognuno segue il suo destino:
una tomba nel campo di riso.
La dama della foresta
è lontana ormai,
si è persa tra le botteghe di souvenir
o è scivolata nel lago
al richiamo della tartaruga.
Buddha è arrivato via terra
tanto tempo fa
ed è ingrassato qui
dove ogni angolo di strada
si riversa nel piatto.
Le donne indossano tuniche
per non scoprirsi
alla luce violenta del sole
e roteano come libellule
sotto sedici giri di bambù.
Le donne di Hanoi
sono libellule e formiche
e come fenici
rinascono dalla pioggia
e la loro pelle è bianca.
I numeri non si contano
ad Hanoi
e l’indistinto tutto
danza in vortice
fino al mare.

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Bustine di zucchero #15: Ghiannis Ritsos

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Ritsos

Di Ritsos è nota la sua attrazione per l’Italia, per cui giunse a visitarla ben otto volte. Alcuni di questi viaggi furono occasione di importanti conferimenti per la sua opera poetica. Proprio nel maggio del 1976 vi si recò per ricevere il Premio Etna-Taormina. Il suo itinerario cominciò da Catania, passando per Taormina, per poi visitare Venezia, Firenze, Milano e alla fine Roma. Da questo viaggio, durato una settimana, uscì un taccuino di poesie, dei versi come frutti maturi, vitali e floridi di metafore, e in calce a ogni poesia Ritsos segnò la città e la data. Se da una parte i paesaggi della Sicilia suggerirono al poeta delle somiglianze con la Grecia («un suggestivo riscontro di identità» dice Sereni nell’introduzione a Trasfusione), dall’altra, nelle città da lui raggiunte, s’innamorò dei monumenti e delle statue. Ritsos scrisse questi versi, come chiaramente indicato, mentre si trovava a Firenze. Le opere d’arte gli fornirono una profonda riflessione sul mondo, come ad esempio il leone, all’ingresso della Loggia della Signoria, che tiene sotto la sua zampa la sfera terrestre («Quanta morte – disse –/sotto il leone di pietra»). In una contrapposizione d’immagini, troviamo chi è indifferente alle espressioni del bello («il turista adolescente/morse la grande mela/sputò i semi sul marmo») mentre il poeta, affascinato dalle sculture di Cellini e Michelangelo, esplora, sonda con occhio meditativo «l’atteggiamento della poesia», la ponderazione statuaria, nota come posa “chiastica” («il piede destro saldo inamovibile/ quello sinistro un po’ più avanti»), quale combinazione armoniosa di storia e bellezza. Avviene così un incontro fra l’osservatore e l’opera. Ritsos trova l’incastro «tra qualcosa che appare al primo sguardo, e un significato più arcano, profondo, che solo l’occhio del poeta esplora e divulga» (Savino), coglie con destrezza il simbolo, lo medita sulle rive della parola e, con naturalezza, coniuga immagine e senso. Il presente, sebbene assorbito nella sua modernità, mantiene sempre le radici nel passato. Ritsos si fa quindi scultore di lettere e suoni, artigiano del suo tempo, ma con uno sguardo alla storia dell’uomo. In una posa, in una forma è possibile ritrovare un equilibrio vitale, come «una vena in tensione sotto il marmo», ed è lo stesso equilibrio della poesia, la bellezza che può ancora salvare nella quotidianità. 

Bibliografia in bustina
G. Ritsos, Trasfusione (poesie italiane), Torino, Einaudi, 1980 (Introduzione di V. Sereni, traduzione di N. Crocetti), p.53
E. Savino, N. Crocetti, «Ghiannis Ritsos. Molto tardi nella notte», sulla rivista Poesia n. 284 Luglio/Agosto 2013 (traduzione di N. Crocetti), p. 3.
L’editore Crocetti ricorda Ritsos. Intervista a Nicola Crocetti pubblicata su La Repubblica edizione di Parma in data 14 gennaio 2015, consultabile a questo link.
Amanda Skamagka, Il viaggio di Ghiannis Ritsos in Italia tra antichità e modernità, tra bellezza e sensualità, presente in A. Berrino e A. Buccaro, Delli Aspetti de Paesi. Vecchi e nuovi Media per l’Immagine del Paesaggio: Costruzione, descrizione, identità storica – Tomo I. Napoli, Federico II University Press, 2018, p. 1071-1077.

I poeti della domenica #396: Roberto Lamantea, t’innevi/ in azzurri lacustri e rari

 

.                                    t’innevi
in azzurri lacustri e rari,
fiumi di cere e nevi
in lumi e ori,
da rive m’inorli,
da luce azzurra invaghita,
là nel selvoso manto
di neve smarrita, e di gioielli il bosco
contempla rami e pini;
t’innamori d’aria appassita
come un ciclamino.

.

Roberto Lamantea, in Xilofonie, 1994

I poeti della domenica #395: Roberto Lamantea, Se la dolcezza è delicata mimosa

 

Se la dolcezza è delicata mimosa
la ferita sanguinerà quarzo,
la memoria oscillerà da rèsine e cere.
La bellezza si specchia in pugnali d’oro.
L’alba gelata, le rose selvatiche,
i cardi velenosi lo sanno.
.

31-XII-1978 ore 21.35

 

Roberto Lamantea, in Xilofonie, 1994

Giovanni Peli, Onore ai vivi. Nota di lettura di Michele Paoletti

Di fronte a sedici millimetri di vita altra che sarà, Giovanni Peli sceglie di cantare in maniera lucida e onesta e lo fa con parole crude e affilate. Canta la nascita, canta il desiderio, l’attesa e non la speranza e attraverso il canto cerca di riportare la parola alla sua origine, ad una nudità, una sorta di magma primordiale. Da questo magma ha origine la poesia, poesia che è vita – deve necessariamente esserlo – e non letteratura, pena la sua perdita di senso, di contatto profondo con la realtà: onorare i vivi è dunque cantare della vita stessa tenendo presente che ciò che scriviamo esiste da prima.
Onore ai vivi è anche una critica ad un certo tipo di poesia fine a sé stessa, morta nel momento in cui lascia traccia sulla carta, incapace di attraversare il foglio, di bucare la realtà; una poesia che onora soltanto chi la scrive, non è catastrofe dubbio eterno ma semplice esercizio. La poesia secondo Giovanni Peli deve necessariamente essere un atto rivoluzionario, così come lo è la vita nella pancia di mia moglie, perché il libro racconta anche questo: in verità arriva un figlio – scrive Peli – hai paura di non saper scrivere dopo di lui.
L’Altro – i sedici millimetri di ecografia – contiene in sé una potenza distruttrice e generatrice, già si colloca in uno spazio bianco, una distanza irraggiungibile, incolmabile, può scegliere se vivere/ o occupare il suo posto nel mondo. Il poeta-padre decide dunque di regalare terra fertile da coltivare, come scrive Giulio Maffii nella prefazione, consegnare un mondo imperfetto così com’è, con le sue innumerevoli trappole, i luoghi comuni e altre truffe, dove massimo non significa migliore, dove nascere non è una colpa e neppure sopravvivere.

© Michele Paoletti

 

1

dici cantiamo ancora
abbiamo distrutto a sufficienza
così la voce torna
da pulsazioni di roccia
cosa canteremo
non come i vecchi poeti
travestiti di nuovo
non come l’intelligenza artificiale
che imita il meglio di noi
canteremo il desiderio
pericoloso
ancora e ancora

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Nino Muzzi: La sera del poeta (Trakl)

La sera del poeta

C’è un’ora, quella della sera, che contiene per Trakl il momento in cui il mondo appare più vero, pur nella sua crudezza e malinconia.
Trakl, al pari di Hölderlin e di Rilke, ha avuto la ventura di passare sotto l’analisi critica di Heidegger, il quale vi ha trovato quel che vi ha cercato: la lingua (die Sprache, intesa come “la parlata” di un popolo o di una etnia). Con questa impostazione filosofica e filologica ogni poeta incorso appunto nella ventura heideggeriana, si fa oggettivamente portavoce di qualcosa di più grande di lui, di cui lui diventa il tramite inconsapevole.

Una biografia non produce poesia

Rivelare al lettore che un poeta, nato da famiglia agiata e numerosa, si sia invaghito della sorella fino all’incesto, che abbia fatto uso di droghe e sia morto suicida di un’overdose, distendendo il tutto su un tratto di Storia civile (per esempio sul periodo che include la Grande Guerra), non riesce a spiegare quasi niente della sua produzione poetica. La biografia del Nostro purtroppo è stata chiamata troppo spesso in causa per spiegare i moti del suo animo e le sue scelte poetiche, come d’altronde le sue esperienze di guerra sono state prese per cause del suicidio che invece era stato da tempo maturato e annunciato.
D’altronde ogni strada intrapresa dai critici al fine di un’esegesi risolutiva della poesia di Trakl si è conclusa con le parole di Rilke: «Wer mag er gewesen sein?» (Chi mai potrà essere stato?).
Una disamina completa delle varie posizioni critiche su Trakl venne poi intrapresa per il centenario della nascita del poeta da Fausto Cercignani in un convegno organizzato nel 1987 alla Statale di Milano. Cercignani, comunque, dopo aver esposto tutte le posizioni altrui, tentava una sua propria interpretazione evocando la figura di Elis, il fanciullo cantato da Trakl. Sarebbe stata questa l’immagine che ci avrebbe permesso di penetrare nel mondo di Trakl, che era quasi programmaticamente precluso al lettore.
Noi pensiamo di penetrarvi evocando l’immagine della sera.

La sera senza simbologie

La sera ci richiama alla mente il famoso sonetto del Foscolo che ne esplicita – forse fin troppo – i significati simbolici. Noi non pensiamo però che la sera di Trakl si debba interpretare su quella falsariga. Pensiamo piuttosto che il poeta ci abbia regalato delle stupende atmosfere serali che non sono affatto scevre da un carattere naturalistico né da un’aura di reminiscenza personale:

Passeggiata attraverso un’estate morente
accanto a manne di grano ingiallito. Sotto la volta imbiancata,
dove la rondine entra ed esce sfrecciando, bevemmo vino generoso.

Forse non si è riflettuto abbastanza su quanto sia importante certo paesaggio per un occhio austriaco. Basta scorrere le pagine di Musil per capire in che modo quell’occhio legga il paesaggio, al di là della famosa frase dell’autore de L’uomo senza qualità per cui “La montagna d’inverno e il mare in piena estate sono le due grandi prove dell’anima”. Quella particolare lettura di quel certo paesaggio, che in fin dei conti va inteso come terra dei padri, sbocca sempre in una visione filosofica, mentre, al contrario, la visione del filosofo non saprà mai ripercorrere quella lettura partendo dalle sue categorie di pensiero. Per questo la visione heideggeriana rimane esterna alle ragioni poetiche di Trakl. Il poeta parte da un sentimento di esilio che gli nasce dalla visione di un determinato paesaggio urbano, e quindi si definisce “esule”, mentre Heidegger parte dal concetto di “esule” e lo applica a Trakl.
Sentiamo il poeta:

Voi grandi città
costruite di pietra
nella pianura! Così muto segue
il senza-patria
con fronte bassa il vento,
gli alberi spogli sulla collina.

Il poeta risale quindi sempre dall’immagine al concetto:

– Il bosco che disseccato si allarga –
con ombre intorno, come siepi di rovi.
La selvaggina esce tremante dai covi,
mentre un torrente silenzioso sgorga
e fra le vecchie pietre segue felci
e brilla argenteo fra intrecci di foglie.
Tosto il suono in buie gole si coglie –
forse già brillano in cielo le luci.

È chiaro che qui il percorso è quello di cui parlavamo sopra: le siepi, il torrente, le felci, le foglie e tutti gli altri elementi naturalistici -che fanno anche pensare ad un Trakl impressionista- nell’ora della sera vanno trasformandosi in qualcosa di astratto e concettuale, in qualcosa che perde fisicità e diventa sentimento e idea al contempo. Quindi niente di definitorio a priori che poi si vada sciogliendo in immagini poetiche: questo percorso non è di Trakl. (altro…)