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La notte ha il colore delle palpebre del morto: Alejandra Pizarnik, “La figlia dell’insonnia” (a cura di Annachiara Atzei)

Mel Bochner, Language is not trasparent

 

Infanzia e morte, memoria e presente, reale e irreale, voce e scrittura: c’è in Alejandra Pizarnik una costante scissione e, allo stesso tempo, la tensione salda alla ricomposizione del sé e al ricongiungimento della parola poetica col dire esatto.
Queste sono le opposte coordinate della raccolta La figlia dell’insonnia (Crocetti Editore, 2020) in cui convivono il dolore estremo e l’estremo amore, quello verso il quale si tenta continuamente di spingersi perché mai colmato. L’amore è speranza e paura al contempo: lo strappo che ne deriva costringe alla difesa, a una retrocessione dalla vita, ma è capace di distogliere dall’aspirazione alla morte che pure caratterizza l’intera opera. “Sull’altra sponda della notte/ l’amore è possibile” scrive l’autrice, e questo suo punto di vista la lacera e la sdoppia, fino alla follia.
E, forse, la follia che percepisce la poetessa sta proprio in questo, nell’ipervisione e nel pericoloso avvicinamento al limite della parola fino a dubitare del vero e fino a renderla consapevole che qualcosa sfugge sempre al tentativo di nominazione, o almeno a uno sguardo razionale. Scrive Pizarnik: “Eppure piangi funestamente ed evochi la tua follia e vorresti perfino estrarla da te come se fosse una pietra, lei, il tuo solo privilegio”. Il privilegio della poetessa argentina, talvolta da lei addirittura rifiutato, è la capacità – mai del tutto appagante, per sua stessa ammissione – di dare un nome alle cose e di trovare la giusta chiave per dischiuderne il senso profondo raccontando una veglia che è anche il segno di una allerta tenace e di un infaticabile impegno di comprensione del mondo: “Io ero predestinata a nominare le cose con nomi essenziali”, scrive, e ancora: “Ciò che voglio è onorare la proprietaria della mia ombra:/ quella che sottrae al nulla nomi e figure”.
La scrittura diventa, dunque, il mezzo per riappropriarsi della realtà e per recuperare ciò che
esiste oltre le etichette e oltre una quotidianità che la poetessa considera una ipocrita facciata. La notte diventa l’immagine di questo sforzo, o meglio, diventa il luogo del passaggio, dell’attraversamento nel quale lei spera più che in ogni altra cosa: “Tutta la notte faccio la notte. Tutta la notte scrivo. Parola per parola io scrivo la notte”. Ogni volta che usa il termine “notte” lo carica del suo massimo significato e ne fa – come sosteneva Pound nel suo Ars poetica – vera poesia.

Il cuore pulsante del suo lavoro è proprio il tentativo di ritornare all’uno, di far combaciare
origine e divenire. Lo strumento per farlo è la parola – il linguaggio intero – usata con l’ambizione della precisione massima – cara all’autrice e amica Cristina Campo – che le è consentita dalla totalizzante attenzione per ciò che la circonda. Come nell’acqua il vortice coesiste al flusso, spiega Agamben nel saggio Il fuoco e il racconto, così i nomi sono vortici nel divenire del linguaggio: seguendo questo schema, Pizarnik vi si immerge, getta le parole nel gorgo e le ritrova come nomi. E lei stessa scende nel vortice, come frammento dell’inizio, fino a scomparirvi per prima.
Ci sono, poi, disseminati nei versi, dei non-luoghi ripetuti come mantra: il giardino, il bosco, i
lillà, i lupi grigi, il corpo e il silenzio, sono solo alcuni dei simboli di una poetica inconfondibile
che, per definizione, evocano, richiamano, alludono a qualcos’altro che sta al lettore individuare o immaginare. Attraverso queste figure emblematiche, oltre a quella dell’infanzia, della parola e della morte, la riconosciamo e la riportiamo alla mente, come dai tratti di un volto distinguiamo una persona frequentata a lungo. E se anche talvolta a prevalere sono le emozioni dolorose, d’altra parte ci rassicura ritrovare ciò che abbiamo conosciuto.
Di certo, l’impressione che lasciano questi testi è quella di un immaginario surreale e pieno di
ombre; il desiderio, quello di continuare ad ascoltare un grido che la poesia ha il potere di
custodire all’infinito.

A cura di Annachiara Atzei


Cinque poesie da La figlia dell’insonnia (Crocetti Editore 2020)

La notte

Della notte so poco
ma di me la notte sembra sapere,
e più ancora, mi assiste come se mi amasse,
mi ammanta di stelle la coscienza.

Forse la notte è la vita e il sole è la morte.
Forse la notte è nulla
e nulla le nostre congetture

e nulla gli esseri che la vivono.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nel vuoto enorme dei secoli
che ci graffiano l’anima coi ricordi.

Ma la notte conosce la miseria
che succhia il sangue e le idee.
Scaglia l’odio, la notte, sui nostri sguardi
che sa pieni di interessi, di incontri mancati.

Ma accade che la notte, né senta il pianto nelle ossa.
Delira la sua lacrima immensa
e grida che qualcosa è partito per sempre.

Un giorno torneremo a essere.
*

Albero di Diana

lei si spoglia nel paradiso
della sua memoria
lei ignora il destino feroce
delle sue visioni
lei ha paura di non saper nominare
ciò che non esiste
*

Rivelazioni

Di notte al tuo fianco

le parole sono cifre, sono chiavi.
Il desiderio di morire è sovrano.

Che il tuo corpo sia sempre
un amato spazio di Rivelazioni.
*

Presenza

la tua voce
in questo non potere potersene uscire le cose
dal mio sguardo
mi spossessano
fanno di me un vascello in un fiume di pietre
se non è la tua voce
pioggia sola nel mio silenzio di febbri
tu mi liberi gli occhi
e per favore
parlami
sempre
*

Lanterna sorda

Gli assenti soffiano e la notte è densa. La notte ha il colore delle palpebre del morto.
Tutta la notte faccio la notte. Tutta la notte scrivo. Parola per parola io scrivo la notte.

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