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“Sono io la mia fotografia!”: Vivian Lamarque, “L’amore da vecchia” (a cura di Annachiara Atzei)

 

L’amore da vecchia: Vivian Lamarque sceglie di dare all’ultima raccolta di poesie (Mondadori) un titolo schietto così come schietta è la sua scrittura. Aperta e chiara fin dalla copertina, l’autrice non lascia spazio all’interpretazione e con due sole parole traccia i bordi del suo pensiero. E, a ben vedere, questa decisione dice molto di una poetessa la cui inconfondibile voce, a tratti infantile – nel senso più nobile che al termine si possa dare – è la stessa che risuona in tutti i testi. Nel sostantivo “vecchia” c’è la sincerità dei bambini e il loro naturale istinto di nominare le cose per ciò che sono, per l’esperienza che di esse fanno nell’istante iniziale. E avverte il lettore con le parole di Orazio: ciò che racconta con questi versi riguarda tutti: “Mutato nomine, de te fabula narratur”.
Da subito, dichiara di quale amore si parla nel libro: un bene diffuso verso le persone e le cose, non solo per gli uomini che hanno fatto parte della sua vita. In questo lavoro, infatti, si abbandona sia alla tenera descrizione degli innamorati recenti e passati – di cui ammette di confondere ormai i tratti – sia dei familiari, delle piante del balcone di casa, di scene di film prediletti e dei paesaggi che ha osservato durante i lunghi viaggi in treno, e lo fa attraverso immagini talvolta commoventi: “Quando facevate i compiti in costume da bagno/(…) erano millenni fa ma/ colpo di fortuna (…) ora io vi guardo/ e riguardo finché mi pare voi due e il mare (di occhi/ azzurri tutti e tre) anche nell’aldilà me lo porterò/ il mare con le sedie del Lido con su
seduti voi”.
Ogni pagina trasmette – non senza un retrogusto malinconico – la sua sete di vita: “Ma quasi finita cosa?/ Intendi questa estate vero?/ Non la vita!”, scrive, e lascia trasparire, ancor di più alla sua età, la voglia sconfinata di rinascere: “Se fosse un libro da leggere/(…) ma non desiderasse giungere al finale,/ come fare?/ smettere di leggere?/ No, ricominciare!”.
Lamarque si domanda quale sia il segreto di ciò che verrà dopo e vorrebbe tentare di strapparlo a chi ci lascia, nell’attimo stesso in cui il suo respiro cessa: “Appena hanno chiuso gli occhi appena/ appena li hanno chiusi gli occhi/ e un filo di fiato credo/ ancora in bocca resta/ cerco di carpirlo il segreto dei segreti”. Per sé, invece, esprime un desiderio: quello, un giorno, di prendere il volo: “Cremarsi o seppellirsi?/ Deve pur esserci/ una terza via!/ Per esempio prendere il volo/ un jet o una rondine/ volare via…”. Concede, infine, spazio al sentimento per la poesia: autobiografia e poesia non possono mai separarsi: in questa vita, in mezzo a tutto il resto, scrivere è àncora di salvezza e le parole sono un esercito fidato: “non lasciarmi mai, Alfabeto”.

 

Vivian Lamarque by Dino Ignani

Lei è la sua stessa origine, o forse l’idea di una propria forza primitiva la riscatta da un trascorso duro che trova l’occasione di venire alla luce in questi componimenti, ma che non è mai motivo di risentimento nei confronti dell’esistenza. Parlare di sé, dall’infanzia spezzata fino ai dubbi che la morte pone, è forse il modo che l’autrice ha scelto per mantenere un’identità forte e priva di contaminazioni pur se radicata in un passato complicato durante il quale la ricostruzione personale ha richiesto una difficile ricerca, non solo interiore.
Ora, presente e memoria si alternano tra loro mentre la bellezza del quotidiano convive con ricordi amari e, nonostante ciò, in questi testi permangono grazia e leggerezza, quasi come se chi scrive mantenesse sempre una sorta di candore. In questo, c’è corrispondenza con i versi della poesia Senza titolo di Attilio Bertolucci, la cui ispirazione appare sempre attraversata da lontane reminiscenze, che dice: “Questo raggio che obliquo ti ferisce/ è ancora giovinezza, ancora ancora”: anche nella nuovissima produzione, la poetessa di origini trentine ricuce ogni strappo con un filo delicato e multicolore, come ricco di sfumature appare il suo io la cui lacerazione è feconda e consente uno sguardo benevolo sulle cose.
Com’è, allora, l’amore da vecchia? Lamarque dà la sua risposta: guardare la vita con l’innocenza dei bambini, vederla da adulti – al di là delle ferite – con continua meraviglia.

 

A cura di Annachiara Atzei


Cinque poesie da L’amore da vecchia (Mondadori, 2022)

 

I nomi degli amanti

Confondere i bei nomi
degli amanti? Pronunciarli al momento
giusto con il nome sbagliato?
Chiedo perdono all’Olmo
quando lo chiamo Faggio
e al Frassino quando lo chiamo
Acacia, quando si offese il Carpino
quando non lo riconobbi
a voltarsi di là umiliato lo aiutò il vento.

Mi perdoni il Larice che l’ho chiamato Abete
e l’Abete che l’ho chiamato
Pino, alle conifere tutte chiedo scusa

e perdono chiedo ai fidanzati

Tutti dimenticati?
No, i loro nomi ho ancora dentro bene
incisi, ma come per nebbia
confondo un poco rami e mani, colore
delle foglie e dei capelli.
Oh presto saremo boschi tutti quanti insieme?
Avremo cuori d’erba? di radici?
Orfei ed Euridici indietro vòlti
non ti vedremo mai più luce del sole?
Saremo presto boschi tutti quanti insieme?
da una vita passeremo a un’altra, dove? come?
privi dell’azzurro della neve?
privi dell’amore nelle vene?
*

Se dietro le fotografie

Se dietro le fotografie non scriviamo nomi
e cognomi, già nel giro di due
generazioni sarà tutto un coro
un infinito coro di chini sulle foto
a dire e questo? e questa? e questo
bambino? fratello? cugino? ma di chi?
Nelle stagioni delle finestre spalancate
Usciranno nell’aria infiniti echi
di domande, di punti di domande.
E questo? e questa? forse uno zio
lontano? una lontana zia?
Ma quale zia e zia!
Ero io io io!
Sono io la mia fotografia!
*

Treno di dentro

Quando nel finestrino di notte nel treno
non vedi fuori vedi dentro
lo scompartimento, strani incontri
puoi fare con questa vecchina occhialuta
rotonda stupita che tiene in mano un’erbetta
nel frattempo appassita, che scrive
qualcosa di continuamente spezzato
che va sempre a capo e intanto rosicchia
che cosa? dita? noci ? matita? nel finestrino
si specchia, aggiusta frangetta, rosicchia
qualcosa rosicchia che cosa? dita?
matita? la vita?
*

Carta da ricalco

Sul vetro terso della finestra con carta-ricalco
e affilata matita di ricalcare lei tenta della vita
ogni singolo giorno non manchi un’alba all’appello
né un mezzogiorno.
Ben tesa la carta? Combaciano disegno
e contorno? Oh che non manchi quel minuto
quell’ora, che non manchi nessuna, che nel ricalco
non sposti la luna.
Che non si perda neppure lo spuntare del tram
da lontano, quel volo da quel ramo a quel
ramo, con le dita conto e riconto che non si perda
un secondo del mondo.
E con l’udito ricalca pompieri ambulanze sirene
e del merlo il fischiare e di Guappo giù in strada
l’educato sottovoce abbaiare
e il sottile righìo che sul vetro fa la matita
il dolce rumore, caro Sandro Penna, della vita.
*

Esercito

Al bisogno faccio l’appello
le nomino le convoco e loro accorrono
in punta di gambette, di curve,
di occhielli, loro le lettere
a formare parole, le rifiutate
si ritirano mogie con la coda
tra le gambe, le prescelte si allineano
lì dove le metto, anzi non lì, là, anzi
qua, in riga! attente! riposo! a capo!
ordino al mio esercito fidato.
Per ora fidato.

(non lasciarmi mai, Alfabeto)
*

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