Marilia Mazzeo, Alla scoperta di Pier Maria Pasinetti

Già anni prima di stabilirmi a Venezia, da adolescente, rimasi folgorata dal romanzo di Pier Maria Pasinetti Rosso veneziano, che trovai nella libreria di casa: il suo esordio e il suo più grande successo. Ambientato nel 1938, il romanzo presenta un gruppo di famiglie dell’alta borghesia veneziana, unite da una complessa rete di amicizie, parentele, pettegolezzi e ricordi, screzi e rotture, nel clou dell’era fascista; al centro la famiglia Partibon, e il ragazzo Giorgio, probabile autoritratto di Pasinetti. Un romanzo perfetto, scritto e strutturato in modo magistrale, dotato di una trama avvincente e di un finale inatteso; romanzo che rappresenta efficacemente un ambiente e un’epoca, con intensa partecipazione e al tempo stesso con distaccata ironia; ma a colpirmi furono soprattutto i dialoghi, che ancora oggi trovo fra i più naturali, realistici, spontanei e divertenti che abbia mai letto, nella mia ormai lunga carriera di lettrice.
Qualche anno dopo ero a Venezia, iscritta all’università. Tornai a rileggere Rosso veneziano e lo trovai ancora più bello, avendo davanti agli occhi quei palazzi, quelle gondole, quelle altane che Pasinetti aveva tratteggiato così bene, con la familiarità di chi ci è nato e cresciuto in mezzo, privo del tono di incantata meraviglia con cui sempre si descrive Venezia in letteratura – al più con un fondo affettuoso, ma affatto retorico.
Indagai e scoprii che Pasinetti fu un intellettuale cosmopolita, visse in Inghilterra, in Germania, in Svezia e poi molto a lungo negli Stati Uniti, corrispondente del Corriere delle Sera e insegnante di letteratura, e negli Stati Uniti ebbe molto più successo che in Italia – dove i suoi libri furono sempre pubblicati da grandi editori, Bompiani, Rizzoli e Marsilio, e due di essi furono finalisti al premio Campiello, nel 1968 e nel 1983. Decisa a leggere tutta la narrativa che è stata scritta su Venezia, fra le altre cose recuperai – con difficoltà, perché sono fuori stampa – altri libri di Pasinetti, prima, su una bancarella, Il ponte dell’Accademia, dove ritrovai con gioia i Partibon, poi lo splendido Dorsoduro, alla libreria Marco Polo, quando si trovava a san Giovanni Crisostomo e vendeva libri usati, e più tardi, grazie all’avvento del web, altri ancora sul sito Maremagnum; constatai che in tutti i romanzi di Pasinetti tornano gli stessi personaggi, in tempi e età diverse, di volta in volta come protagonisti o come comparse, di modo che l’insieme è come un ritratto corale dell’antica e solida borghesia veneziana. Ma poi, a ben guardare, la sua è una rappresentazione che va ben oltre i confini della città: la collocazione geografica e l’identità culturale servono solo a rendere più autentico e vivo, nei dettagli e nelle parole così azzeccati e così veri, un ritratto tutt’altro che provinciale, un ritratto che è in realtà della borghesia universale.
Mi pareva impossibile che un autore tanto bravo fosse stato così presto dimenticato, fuori della Facoltà di Lettere di Ca’ Foscari. Nessuno di mia conoscenza lo aveva mai letto; al massimo, se capitava di fare il suo nome a un veneziano, mi si rispondeva: “ah, sì, credo sia il fratello di Francesco!”. Scoprii così che lo scrittore Pier Maria era fratello del più noto Francesco Pasinetti, regista.
Dopo l’università decisi di rimanere a Venezia, e cominciai a mia volta a scrivere e a pubblicare. In quegli anni lessi il penultimo romanzo di Pasinetti, uscito nel 1996 e finalmente reperibile in tutte le librerie. Scrivendo le cose mie, tentavo un pochino di imitarlo, di riecheggiare i suoi formidabili dialoghi, ma era (purtroppo, per fortuna) impossibile, come è sempre impossibile imitare lo stile dei grandi. Si intitola Piccole veneziane complicate.

Venezia è una strana città: non è particolarmente estesa, si va molto a piedi per luoghi stretti eppure succede che passino anni senza che ci si imbatta in una data persona.

Sapevo che Pasinetti era tornato dagli USA: ero acutamente consapevole che dividevo con lui la città, i campi, le calli, i canali, e ne ero felice. Non che avessi modo di imbattermi in lui; in primo luogo era molto anziano e viveva di là dalle spesse mura dei ricchi palazzi, per me inavvicinabili; in secondo luogo fotografie sue non ne avevo mai viste, non l’avrei dunque riconosciuto per strada, né sapevo dove abitasse precisamente. Mi bastava tuttavia sapere che anche lui “andava molto a piedi per luoghi stretti”, calpestando gli stessi ‘masegni’ che calpestavo io.
Due volte ancora Pasinetti parlò in pubblico a Venezia. Nel 1999 fummo addirittura, che immenso onore, colleghi, per così dire, in un ciclo di incontri letterari organizzati dalla Marciana. Non vedevo l’ora di assistere al suo, e invece mi trovai impegnata, quel giorno, fuori città. Poi ancora nel 2005, un anno prima di morire, presentò un ultimo romanzo all’Ateneo Veneto; e di nuovo, con grande disappunto, non potei andare all’evento. Così non ho mai visto la sua faccia, non l’ho mai sentito parlare. Non smetterò mai di rimpiangerlo. Non smetterò mai di rileggere i sette libri che ho, e di cercare quelli che mi mancano.
D’altra parte, a volte penso che sia stato meglio così. Come a tutti i lettori appassionati, mi è capitato di rimanere delusa ascoltando uno scrittore, o leggendo la sua autobiografia. Meglio lasciar fare al Caso. Recentemente mio marito, che è restauratore di legni antichi, si è trovato a lavorare in un famoso e sontuoso appartamento sul Canal Grande, opera di Carlo Scarpa, dimora fino a poco tempo fa della contessa Balboni, che abbiamo scoperto essere la vedova di Francesco Pasinetti e dunque cognata di Pier Maria. I nuovi proprietari, svuotando l’appartamento, hanno buttato montagne di libri vecchi, e mio marito me ne ha portato qualche scatolone. Uno di questi era pieno di copie intonse dei suoi romanzi Marsilio, Melodramma e Piccole veneziane complicate. Nulla di strano che Pier Maria frequentasse la casa del fratello, e che vi abbia portato alcune copie perché Francesco ne avesse da regalare agli amici, come si usa. Un poco più strano che quello scatolone, fra tanti e tanti altri, sia giunto in mano mia, fra cinquantamila veneziani forse la sua più grande ammiratrice.
Lasciamo fare al Caso, che è spesso emozionante; lasciamo i rimpianti, e limitiamoci a tener viva la sua memoria.

© Marilia Mazzeo

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