«Faremo solo i libri che ci piacciono molto». In ricordo di Roberto Calasso (di Fabio Libasci)

Roberto Calasso in uno scatto fatto a Maiorca in occasione dell’intervista per Spanish News Agency EFE nel 2016.
«Faremo solo i libri che ci piacciono molto». In ricordo di Roberto Calasso
di Fabio Libasci

La morte di certe persone ci sconvolge perché ci costringe a pensare che appunto erano mortali, così quando arriva la notizia della morte di Roberto Calasso la prima reazione è l’incredulità: come può colui che aveva dato vita a una creatura che speriamo immortale, morire? Lo credevamo eterno, chino a scovare chissà quale meraviglia, quale libro unico, quale autore d’improvviso amico e ci accorgiamo che non sarà più. Poi, nello stesso giorno, quasi beffardamente, escono in libreria due suoi libretti nella Piccola Biblioteca, Bobi e Memè Scianca e allora via a precipitarsi in libreria dove già la vetrina principale è colma dei suoi libri, con la sua foto sotto la quale in nero appare la scritta: grazie. E lo ringraziamo davvero Calasso per averci portato libri unici da universi a volte lontanissimi, per quell’opera che egli stesso andava componendo come autore.
È soprattutto su questi due ultimi libretti che vorrei dire qualcosa, omaggio all’infanzia di Adelphi e alla propria. Da un lato c’è Bobi, Roberto Bazlen, profilo di luce imprendibile, consulente editoriale, l’essenziale che Calasso andava cercando nella Roma dei primi anni ’60, dall’altra ci sono i libri, l’unica cosa che importava davvero. A Bazlen Calasso si ispirò sempre, fedele a quell’adagio dell’amico pronunciato nei giorni in cui Adelphi stava per vedere la luce: «Faremo solo i libri che ci piacciono molto».[1] Bazlen di quei libri ne vide pochi ma il progetto rimase invariato. Ancora oggi, chissà se ancora per molto, Adelphi è un catalogo di libri unici che pure stando accanto non smettono di vibrare con una voce singolare; ancora oggi Adelphi è soprattutto un catalogo di riscoperte, di autori ritradotti, si pensi al caso Simenon su tutti.
E poi c’è Memè Scianca, i frammenti di ricordi attraversati da buchi di Calasso, la Firenze in guerra, il mondo dell’infanzia perduto e ora minacciato dall’oblio e che perciò va in parte salvato. Ammette Calasso che «ciò che ci è più vicino ha bisogno di una via tortuosa per arrivare a mostrarsi»[2] e per questo gli siamo grati. Nelle pagine rivive la Firenze occupata poi liberata, gli americani, Giorgio La Pira e ovviamente i libri, la lettura, «la possibilità di immergersi in un libro con la stessa intensità che si sperimenta nel gioco»,[3] la notte memorabile leggendo Cime tempestose e i turbamenti scatenati dall’edizione illustrata da Gustave Doré dell’Orlando furioso. E poi e soprattutto la Recherche, chiesta in dono insistentemente: «sul frontespizio di tutti e tre i volumi scrissi con fierezza – e ancora barbaramente a penna – il mio nome seguo dalla data: Natale 1954».[4] A un certo punto ci si chiede perché quel titolo, chi è quel Memè Scianca. Presto Roberto Calasso decise di chiamarsi così, nome tutt’altro che lusinghiero; più tardi scoprirà che Memè era un soprannome del barone di Charlus, che scianca in sanscrito significa invece conchiglia. Se perforata la conchiglia veniva usata per il suono che emetteva come una tromba, la stessa che per oltre cinquant’anni ha suonato Calasso da editore, sparigliando le carte nel tavolo editoriale nazionale e no. Editore di sinistra che pubblica libri che sembrano andare a destra, un laico che pubblica molti libri intrisi di spiritualità.
In Memè Scianca c’è il Calasso che sarà, la passione per i gialli che divora prendendoli in prestito al Gabinetto Vieusseux, e Baudelaire i cui Fleurs du mal nell’edizione Crès del 1930 cerca di sottrarre alla biblioteca del nonno; saranno suoi solo alla morte della madre. E poi libri e ancora libri, quelli di Seeber con i tavoli occupati da libri francesi perlopiù Gallimard e quelli feriti con un tagliacarte nella biblioteca del padre. L’immenso amore per i libri di Calasso non cela una qualche ostilità. E poi la guerra, l’arresto del padre, un doppio nome da portare addosso per scampare alla morte e ancora una sorta di apprendistato indiretto in «La Nuova Italia», della quale il nonno era editore e poi quasi null’altro: il resto faceva già parte di quell’oggi eterno, stampato nel numero dei volumi Adelphi, nelle scommesse quasi sempre vinte.
Ripasso tra le mani alcuni di quegli oggetti preziosi, qualche suo libro, La folie Baudelaire su tutti, e Come ordinare una biblioteca, «non aggiungere a un libro tracce della lettura è una prova di indifferenza».[5] Poi tanti Carrère, Chatwin, Girard, Fumaroli, Nietzsche, Bernhard e Canetti. Ognuno ha la sua lista di autori Adelphi. Riapro sopratutto Sentieri tortuosi, su Bruce Chatwin fotografo, rileggo il saggio che accompagna le fotografie dello scrittore, Chatte-Wynde, e credo di ritrovare un po’ di quel Calasso che già ci manca: la prossimità con gli scrittori delle cui opere si innamorava, le lettere conservate non meno che la conversazione, il talento per cogliere dei particolari, il timbro quasi ineffabile di qualcosa, la vasta e a volte non troppo ordinata erudizione, il fascino per le filosofie orientali e il nomadismo, il sapore del sapere. Questo era Roberto Calasso, editore.

 


[1] R. Calasso, Bobi, Milano, Adelphi, 2021, p. 66.
[2] R. Calasso, Memè Scianca, Milano, Adelphi, 2021, p. 14.
[3] Ivi, p. 51.
[4] Ivi, p. 35.
[5] R. Calasso, Come ordinare una biblioteca, Milano, Adelphi, 2020, p. 38.

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