Per gli ottant’anni di Umberto Piersanti. Omaggio

 

Febbraio 1941

forse nevicava quel giorno
come adesso,
stroncava i gialli
impazienti favagelli
e nevicava forte nei Balcani
dove il padre soldato
nel suo lungo cappotto si rannicchia,
autarchico e gelato,
gelata la discesa
giù per il Monte,
lì passa la tua lettiga
madre,
in quattro la sorreggono
per l’ospedale

tu scalci,
hai fretta
d’uscire in mezzo al gelo,
sai che la vita
è oltre quel tepore,
altro non sai
e altro non ricordi,
inquieto come i favagelli
che la neve cela
dentro il bianco

e la sorella grande
col gelo della sciarpa
e sulla bocca
segue quella lettiga
all’ospedale,
l’altra prepara
la minestra con dentro
il pane,
la famiglia è di cinque
il numero più giusto,
la madre
ed anche il padre
hanno quei nomi immensi
del Vangelo

dalla bianca pineta
i corvi neri
scendono alle torri
che il bianco cerchia,
un aereo vola
così lontano,
lontano com’è ancora
la guerra in quelle ore

scende un soldato piano
dalle Cesane,
ha governato le bestie
la sera prima
e quell’acqua l’attende
sconfinata – appena
s’intravede e fa paura –
dove la morte piomba
da sopra o dal fondo,
e sabbia e fuoco
sono là
se arriva

tu non sai
le vicende e le figure,
solo suoni e colori
non li ricordi,
non sai se la madre
s’appresta a consolarti
dell’esser nato
o se la vita saluti
e bevi a sorsi lunghi
dopo quel limbo caldo,
ma vicino,
così vicino
al Vuoto che tutto
precede

e nella stessa ora
l’altra sorella
libera dalla neve
un favagello

febbraio 2018

 

Terra di memorie

terra di memorie
l’età che s’inoltra,
di volti che s’affollano
e vicende
dinnanzi agli occhi
e tremano nel sangue,
l’infanzia è la stagione
più tenace
e ogni altra
offusca
e quasi oscura

la biscia nella pozza
che poi s’acquatta
tra ciclamini pallidi,
d’ottobre,
la gioia che t’afferra
quando ascolti
i frulli d’ali
tra folti ceppi
e rami

e le stelle immense
alla Piantata,
formano quasi un carro
come quello
che l’Antico guida
al Fontanino
ma nel cielo non c’è
chi lo conduce,
la loro corsa immobile
e infinita
e degli umani conoscono
ogni strada,
fredde più della neve
nell’inverno
gelano le volpi
accovacciate,
d’estate fanno umido
il trifoglio

ah! questa infanzia
che negli anni s’inoltra
e ti pervade,
ossessiona i tuoi giorni
e un poco,
almeno un poco,
li consola

novembre 2019

 


Nel festeggiare, diciamo così, pubblicamente gli ottant’anni di un grande poeta che ho la fortuna di avere per amico, festeggio anche la sua poesia, perché in lui, quando si ha la fortuna di conversare con lui, tutto è poesia; se Umberto ti racconta un episodio della sua, per certi versi, roccambolesca vita, nell’ascoltarlo ci troverai sempre un verso incastonato, citato. Che sia voluto o che non lo sia poco importa: la poesia fiorisce in lui come il ‘mitico’ favagello, questo fiore giallo che mi ha insegnato a conoscere e soprattutto riconoscere di raccolta in raccolta.
Per questo mi è venuto naturale scegliere questa poesia, Febbraio 1941, dal suo ultimo libro, Campi d’ostinato amore: perché nel raccontare l’anno della sua nascita, Umberto mi racconta rapido il suo ‘vangelo’ (nel semplice rievocare, senza nominare, i “nomi immensi” dei genitori, che si chiamavano Maria e Giuseppe); ma più ancora, come in un arcaico rito della rinascita, nel rifiorire del favagello mi riconsegna ogni volta una rinascita di vita e di poesia.

Buon compleanno Umberto!

4 commenti su “Per gli ottant’anni di Umberto Piersanti. Omaggio

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